La Cina vittima del caro-energia

di Mario Seminerio – © Libero Mercato*

Lo shock petrolifero che sta piagando l’Occidente potrebbe avere conseguenze ben peggiori sulle economie asiatiche emergenti. La rivoluzione manifatturiera della Cina e degli altri paesi della regione si è finora basata in modo determinante su ridotti costi di trasporto. La globalizzazione ha rimpicciolito il pianeta, la crisi energetica sembra destinata a tornare ad aumentarne le dimensioni. Il modello commerciale asiatico si è infatti finora basato su scambi ricardiani tra reti di paesi produttori, ciascuno intento a sfruttare il proprio vantaggio competitivo. I prodotti (anche e soprattutto quelli occidentali) vengono spediti in Cina per l’assemblaggio finale, e da qui rispediti sui nostri mercati, con margini unitari di profitto estremamente contenuti. Lo schema è entrato in crisi allo scoppio della crisi petrolifera: basti pensare al costo dei container nella tratta Shanghai-Rotterdam, ormai triplicato. A ciò si aggiunge l’effetto distorsivo dei sussidi all’energia, che hanno artificiosamente tenuto bassa l’inflazione cinese: malgrado il costo del carbone sia triplicato da inizio 2007, la Cina ha frenato l’ascesa dei costi dell’energia, drogando la crescita delle proprie aziende sane, e tenendo artificialmente in vita quelle decotte. Ciò ha solo differito la resa dei conti.

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Alitalia: asta pubblica per la vendita degli asset

“Il fatto che Alitalia sia sull’orlo del fallimento e che AirOne affronti anch’essa una fase critica non dovrebbe indurre ad una cessione troppo ‘benevola’ degli asset alla newco.” È quanto affermano Andrea Giuricin e Piercamillo Falasca in un nuovo Focus dell’Istituto Bruno Leoni dal titolo “Alitalia: correggere l’incorreggibile” (PDF). “Gli asset da trasferire – continuano Falasca e Giuricin – hanno … Leggi tutto

Il nucleare in Italia

di Carlo Stagnaro*

Il dibattito sul nucleare è uno snodo importante per il futuro del paese. La scelta di abbandonare questa tecnologia – che convenzionalmente si può far risalire al referendum del 1987, ma in realtà ha origine ben prima – ha segnato l’evoluzione del sistema energetico in Italia. Ha determinato, tra le altre cose e forse non senza dolo, il ricorso al gas naturale come fonte privilegiata nella generazione elettrica, e ha privato il paese dei frutti di investimenti tanto impegnativi come quelli negli impianti atomici. Ha, infine, causato la diaspora, l’indebolimento e poi la quasi estinzione di tecnici specializzati, lasciando oggi una drammatica carenza di know how soprattutto nella pubblica amministrazione (nel settore privato è più facile importare gli ingegneri dall’estero). Il meno che si possa dire, quindi, è che gli italiani ne siano stati penalizzati. La corretta comprensione – e un adeguato giudizio – sul passato è però solo il primo passo, e non il più complicato, di un lungo percorso. Il secondo passo, altrettanto necessario e altrettanto semplice, consiste nel giusto inquadramento del problema nella sua dimensione economica, finanziaria e politica. A partire dalla domanda di fondo: che non è se assegnare un ruolo all’atomo nel mix elettrico italiano (già ce l’ha, coprendo la quasi totalità delle importazioni di energia elettrica, pari a circa un settimo dei consumi), bensì se sia preferibile l’acquisto di energia nucleare dall’estero o piuttosto la sua generazione sul territorio nazionale.

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Quei favolosi anni Settanta

di Mario Seminerio

Sul Sole24Ore Fabrizio Galimberti, editorialista di punta del quotidiano della Confindustria, compie un parallelo tra la stagflazione degli anni Settanta e quella odierna, per giungere a considerare inopportuno il rialzo dei tassi da parte della Bce. In estrema sintesi, Galimberti osserva, un po’ scolasticamente, che i tassi di inflazione core, cioè espressi al netto dei costi per alimentari ed energia, sono rimasti sostanzialmente stabili. E’ infatti consuetudine osservare i tassi d’inflazione al netto di alimentari ed energia per indagare l’esistenza dei cosiddetti second round effects, cioè della diffusione di pressioni inflazionistiche generalizzate all’intera economia, la temuta spirale prezzi-salari. Poiché i tassi core sono rimasti stabili, Galimberti inferisce che non ci sono rischi d’inflazione e che quindi utilizzare la stretta monetaria sarebbe controproducente. Galimberti dovrebbe chiedersi, prima di balzare alle conclusioni, perché è stata introdotta la misura di inflazione core.

