Saddam, l’Iraq e il diritto internazionale

3 pensieri su “Saddam, l’Iraq e il diritto internazionale”

  1. > “risulta ugualmente evidente che gli Stati Uniti non avrebbero potuto addivenire alla costituzione di un tribunale ad hoc Onu per l’Iraq, stante l’impossibilità di definire una risoluzione istitutiva in seno al Consiglio di Sicurezza, allo stato dello scenario politico-diplomatico diviso che si aveva nel momento in cui terminarono le operazioni belliche irachene.”

    Anzitutto, complimenti per l’analisi. Alcuni passi, tra cui quello di cui sopra, però, mi trovano piuttosto in disaccordo. Risulta pacifico, infatti, che la costituzione di un Tribunale internazionale ad hoc sul modello dell’ex-Jugoslavia e del Rwanda rappresentasse un’ipotesi remotissima. In primo luogo, a mio avviso, lo era per una situazione completamente differente in sede di circostanze geopolitiche; in secondo luogo, lo era per il mutato orientamento di politica internazionale globale, rispetto all’universalismo affiorato nei primi anni ’90 (primo intervento in Irak), il quale poi è andato progressivamente scemando negli anni a venire.

    Ed è proprio in questo punto che vanno ricercate le cause e i conseguenti effetti. La politica internazionale posta in essere dagli Stati Uniti negli ultimi tempi, oltre ad essere di stampo smaccatamente unilateralista e volontarista, è anche in aperto contrasto con qualsiasi organo di giustizia internazionale. A riprova di ciò, è sufficiente notare il comportamento a riguardo del Tribunale Penale Internazionale, il cui trattato istitutivo è stato prima firmato, ma non ratificato, in seguito osteggiato tramite leggi nazionali, fino al definitivo ritiro della firma. Dunque non è tanto nello “scenario politico-diplomatico diviso” (divisione peraltro causata non successivamente, ma ab origine dall’intervento militare in Irak) che va visto il diniego alla costituzione di un Tribunale ad hoc, quanto piuttosto nell’atteggiamento stesso tenuto dagli Stati Uniti.

    Ultima cosa, a riguardo della legittimità del tribunale. Non vi sono dubbi sul fatto che sussista, seppur formalmente. Basta l’esistenza di un pezzo di carta, per quello. Ma sostanzialmente si può dire lo stesso? Lo Statuto del Tribunale è stato compilato in gran parte dagli Stati Uniti: era naturale che chi poi si è trovato ad applicare le norme ivi contenute, cioè giudici appartenenti ad una cultura e ad una tradizione giuridica completamente differenti, non sapesse che pesci pigliare. Inoltre, è fatto assodato che durante la celebrazione del processo si siano violate le più basilari garanzie processuali: ad esempio, quelle riguardanti la formulazione dei capi d’accusa, oppure, come hai sottolineato nell’intervento, sulla carcerazione. E si potrebbe andare avanti ancora per molto. Ecco, un processo che si celebra in maniera così pretestuosa, in spregio al principio generale (peraltro elaborato dalla cultura giuridica anglosassone di common law) del due process of law, a mio parere, seppur supportato da una legittimità che si manifesta solo formalmente, è una farsa.

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  2. Premesso che sono contro la condanna a morte (ma serve una garanzia sulla certezza della pena), il commento di Blanche mi sembra ingenuo. Intanto equipara come giusto “a prescindere” il/qualsiasi “tribunale di giustizia internazionale” e come ingiusto il/qualsiasi tribunale nazionale o plurinazionale. Non mi sembra questo debba essere l’approccio e, infatti, il contenuto del commento è il solito: il processo è stato “pretestuoso, in spregio al principio generale del due process of law”, e pertanto è stato “una farsa”. Detto nei giorni in cui inizia il processo ad Ali “il chimico” imputato per la morte di 140.000 curdi, parlare di “farsa” suona farsesco.

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  3. Premesso che non ho mai equiparato come “giusto a prescindere” (lungi da me il farlo) il tribunale internazionale rispetto a quello nazionale o “plurinazionale”, mi sono limitato ad osservare che, in un dato momento storico, la soluzione giurisdizionale internazionale era privilegiata. Tant’è vero che per i due esempi tirati in ballo, ovverosia i Tribunali per l’ex Jugoslavia e Ruanda, i maggiori sostenitori, nonchè finanziatori, sono stati gli Stati Uniti. In altri momenti, come ad esempio quello che si sta vivendo ora, la soluzione sovrannazionale non è stata minimamente presa in considerazione, anzi, è stata vista con sommo sfavore. Detto questo, ribadisco il concetto che la legittimità formale dev’essere sostenuta da un’effettività sostanziale sul piano procedurale. Altrimenti, il processo, che dev’essere strumento di garanzia, principalmente per il reo, si svuota del suo significato, com’è avvenuto segnatamente in questo caso. Ma tant’è.

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