Macron, Fincantieri e la mancata acquisizione di STX

di Andrea e Mauro Gilli

A partire dal suo insediamento, il neo-presidente francese Emmanuel Macron ha preso una serie di decisioni che, progressivamente, sono apparse sempre più in contrasto con l’immagine che tanti se ne erano fatti, specie in Italia. Prima l’invito, subito accettato, al presidente americano Donald Trump a partecipare alle celebrazioni per la festa del 14 Luglio. Poi la decisione di chiudere le frontiere con l’Italia per quanto riguarda gli immigrati irregolari provenienti da Medio Oriente e Nord Africa. Solo pochi giorni fa la decisione di prendere le redini delle discussioni con la Libia per fermare l’ondata di profughi. E adesso, la nazionalizzazione STX, l’azienda cantieristica francese che solo pochi mesi fa il Presidente Hollande aveva accettato di vendere all’Italiana Fincantieri.

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Non sarà il boom dei droni a incrinare la supremazia americana

di Andrea Gilli e Mauro Gilli (da Il Foglio, 27 Aprile 2016)

Se il sottomarino è stato tra le tecnologie militari che più hanno giocato un ruolo centrale nella Prima guerra mondiale, il radar durante la Seconda guerra mondiale e i missili da crociera nel corso della Prima guerra del Golfo, i droni – i famosi aerei senza pilota – sono indiscutibilmente la tecnologia militare che più ha caratterizzato la guerra al terrorismo lanciata all’indomani dell’11 settembre.

I droni esistono in diverse configurazioni, piccoli e grandi, ad ala fissa o rotante, armati o non armati, “stupidi” ovvero in grado di operare in automatico (per esempio di sorvolare un dato territorio sulla base di uno scenario pre-programmato) o autonomi, e quindi intelligenti: in grado cioè di compiere scelte complesse grazie alla loro intelligenza artificiale. Anthony Finn e Steve Scheding, nel loro volume “Development and Challenges for Autonomous Unmanned Vehicles: A Compendium” (Springer-Verlag, 2010), discutono nel dettaglio questi aspetti.

Durante la guerra al terrorismo, gli Stati Uniti hanno usato droni di diverse dimensioni principalmente per la raccolta di informazioni a terra tramite vari sensori di bordo (in gergo tecnico, “Intelligence, Surveillance and Reconnaissance”). Nel caso di piattaforme disarmate, i dati raccolti sono trasmessi in tempo reale ad altri sistemi che, a loro volta, procedono poi alla neutralizzazione del bersaglio, se necessario. Quando invece i droni sono armati, ovvero dotati di missili di precisione, come è il caso del RQ-1 Predator o del MQ-9 Reaper, è possibile portare a termine immediatamente un attacco. E’ in questa maniera che le file di al-Qaida e di altri gruppi radicali sono state decimate in Afghanistan, Pakistan, Somalia e Yemen. La storia relativa allo sviluppo del Predator è epica e molto americana: si uniscono imprenditorialità, genialità, finanza, difficoltà tecniche e pressante necessità di nuove tecnologie militari per affrontare la minaccia asimmetrica del terrorismo jihadista. Richard Wittle la racconta con precisione nel suo interessante “Predator: The Secret Origins of the Drone Revolution” (Henry Holt & Co., 2014).

Man mano che però il numero di attacchi portati a termine con droni armati da parte degli Stati Uniti è aumentato, molti commentatori hanno iniziato ad avere dubbi e preoccupazioni crescenti: prima relativamente alla legalità di questa pratica, poi alla sua legittimità, e successivamente alla sua efficacia. Un volume curato da Peter L. Bergen, della New America Foundation, e Daniel Rothenberg, della Arizona State University, intitolato “Drone Wars Transforming Conflict, Law, and Policy” (Cambridge University Press, 2014), offre un’ampia prospettiva sul tema. Ma il dibattito attualmente più importante riguarda un altro aspetto e, precisamente, il rischio che i droni si possano diffondere facilmente anche a rivali e avversari, con conseguenze negative per la stabilità e la sicurezza internazionale.