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Non spariamo sulla Bce, il fisco stimoli la crescita

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

In questi mesi difficili per la congiuntura economica (difficoltà purtroppo destinate a proseguire) stiamo assistendo, in alcuni paesi europei, a manifestazioni di crescente insofferenza da parte di politici e media nei confronti della Banca Centrale Europea. La si vorrebbe incline (ancora più incline, per essere precisi) ad una politica monetaria lasca, nella speranza (più propriamente nell’illusione) di risollevare un’economia europea che non appare così omogeneamente prostrata. Le richieste di easy money rivolte alla Bce provengono soprattutto da paesi, come Francia, Italia e Spagna, che si trovano in condizioni economiche fragili e squilibrate, per insufficienza strutturale della crescita o per lo scoppio (è il caso della Spagna) di bolle immobiliari. Vi è, in tali recriminazioni contro la Bce, il germe di pericolose involuzioni e derive, contro le quali è opportuno argomentare.

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Nuovo video

di Redazione Epistemes

Nella colonna di destra del sito internet di Epistemes.org si trovano dei video che riteniamo particolarmente istruttivi per il nostro pubblico. Autorevoli studiosi o policy-makers presentano le loro opinioni in maniera chiara e precisa, offrendo così a chi ci legge un altro canale attraverso il quale ottenere punti di vista originali e sostanziati.

Da oggi, la collezione sarà arricchita con un nuovo video. Seppur breve, esso offre un utile richiamo storico che ci pare vada valorizzato, specie alla luce della stanca ripetitività di alcuni luoghi comuni dell’attuale dibattito sui temi internazionali. Fareed Zakaria, probabilmente il più acuto osservatore in circolazione del panorama internazionale, ricorda come quelli che oggi parlano di appeasement per denigrare e dileggiare chi propone di dialogare con Siria, Iran e Cuba, sono gli stessi che ventuno anni fa parlavano di appeasement per dileggiare e denigrare Reagan e così cercare di impedire le sue trattative con Gorbachev. Trattative, ricorda Zakaria, che hanno poi permesso la conclusione della Guerra Fredda. Conclusione a sua volta avvenuta non solo pacificamente, ma anche in termini particolarmente favorevoli agli Stati Uniti.

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L’Europa: capire e superare Dublino guardando a Torino e Berlino

di Andrea Gilli

La bocciatura del Trattato di Lisbona ad opera dell’elettorato irlandese ha prodotto una grande pausa di riflessione all’Europa. Riflessione che, per fortuna, è subito partita, almeno sui giornali e tra i politici.

Soprattutto sulla carta stampata, le analisi sono state binarie. Da una parte, specie tra i quotidiani conservatori, si è trovato un certo entusiasmo per la democrazia che ferma il progetto burocratico, e quasi schizofrenico, europeo. Dall’altra parte, invece, tra le testate di orientamento socialdemocratico si è osservata una certa insistenza sulla necessità di ricominciare da capo, senza però spiegare fino a fondo il perché dell’urgenza del progetto europeo.

L’obiettivo di questo articolo è spiegare, in chiave strutturale, l’evoluzione dell’Unione Europea e le sue cause, e, dall’altra parte, le ragioni che inibiscono gli attuali schieramenti politici dal comprendere fino a fondo quanto sta succedendo e quindi anche come meglio risolvere l’attuale impasse.

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Roma come Alitalia: meglio privatizzare

Focus di Piercamillo Falasca per l’Istituto Bruno Leoni

“Con un prestito di 500 milioni di euro appena concesso al Comune di Roma, il Governo Berlusconi ha replicato l’errore compiuto con Alitalia: l’uso di risorse pubbliche come palliativo a decisioni dolorose ma obbligate”: è questo il punto di partenza del Focus dell’Istituto Bruno Leoni, “Roma come Alitalia: meglio privatizzare”, di Piercamillo Falasca.

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