Non spariamo sulla Bce, il fisco stimoli la crescita

di Mario Seminerio – © Libero Mercato

In questi mesi difficili per la congiuntura economica (difficoltà purtroppo destinate a proseguire) stiamo assistendo, in alcuni paesi europei, a manifestazioni di crescente insofferenza da parte di politici e media nei confronti della Banca Centrale Europea. La si vorrebbe incline (ancora più incline, per essere precisi) ad una politica monetaria lasca, nella speranza (più propriamente nell’illusione) di risollevare un’economia europea che non appare così omogeneamente prostrata. Le richieste di easy money rivolte alla Bce provengono soprattutto da paesi, come Francia, Italia e Spagna, che si trovano in condizioni economiche fragili e squilibrate, per insufficienza strutturale della crescita o per lo scoppio (è il caso della Spagna) di bolle immobiliari. Vi è, in tali recriminazioni contro la Bce, il germe di pericolose involuzioni e derive, contro le quali è opportuno argomentare.

I detrattori della condotta della Bce parlano di “involuzione tecnocratica”, di lontananza dei banchieri centrali della Eurotower dai “problemi quotidiani dei cittadini”. Abbiamo addirittura letto di una corresponsabilità della Bce nella bocciatura irlandese del Trattato costituzionale europeo. Leggiamo anche di paragoni tanto impropri quanto disinformati tra la Bce e la Fed, quest’ultima invidiata per il duplice ruolo di custode della stabilità monetaria nel vincolo di perseguimento della piena occupazione. Paragoni immemori delle pesanti responsabilità della banca centrale statunitense nella politica monetaria forsennatamente reflazionistica e prona agli umori dei mercati finanziari perseguita negli ultimi lustri, oltre al pesante deficit regolatorio che ha originato l’aberrazione dei mutui subprime. In tempi difficili, la tentazione di ricercare ed individuare un capro espiatorio è forte, e le critiche di parte d’Europa (e d’Italia) verso la Bce si inseriscono in questo contesto. Eppure, basterebbe riflettere su alcuni dati.

In primo luogo non tutti sanno che, dal lancio della moneta unica, l’Area Euro ha creato 15,7 milioni di nuovi impieghi, più di quanti ne sono nati, nello stesso periodo, negli Stati Uniti. Difficile suffragare la tesi che la politica monetaria della Banca Centrale Europea abbia danneggiato l’occupazione. I clamorosi successi nell’export di paesi, come la Germania, da decenni abituati a misurarsi con politiche monetarie intransigenti (o meglio, non accomodanti), sono la dimostrazione indiretta del fatto che una moneta forte non è incompatibile con la crescita della produttività, ma addirittura pare indurla, forzando il sistema produttivo a ristrutturarsi e risalire lungo la catena del valore aggiunto.

Ma soprattutto, quanti (in Europa ed in Italia) vorrebbero una banca centrale europea responsabile unica della crescita, tendono a dimenticare che la politica economica di un paese è frutto sia dell’azione della politica monetaria che di quella della politica fiscale, oltre che della creazione di condizioni di competitività nei mercati di merci e servizi. Ora, se la politica monetaria è demandata ad una entità sovranazionale, ed anche ammettendo che Eurolandia non sia un’area valutaria ottimale, restano tuttavia intatti i ruoli dei governi nazionali nella politica fiscale e nella promozione di condizioni favorevoli alla crescita. Ricordiamo brevemente che, nell’ambito del modello con aspettative stazionarie realizzato a inizio anni 60 da Robert Mundell, per aversi ottimalità di un’area valutaria occorre che vengano soddisfatte alcune condizioni: mobilità del lavoro nella regione valutaria unica, diversificazione dei prodotti della regione, mobilità dei capitali con flessibilità di prezzi e salari, e creazione di meccanismi automatici di redistribuzione fiscale a vantaggio delle zone colpite negativamente nell’ambito delle prime due condizioni. Quest’ultimo requisito è notoriamente la base di un effettivo federalismo fiscale, ed è oggi assente nell’Area Euro, per il ritardo della politica. Sulla base di tali requisiti (statici, ribadiamo), Eurolandia non appare ancora un’area valutaria ottimale. Considerando tuttavia la meno nota variante del modello di Mundell (che include la condivisione internazionale del rischio valutario) si giunge ad argomentare a favore dell’Euro come efficace strumento di assorbimento di shock asimmetrici, come peraltro fece lo stesso Mundell.