Tra i primi ad avanzare questa considerazione vi è Peter W. Singer, uno dei massimi esperti di guerra e tecnologia, già enfant prodige della Brookings Institution e autore di un libro proprio su droni e nuove tecnologie militari, “Wired for War: The Robotics Revolution and Conflict in the 21st Century” (Penguin Books, 2009). Nel 2011, Singer notava in un articolo per Foreign Policy che mentre durante tutta la Guerra fredda gli Stati Uniti hanno goduto del monopolio sulle principali tecnologie militari, nel campo dei droni il monopolio americano era andato perduto già molti anni prima. Tanto nel campo accademico che in quello dei policy maker, questo punto di vista è presto diventato dominante: da docenti come Michael Horowitz della University of Pennsylvania, tra i più promettenti accademici nel campo delle relazioni internazionali e autore di “The Diffusion of Military Power: Causes and Consequences for International Politics” (Princeton University Press, 2010) a Daniel L. Byman, esperto di antiterrorismo della Georgetown University, dal Defence science board del Pentagono in un suo fondamentale studio sul ruolo della robotica, “The Role of Autonomy in DoD Systems” (2012), fino a Robert O. Work, attualmente vicesegretario della Difesa, in un interessante rapporto intitolato “20YY: Preparing for War in the Robotic Age” (Center for New American Security, 2012), il consenso tra gli esperti è giunto alla conclusione che la relativa semplicità con cui è possibile produrre e operare droni stia favorendo la loro diffusione. Chiaramente, i primi a uscirne svantaggiati da questo sviluppo sarebbero gli Stati Uniti che, in un futuro non troppo lontano, si troverebbero, in primo luogo, a confrontarsi con nemici in possesso di tecnologie militari avanzate e, secondariamente, a operare in un contesto internazionale caratterizzato da maggiore instabilità e insicurezza proprio per via della diffusione di queste tecnologie.

Ma è davvero così? La rivoluzione robotica nel campo militare rischia davvero di indebolire l’egemonia americana? Nel corso degli ultimi cinque anni, abbiamo studiato a fondo quasi tutti i progetti industriali degli ultimi 25 anni lanciati in giro per il mondo e volti alla produzione di varie tipologie di droni. Abbiamo anche analizzato nel dettaglio tutte le campagne militari degli ultimi tre decenni, focalizzandoci in particolare su droni, o tecnologie analoghe quali missili di precisione e sensori ad alta definizione. La nostra analisi, pubblicata sulla rivista accademica Security Studies, non solo mette fortemente in discussione l’idea che i droni si stiano diffondendo velocemente e che questi siano facili da operare, ma anche che gli Stati Uniti possano in qualche maniera essere indeboliti dalla transizione tecnologica in atto.

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Rassegna Stampa – Gilli&Gilli sui droni

di Redazione

La ricerca di Andrea Gilli e Mauro Gilli sulla diffusione di piattaforme aeree senza pilota, i così detti droni, è stata di recente pubblicata sulla rivista accademica Security Studies. Qui di seguito riportiamo l’abstract del paper:

Many scholars and policymakers are concerned that the emergence of drone warfare—a first step toward the robotics age—will promote instability and conflict at the international level. This view depends on the widely shared assumption among International Relations scholars that military hardware spreads easily, especially in the age of globalization and real-time communications. In this article, we question this consensus. Drawing from the literature in management, we advance a new theory of diffusion of military innovations and test its two underlying causal mechanisms. First, we argue that designing, developing, and manufacturing advanced weapon systems require laboratories, and testing and production facilities, as well as know-how and experience that cannot be easily borrowed from other fields. Second, we argue that the adoption of military innovations requires both organizational and infrastructural support. We test our two claims on three types of combat-effective drones: loitering attack munitions (LAMs), intelligence surveillance and reconnaissance drones (ISR), and unmanned combat autonomous vehicles (UCAVs). We find that even wealthy, advanced, and militarily capable countries such as the United States, the United Kingdom, Germany, and France have struggled to produce or adopt such platforms. We conclude that concerns about the diffusion of drone warfare appear significantly exaggerated, as do claims that globalization redistributes military power at the global level. More generally, our analysis sheds light on how the interaction between platform and adoption challenges affects the rate and speed of diffusion of different military innovations.

