Nessuna vittoria all’orizzonte

di Mauro Gilli

La nuova strategia per l’Iraq presentata dal Presidente americano George Bush (volta a “rimediare” agli errori passati e garantire così la “vittoria”) offre pochi motivi di speranza. Le probabilità che le sorti del Paese mediorientale possano essere cambiate da 21.500 soldati aggiuntivi sono poche. Il loro contributo, infatti, per quanto importante, non potrà essere rilevante (rispetto ai 140.000 attualmente dislocati si tratterebbe di incremento del 15%). Per questo motivo, la strategia formulata ieri sera dal presidente Bush non sembra rappresentare nulla di nuovo, nè tanto meno tracciare il percorso per la vittoria.

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Disarmo globale e il ruolo dell’Italia

di Andrea Gilli

A volte ritornano. Non sono le compilation che raccolgono i successi degli anni Sessanta e neppure i Bee Gees. Sono i ritornelli sul disarmo globale, sulle capacita’ militari dell’Onu e ogni altro tipo di progetto-aspirazione tanto nobile dal punto di vista morale quanto inattuabile sotto quello pratico.

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Aboliamo i sussidi ai quotidiani italiani

di Andrea Gilli

L’Italia è un paese di profonde contraddizioni. La sua carta stampata non fa eccezione. I giornali italiani vengono letti da poche persone. E quelle poche, nel tempo, diminuiscono. Dunque, agli italiani i giornali piaciono poco, e, soprattutto, piacciono sempre meno: prova ne è il fatto che il numero di copie vendute sia in rapida discesa.

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Saddam, l’Iraq e il diritto internazionale

di Daniele G. Sfregola

saddam_narrowweb__200x282.jpgA seguito della fine delle ostilità maggiori in Iraq (1 maggio 2003), sorse il problema di definire chi avesse la competenza a reprimere i crimini di guerra posti in essere nell’arco del conflitto da ambo le parti belligeranti. Tra le garanzie del diritto internazionale bellico si annovera infatti l’obbligo di reprimere i crimini di guerra. Ma, affinché si parli di crimine perseguibile, non basta una qualsiasi violazione del ius in bello. Deve invece trattarsi di una lesione particolarmente qualificata di beni che siano protetti da tale diritto. Quest’ultimo può avere per oggetto sia norme che disciplinano la condotta delle ostilità, sia norme a carattere umanitario. L’esecuzione della pena capitale nei confronti di Saddam Hussein ha riacceso il dibattito internazionale, come era lecito prevedere. Ma in un campo sempre minato, quale è quello della “giustizia dei vincitori sui vinti”, si tende a perdere di vista gli elementi di fondo, imprescindibili per una franca discussione, e che vertono sui presupposti giuridici (interni ed internazionali) che regolano l’esercizio della giustizia post-bellica in Iraq, a maggior ragione allorquando se ne giustifica il previo intervento militare con motivazioni afferenti l’instaurazione dello stato di diritto in quel Paese.

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La curva pericolosa: spesa pubblica e crescita

di Antonio Mele

Un concetto noto anche al grande pubblico é quello della curva di Laffer, ovvero la relazione a U inversa che esiste tra aliquote fiscali ed entrate fiscali. Un concetto meno noto é quello della curva di Armey , che prende il nome da un senatore repubblicano, Richard Armey, che per primo la popolarizzó nel dibattito sugli effetti della spesa pubblica. La curva di Armey mette in relazione la spesa pubblica e il tasso di crescita del PIL, ed ha anche essa una forma ad U rovesciata.

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Il risparmio nazionale: variabile chiave per la crescita futura

di Pierangelo De Pace

Il tenore di vita di una nazione dipende dalla sua capacità di produrre beni e servizi. La sua capacità produttiva, per dato livello tecnologico, è determinata in larga parte da quanto gli agenti economici che vi operano siano propensi a risparmiare e ad investire per il futuro. Durante gli ultimi mesi abbiamo tutti assistito a dibattiti parlamentari ed extra parlamentari riguardanti la possibilità che sia presentata ed approvata una sostanziale riforma della legge sulla tassazione del risparmio (o delle cosiddette rendite finanziarie). Data la premessa di questo articolo, è lecito chiedersi se sia conveniente per il nostro Paese ed in senso assoluto che questo avvenga e, in caso di risposta affermativa, in quale misura.

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Conti dormienti e diritto di proprietà

di Benedetto Della Vedova* e Piercamillo Falasca

E’ tornato alla ribalta l’argomento dei cosiddetti “conti dormienti”. Succede con la proposta della sinistra dell’Unione – tradotta in uno dei commi del maxiemendamento alla Finanziaria in discussione al Senato – di attingere ai depositi abbandonati in banca per lungo tempo e non reclamati per finanziare l’assunzione di 350 mila precari delle pubbliche amministrazioni. Il tema aveva già trovato in passato spazio nel dibattito politico-parlamentare. Senza produrre risultati, purtroppo. O, forse, per fortuna, visto che le soluzioni proposte sembravano suggerire tutto tranne l’unica cosa davvero sensata: cercare di restituire questi soldi ai legittimi proprietari. I conti dormienti sono fondi detenuti da banche, da società finanziarie o dalla Posta per conto di cittadini che non sono a conoscenza di tali proprietà finanziarie, per i motivi più disparati: decessi improvvisi, perdita della capacità di intendere e di volere, mancata conoscenza da parte degli eredi del patrimonio finanziario del de cuius o addirittura banali dimenticanze.

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Scala mobile fiscale

di Mario Seminerio

Dall’epoca dei tagli fiscali di Ronald Reagan, nel 1981, negli Stati Uniti gli scaglioni di reddito imponibile sono stati aggiustati per l’inflazione: una storica vittoria a favore della crescita. Ma i capital gains, gli incrementi di valore delle attività patrimoniali, continuano a soffrire della tassa da inflazione, che genera entrate aggiuntive per lo stato ma riduce il valore del possesso di lungo periodo degli attivi. Questa situazione risale al 1913, quando il Tesoro statunitense decise di definire il termine “costo” nel Tax Code in termini di prezzo storico, piuttosto che di valore corrente. Le tasse sui capital gains sono dovute ogni qualvolta un’attività rende un guadagno nominale, anche se l’investimento è perdente in termini reali. Quindi, un investitore che avesse acquistato un’azione per 10 dollari nel 1956, e la rivendesse oggi per 20 dollari pagherebbe, per la legislazione fiscale statunitense, una tassa sul capital gains del 15 per cento, anche se al netto dell’inflazione cumulata in cinquant’anni l’investimento ha perso valore.  

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