Aboliamo i sussidi ai quotidiani italiani

di Andrea Gilli

L’Italia è un paese di profonde contraddizioni. La sua carta stampata non fa eccezione. I giornali italiani vengono letti da poche persone. E quelle poche, nel tempo, diminuiscono. Dunque, agli italiani i giornali piaciono poco, e, soprattutto, piacciono sempre meno: prova ne è il fatto che il numero di copie vendute sia in rapida discesa.

Ciò significa, in altri termini, che i privati cittadini sono sempre meno disposti a spendere i loro soldi per comprare un prodotto che, per varie ragioni, non è di loro gradimento. In un Paese normale, con una normale economia di mercato, si assisterebbe ad un processo di ristrutturazione interna del settore. Alcuni giornali chiuderebbero, altri si fonderebbero, altri ancora si trasformerebbero, con il risultato finale che agli italiani verrebbe offerto un prodotto di loro gradimento, e che quindi rinizierebbero a comprare.

Questo, appunto, in un Paese normale. Non nel nostro, dove, invece, nonostante la disaffezione verso la carta stampata, i quotidiani continuano a restare uguali a se stessi anche se la gente non li acquista. Infatti, proprio dove i consumatori (o gli introiti pubblicitari, che sono proporzionati alla diffusione dei giornali) si fermano, arrivano i sussidi statali. I quotidiani italiani sono infatti (tutti) sussidiati dallo Stato (caso probabilmente unico nel mondo civilizzato). In altre parole, i soldi che i giornali non riescono a raccogliere tramite la vendita delle singole edizioni o degli spazi pubblicitari, vengono loro offerti dalla classe politica.

Gli effetti di questo sistema sono, come appare ovvio di primo acchito, nefasti. Di qui, a nostro giudizio, la necessità di abolire i sussidi alla carta stampata italiana, senza alcuna eccezione. Il suo finanziamento pubblico permette infatti il mantenimento in vita di un prodotto che i lettori non apprezzano; la costruzione di un rapporto simbiotico tra stampa e politica; e, infine, lo sviluppo di ripercussioni negative sul dibattito politico culturale italiano e quindi più in generale, sulla politica italiana.

Un servizio che è considerato non all’altezza del suo prezzo.

Che la qualità media dei quotidiani italiani sia bassa, molto bassa, è cosa assai risaputa. Chiunque sfogli le maggiori testate (ma anche le minori) se ne rende facilmente conto. Le analisi proposte sono spesso di scarso livello, poco ingegnose e molto ideologiche. I resoconti sono scarni e soprattutto, unico caso al mondo, il giornalismo italiano sembra essere rivolto più ai giornalisti che al pubblico. Non si riesce altrimenti a spiegare (tanto per fare un esempio) la frequente propensione dei giornalisti a riportare i dibattiti che avvengono sugli altri fogli (qualcuno si immagina il New York Times riportare ripetutamente le diatribe che avvengono sul Washingon Post?).

Eppure, come detto, malgrado il trend decrescente delle vendite, i quotidiani italiani non cambiano: essi rimangono passivi di fronte a questo trend (salvo l’introduzione del formato “a colori” da parte di alcuni di loro; e l’aumento sproporzionato di allegati, libri, enciclopedie, santini). E addirittura qualcuno va fiero dell’attuale sistema (Giuliano Ferrara – ma non è il solo, purtroppo – alcuni mesi fa giustificò i contributi pubblici al suo quotidiano con il fatto che quest’ultimo alimenterebbe il dibattito pubblico italiano. Nessuno ha mai informato Ferrara che il compito dello Stato non e’ quello di alimentare un dibattito pubblico – quello spetta ai privati cittadini – ma più semplicemente quello di fornire beni pubblici?).

Il ruolo della politica

Il giornalismo italiano non è solo rivolto a se stesso, ma è anche fortemente legato al mondo della politica. Come è evidente, se la politica sussidia i quotidiani, questi finiscono per avere tanti piccoli clienti senza voce (i lettori) e un lettore importante che nei loro confronti gode quasi di un potere monopsonico (la politica, appunto).

Le conseguenze sono evidenti: in primo luogo vi è una certa timidezza della carta stampata verso la classe politica. Ma ancora più importante è il rapporto simbiotico che si sviluppa con quest’ultima, tant’è che, mentre negli Stati Uniti si passa per la Columbia School of Journalism per andare al Washington Post, in Italia si passa dalle stanze del Parlamento per finire nelle redazioni dei giornali (anche per via dell’esistenza di testate politiche che di fatto, grazie ai sussidi pubblici, rappresentano primari canali di informazione: anche questo è un caso abbastanza anomalo se si eccettua la Cina).

Non è un caso, d’altronde, che una quota rilevante dei nostri giornalisti abbia un passato da politico, e che una quota altrettanto rilevante dei nostri politici abbia un passato da giornalista.

Tra i molteplici dubbi che possono sorgere da questo sistema, vogliamo rivolgere la nostra attenzione verso quello che a noi pare chiaramente un mercimonio tra politica e quotidiani: da una parte, la politica inonda le casse della carta stampata italiana, dall’altra pretende un’influenza nella loro conduzione. Alcune volte in modo palese (si ricorderà l’ambigua e ancora oscura uscita di scena di Ferruccio De Bortoli da Direttore del Corriere della Sera), ma molto più spesso (e in maniera più subdola) in modo meno palese, infiltrando alcuni dei suoi adepti nel mondo del giornalismo – obiettivo facilitato dall’esistenza dei giornali di partito di cui sopra. Da ciò risulta dunque una classe giornalistica molto spesso ideologizzata e attenta più agli interessi dei propri sponsor che ai fatti – con un conseguente abbassamento generale della qualità della carta stampata.

