Quei favolosi anni Settanta

di Mario Seminerio

Sul Sole24Ore Fabrizio Galimberti, editorialista di punta del quotidiano della Confindustria, compie un parallelo tra la stagflazione degli anni Settanta e quella odierna, per giungere a considerare inopportuno il rialzo dei tassi da parte della Bce. In estrema sintesi, Galimberti osserva, un po’ scolasticamente, che i tassi di inflazione core, cioè espressi al netto dei costi per alimentari ed energia, sono rimasti sostanzialmente stabili. E’ infatti consuetudine osservare i tassi d’inflazione al netto di alimentari ed energia per indagare l’esistenza dei cosiddetti second round effects, cioè della diffusione di pressioni inflazionistiche generalizzate all’intera economia, la temuta spirale prezzi-salari. Poiché i tassi core sono rimasti stabili, Galimberti inferisce che non ci sono rischi d’inflazione e che quindi utilizzare la stretta monetaria sarebbe controproducente. Galimberti dovrebbe chiedersi, prima di balzare alle conclusioni, perché è stata introdotta la misura di inflazione core.

Ciò è avvenuto, essenzialmente, perché le banche centrali hanno scelto di escludere dalla misura dei prezzi le componenti volatili, quelle influenzate da cattivi raccolti e perturbazioni sui mercati dell’energia, nell’ipotesi che tali turbolenze fossero ragionevolmente transitorie. Anche senza l’ovvia constatazione che gli elevati costi di alimentari ed energia finiscono col drenare reddito disponibile, vincolandone la destinazione, possiamo considerare “transitoria” la situazione attuale? A noi pare di no. Siamo di fronte ad un cambiamento epocale nelle fonti di domanda di alimentari ed energia, provenienti da paesi di nuova industrializzazione come Cina e India, ma non solo. Ecco quindi che occorre monitorare le aspettative inflazionistiche in modi differenti rispetto all’indice core dei prezzi al consumo.

Oggi, le banche centrali usano i tassi di inflazione impliciti nei titoli di stato indicizzati all’inflazione. Sia Bernanke che Trichet hanno fatto più di un riferimento a tale indicatore di aspettative, che in effetti mostra un trend in ascesa nel cosiddetto breakeven inflation rate, la differenza tra il rendimento nominale di un titolo di stato tradizionale ed il tasso reale implicito nei titoli di stato inflation linked. Questo indicatore è in costante ascesa, di qua e di là dall’Atlantico.

Detto in altri termini: gli agenti economici (imprese e lavoratori) stanno lentamente ma inesorabilmente cambiando la propria percezione della dinamica dei prezzi, e sono inclini a ritenere che l’inflazione non sia un fenomeno transitorio e, soprattutto, che sia in accelerazione. Conferma di questa pericolosa tendenza si ritrova, negli Stati Uniti, nelle aspettative sul tasso d’inflazione tendenziale tra un anno, rilevato ogni mese dalla indagine sulla fiducia dei consumatori elaborata dalla Università del Michigan. Quale è il passo successivo all’accumulazione di tali aspettative inflazionistiche? Richieste di rinnovi dei contratti di lavoro che incorporino il maggior livello dei prezzi. Esiste il rischio che ciò possa accadere? Nei settori esposti alla concorrenza internazionale, come la manifattura, appare molto difficile, pena delocalizzazioni e deindustrializzazione. Ma nei settori protetti o in quelli dove i lavoratori hanno rilevante potere contrattuale nei confronti del datore di lavoro il rischio di rincorse salariali è molto concreto.

Galimberti ha in parte ragione ragione: questa stagflazione non è come quella degli anni Settanta. Allora vi era solo l’Occidente a consumare, e la stagflazione fu agevolata (corsi e ricorsi storici) dal comportamento delle banche centrali, che accomodarono gli shock petroliferi con un’espansione monetaria che portò l’economia ben oltre la piena occupazione. In Italia, poi, la scala mobile fece il resto. Oggi è in atto un peg perverso al dollaro da parte dei paesi in surplus commerciale verso gli Usa, che sta esacerbando l’espansione monetaria statunitense. Galimberti nulla dice riguardo lo stimolo espansivo oggi esercitato da tassi reali d’interesse negativi, lo stesso effetto degli anni Settanta, pur se prodotto da premesse differenti, e che getta benzina sul fuoco della domanda. Oggi è in atto un gigantesco trasferimento di ricchezza da Nord-Ovest verso Sud ed Est: non c’è molto da fare, al riguardo. Parafrasando Renzo Tramaglino, potremmo dire che “a questo mondo c’è giustizia, finalmente”, ma sarebbe forse un po’ troppo idealistico ed autolesionistico.

La pressione della domanda esiste, e viene soprattutto da Oriente. Galimberti vive in Australia, ci aspettiamo che la sua visione dell’economia globale non sia così “atlantica”.

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