Si diceva della politica fiscale, che è ancora di competenza dei governi nazionali. Consideriamo la vicenda dello sviluppo della bolla immobiliare spagnola: uno shock dal lato della domanda favorito dal processo di convergenza della peseta (e dei suoi tassi d’interesse) all’euro, ed alimentato da innovazione e competizione finanziaria indotte dalle liberalizzazioni, crescita demografica, immigrazione, aumento del reddito disponibile e favorevole trattamento fiscale della proprietà immobiliare. Oggi, al momento dello scoppio della bolla, l’intera Spagna impreca contro la Bce, “colpevole” di non ridurre i tassi in modo tale da contenere il servizio del debito ipotecario. Recriminazioni frutto di amnesie selettive: non abbiamo letto, negli ultimi anni, dichiarazioni dei politici e titoli dei giornali spagnoli che elogiavano la Bce per aver creato (involontariamente) le condizioni per il boom immobiliare, con tassi nominali e (soprattutto) reali troppo bassi. Ecco perché, dopo aver preso coscienza che la Bce non può levarsi in volo come Superman per sanare le insipienze politiche locali (ma non lo farebbe nemmeno la Fed, malgrado un certo provincialismo di analisi, qui in Europa, affermi il contrario), ma deve comunque preservare la stabilità monetaria, è preferibile istituire meccanismi nazionali idonei ad evitare lo sviluppo di shock indotti da una politica monetaria europea eccessivamente stimolativa per il singolo paese.

Nel caso dell’immobiliare, ad esempio, è stata suggerita l’adozione di misure fiscali anticicliche, ad esempio legando la deducibilità degli interessi sui mutui ai tassi reali e non a quelli nominali, o variando in senso anticiclico il prelievo fiscale da capital gain sul settore immobiliare. Analogamente, occorre disporre di regolatori bancari nazionali che gestiscano in senso anticiclico il credito ai singoli settori economici, famiglie incluse. Tutte misure altamente impopolari per i politici, che trovano molto più spendibile attribuirsi il merito dei boom da bolla, e colpevolizzare la Bce al momento del redde rationem.

Per un paese come l’Italia, che ha sprecato sull’altare (o meglio, nell’altoforno) della spesa pubblica il “dividendo dell’Euro”, cioè il risparmio negli interessi sul debito pubblico che la convergenza aveva permesso di conseguire (riducendo il premio al rischio-Italia, sarebbe bene non dimenticarlo mai), l’appartenenza alla moneta unica europea deve essere opportunità per promuovere profonde riforme strutturali, come liberalizzare i mercati di beni e servizi non esportabili (i cosiddetti “non tradeable goods”), i servizi pubblici locali ed il mercato del lavoro, riformando la contrattazione collettiva per stimolare lo sviluppo della produttività e favorire l’evoluzione del sistema produttivo verso settori a maggiore valore aggiunto, meno condizionati dalla pura competizione sui prezzi.

Sospirare sui “bei tempi andati”, quando il metadone delle svalutazioni risolveva per qualche trimestre i nostri problemi (accumulandone altri ben più gravi), ed invocare strumentali “sovranità popolari” su una istituzione come una banca centrale, che deve invece essere rigorosamente indipendente (come ben sanno i tedeschi, che mai hanno chiesto revisioni della missione della Bce) significa reiterare una visione fortemente miope ed orientata al breve periodo, condannandosi (o meglio sarebbe dire dannandosi) al declino.

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