Aboliamo i sussidi ai quotidiani italiani

7 pensieri su “Aboliamo i sussidi ai quotidiani italiani”

  1. Attenzione alle soluzioni ingenue. I sussidi indubbiamente sono scandalosi, ma se si tolgono d’amblé cosa succede? Che si dà vittoria completa all’ondata di commistione tra partiti, grande impresa ed editoria: una torta iniziata negli anni ’80. In sostanza, se togli i sussidi senza reimmettere sul mercato (con azionariato pubblico o altro) i grandi gruppi (Repubblica, Corriere della Sera…), non fai altro che far chiudere i piccoli giornali. Se sul mercato restano i monopoli totali di Corsera, Stampa, Repubblica, 24Ore, Il Giornale e poco altro, allora il giornalismo italiota può davvero chiudere bottega, o no?

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  2. Credo il problema sia da guardare sotto il profilo dell’efficienza, l’unico parametro oggettivo per esprimere un’opinione.

    I (grandi) giornali italiani vengono letti da poche persone. Quelli piccoli, da pochissime: oserei dire quasi da nessuno (Il Foglio, tanto per fare un nome, vende 10.000 copie al giorno “dichiarate”; praticamente nulla). Se i lettori di questi giornali hanno tanto a cuore la sorte della loro lettura quotidiana preferita, allora saranno sicuramente disposti a pagare un prezzo maggiorato per continuare ad avere questo prodotto. Se cio’ non avviene, allora bisogna trarre due conclusioni:

    1) gli stessi lettori non considerano quella data testata cosi’ importante;
    2) i lettori di quella testata sono davvero pochi (cosa che implicherebbe costi mastodontici per quei pochi utenti).

    In entrambi i casi e’ chiaro che allora quei quotidiani non contano poi cosi’ tanto nel panorama informativo italiano, soprattutto alla luce del fatto che i loro stessi lettori o non lo considerano un prodotto indispensabile o addirittura questi lettori non ci sono proprio.

    In definitiva: non si vede una ragione valida per finanziare i quotidiani. L’unica ragione (ma non valida) mi sembra quella suggerita nell’articolo: il nesso tra politica e giornalismo. La politica ha a sua disposizione degli individui che, volenti o nolenti, sostengono sempre e comunque certe posizioni. Il giornalismo ha una fonte certa di finanziamento, che gli permette di prendersi dei lussi che altrimenti non si potrebbe prendere. Insomma: anziche’ essere lo spirito critico di una societa’ (come appunto dovrebbe essere il giornalismo), i quotidiani finiscono per essere lo strumento di protezione della politica.

    Quest’oggi sul Corriere Nicola Rossi parla di leadership decadute: chi scrive ritiene che se quelle leadership sono ancora in sella ai loro partiti lo si deve anche al fatto che il giornalismo italiano ha sempre evitato di porre certe domande. Perfettamente in linea con le conclusioni dell’articolo qui sopra.

    Saluti, ag.

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  3. Reimmettere sul mercato il capitale azionario dei grandi editori con atto d’imperio legislativo equivarrebbe a limitare il diritto di proprietà e d’impresa, una misura dirigista e assai poco liberale. Occorre rifuggire dalle suggestioni secondo le quali i sussidi all’editoria (segnatamente quelli alle  piccole testate) rappresenterebbero un modo per fare antitrust, impedendo abusi di posizione dominante. Questa tesi, in realtà, non fa che perpetuare la soggezione della stampa alla politica, impedendone l’emancipazione, l’affrancamento, e lo sviluppo qualitativo. Io non credo che i “grandi gruppi editoriali” siano colpevoli di abuso di posizione di dominante, soprattutto se guardiamo al mercato di riferimento, che è quello dei media in senso lato, cioè non solo stampa ma anche internet, televisione ecc. Se i quotidiani non riescono a stare sul mercato senza sussidi, chiudano o si ristrutturino.

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  4. Anche se condivido parte di quello che dici, io sarei più cauto sulle qualità del mercato nel settore dei media e dell’informazione. In TV grazie al criterio dell’audience ci dobbiamo sorbire Vespa e i trenini di Maurizio Costanzo. La stampa italiana non è granché, ma se questi sono i risultati dell’efficienza…

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  5. Ovviamente il sottoscritto crede che la Rai sia da privatizzare. Non era possibile inserire il tema dell’informazione televisiva nell’articolo, altrimenti sarebbe venuto un romanzo.
    Il sistema dell’auditel e’ da cambiare, come anche la regolazione dell’emittenti televisive e il sistema di assegnazione delle frequenze: piu’ pluralismo, meno oligopoli.

    Il punto e’ un altro: i sussidi non fanno crescere la qualita’. Come detto: guardiamo la qualita’ dei nostir quotidiani e quella degli altri paesi e ce ne rendiamo conto.

    Addendum: la qualita’ della televisione italiana e’ bassa. Non a caso l’intervento pubblico nel sistema radioteleviso e’ estremamente elevato. La relazione sembra piu’ che causale. Saluti, ag.

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  6. Mi sarò spiegato male. Non volevo dire che i sussidi generano qualità, ma che in alcuni casi un intervento pubblico–formulato e gestito in maniera differente da come lo facciamo noi oggi con i giornali, intendiamoci– può essere una soluzione per evitare che prodotti di qualità spariscano dal mercato perchè poco ricercati. Tu citavi l’esempio del Foglio. Beh, anche se non condivido le idee che lo ispirano, a me sinceramente dispiacerebbe vedere il Foglio sparire dalle edicole o doverlo pagare un prezzo esorbitante.
    Più in generale, secondo me bisogna stare attenti con questo mantra del mercato che risolve tutti i problemi e dell’ottimo Paretiano come unico criterio guida per le politiche pubbliche. Io la soluzione in tasca non ce l’ho, dico solo che forse equiparare i giornali alle merendine non è il punto di partenza migliore, visto che i giornali hanno delle funzioni che mancano alle merendine.

    Sulla televisione poi, mi sembra che la tua regola aurea “intervento pubblico=TV di bassa qualità” mostri delle grosse incrinature, visto che un modello di televisione (ma anche radio, internet, etc.) di altissimo livello come la BBC è pubblico. E non sono sicuro che un servizio del genere potrebbe essere offerto dal mercato. Insomma, il problema, secondo me, non è se lo stato interviene o no, ma come interviene.

    At salut.

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  7. Articolo interessante. Credo comunque che la cultura (leggere in questo caso) appartenga a coloro che sono abituati come formazione, a conoscere la realtà e ad intraprendere la strada dell'approfondimento. Oggi se dici ad alcuni..Aldo Moro!..c'è il vuoto.In gran parte dei lettori, manca il remoto e pertanto non si innalza l'interesse. Comunque..Di editori che facciano quel che dicono, non ce ne sono e pertanto tu dici una cosa giusta, quando parli dell'appiattimento dei contenuti su basi politiche o soggettive di parte. In merito ai giornalisti ci sarebbe da raccontare un poema e a volte c'è da chiedersi, se dovessero dire il vero invece del giusto, li farebbero scrivere ancora?

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