Una versione del paper prima della pubblicazione è disponibile sulla piattaforma academia.edu.

Il 4 Aprile, Andrea e Mauro hanno inoltre pubblicato sul blog dedicato alle scienze Monkey Cage del Washington Post, un articolo che riassume i risultati della loro ricerca.

La leva obbligatoria di Salvini è antistorica. E pure inutile

di Andrea Gilli e Mauro Gilli – Il Foglio

Il segretario nazionale della Lega nord, Matteo Salvini, ha proposto di recente la reintroduzione della leva obbligatoria. E’ una proposta discutibile e quasi astorica, soprattutto alla luce dello stato delle nostre forze italiane (che hanno problemi di eccesso, non di carenza, di personale). Poiché però viene da un politico autorevole con un ampio e crescente seguito, è utile discuterne le problematicità.

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AVIO: Che FARE?

di Andrea Gilli

Due amici diversi del partito FARE mi chiedono di commentare una recente discussione sulla vendita di AVIO, azienda aerospaziale specializzata nei sistemi di propulsione. Premettendo che l’avere amici attivi in politica non implica una mia sottoscrizione alle loro idee, mi permetto di intervenire nel dibattito.

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Rassegna stampa – Andrea Gilli

di Redazione

Nei mesi passati, Andrea Gilli ha partecipato ad alcuni eventi, qualche suo scritto è apparso presso terzi o ne ha parlato la stampa. Riassumiamo qui di seguito le principali attività:

– “Procurement Lessons from the War In Libya,” RUSI Defence Systems, January 2013;

– Partecipazione alla conferenza “I Costi della non-Europa della Difesa,” Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito, Torino, 12 Aprile 2013;

– Intervista alla rivista americana specializzata sull’industria della difesa, Defense News, 11 maggio 2013;

– Presentazione del rapporto Enabling The Future. EU Military Capabilities 2013-2025: Challenges and Avenues (2013) al Politico-Military Group del Consiglio Europeo, Bruxelles, 6 giugno 2013;

– Del rapporto suddetto ne ha parlato anche un articolo del settimane tedesco Die Zeit.

Aumentare le tasse per le aziende militari?

di Andrea Gilli

Sul Washington Post di qualche giorno fa, Walter Pincus, defense correspondent del medesimo quotidiano ha (ri)proposto l’idea di introdurre un’imposta sugli extra-profitti delle aziende militari. La ratio sarebbe la seguente: in tempo di guerra, i contractors della difesa fanno altissimi profitti. Ciò permette a pochi (le aziende) di guadagnare sul sacrificio di molti (la popolazione e i suoi soldati). Pertanto, lo stato dovrebbe riprendersi parte di quei fondi.

L’idea mi pare parecchio bislacca e per diverse ragioni.

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Andrea Gilli – Paper sul futuro dell’industria europea della difesa

di Redazione

Andrea Gilli ha pubblicato per lo European Union Institute of Security Studies di Parigi un paper, After austerity: futures for Europe’s defence industry, sul possibile futuro dell’industria europea della difesa.

Il paper discute i possibili scenari per il futuro dell’industria europea della difesa alla luce dell’attuale fase di austerity. La breve ricerca sottolinea che se ulteriore consolidamento nel settore è certamente necessario, verosimilmente questo non sarà definitivo: i Paesi europei continuano a volere mantenere intatte le loro prerogative e dunque è difficile pensare ad un consolidamento che elimini tutte le inefficienze o l’eccesso di capacità produttiva.

Privatizzare Finmeccanica non basta

di Andrea Gilli

Con la crisi del debito sovrano che avanza e l’economia italiana che rallenta, il bisogno di nuove manovre, per liberare la crescita o per recuperare risorse, cresce inesorabilmente. Una delle tante proposte sul tavolo riguarda la vendita delle quote di controllo delle grandi aziende italiane ancora a partecipazione statale. Oscar Giannino, di recente, ha lanciato un appello affinché Finmeccanica venga privatizzata completamente, obbligando quindi il Tesoro a cedere la sua partecipazione nell’azienda.

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