La politica guadagna così un giornalismo meno aggressivo, e soprattutto degli ottimi insider nel mondo dell’informazione che lavorano più per aiutare i loro sponsor che per acquisire notizie e compiere analisi. Si pensi per esempio al famigerato “buco di bilancio” che il governo di centro-sinistra avrebbe lasciato nel 2001. A sei anni di distanza, un cittadino qualunque che legge i giornali non è ancora in grado di dire chi avesse ragione tra Dini e Tremonti. Il motivo è che la verità non esiste, almeno per il nostro giornalismo: leggendo alcuni giornali aveva ragione Dini, leggendone altri aveva ragione Tremonti. Il singolo lettore è lasciato a se stesso.

A proposito viene solo da chiedersi a cosa serva l’Ordine del giornalisti e soprattutto quali sarebbero le garanzie di professionalità e serietà che esso dovrebbe assicurare.

Senza entrare nel contesto delle drammatiche inefficienze economiche che questo sistema di sussidi produce sul sistema economico italiano (quello stesso sistema economico italiano che i quotidiani italiani vogliono contribuire, con i loro editoriali, a rinnovare), possiamo facilmente affermare che da questa situazione deriva un abbassamento della qualità del dibattito politico italiano. In primo luogo, come detto, si ha un giornalismo chiuso e autoreferenziale e che scrive per se stesso. Questo stesso giornalismo, inoltre, è in buona parte composto di gente impreparata o comunque non rintracciabile tra i “migliori” (vedi quanto si diceva prima sulla Columbia School of Journalism). Infine, si ha una politica che sa di avere un certo controllo sulla carta stampata, una sorta di potere di deterrenza nei suoi confronti, e che quindi si sente molto più legittimata ad agire come ha sempre agito (male) piuttosto che obbligata ad essere responsabile e lungimirante (una stampa seria dovrebbe costringerla, invece, ad agire in questa maniera).

Insomma, i sussidi ai quotidiani hanno delle conseguenze nefaste sull’economia del Paese, sulla qualità del dibattito politico italiano e su quella della politica.

I sussidi, secondo noi, andrebbero dunque eliminati, in modo che sia il mercato a determinare la qualità e i volumi dell’offerta giornalistica. Avremmo in questa maniera un mercato meritocratico del lavoro giornalistico: mercato che attualmente non esiste. Avremmo un significativo risparmio di risorse, e, soprattutto avremmo un dibattito politico degno di un Paese del G8 e non di un Paese appena uscito da una guerra etnica.

Poichè è la politica che decide l’elargizione di questi sussidi, e poichè è essa che trae i principali benefici da questo sistema di prebende, dubitiamo che questa abolizione possa realmente avvenire, almeno in tempi rapidi.

Non per questo motivo, però, il tema non è meritorio di attenzione, soprattutto in ragione dei continui richiami al taglio agli “sprechi” che però, puntualmente, non arrivano.

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7 Comments

  1. Attenzione alle soluzioni ingenue. I sussidi indubbiamente sono scandalosi, ma se si tolgono d’amblé cosa succede? Che si dà vittoria completa all’ondata di commistione tra partiti, grande impresa ed editoria: una torta iniziata negli anni ’80. In sostanza, se togli i sussidi senza reimmettere sul mercato (con azionariato pubblico o altro) i grandi gruppi (Repubblica, Corriere della Sera…), non fai altro che far chiudere i piccoli giornali. Se sul mercato restano i monopoli totali di Corsera, Stampa, Repubblica, 24Ore, Il Giornale e poco altro, allora il giornalismo italiota può davvero chiudere bottega, o no?

  2. Credo il problema sia da guardare sotto il profilo dell’efficienza, l’unico parametro oggettivo per esprimere un’opinione.

    I (grandi) giornali italiani vengono letti da poche persone. Quelli piccoli, da pochissime: oserei dire quasi da nessuno (Il Foglio, tanto per fare un nome, vende 10.000 copie al giorno “dichiarate”; praticamente nulla). Se i lettori di questi giornali hanno tanto a cuore la sorte della loro lettura quotidiana preferita, allora saranno sicuramente disposti a pagare un prezzo maggiorato per continuare ad avere questo prodotto. Se cio’ non avviene, allora bisogna trarre due conclusioni:

    1) gli stessi lettori non considerano quella data testata cosi’ importante;
    2) i lettori di quella testata sono davvero pochi (cosa che implicherebbe costi mastodontici per quei pochi utenti).

    In entrambi i casi e’ chiaro che allora quei quotidiani non contano poi cosi’ tanto nel panorama informativo italiano, soprattutto alla luce del fatto che i loro stessi lettori o non lo considerano un prodotto indispensabile o addirittura questi lettori non ci sono proprio.

    In definitiva: non si vede una ragione valida per finanziare i quotidiani. L’unica ragione (ma non valida) mi sembra quella suggerita nell’articolo: il nesso tra politica e giornalismo. La politica ha a sua disposizione degli individui che, volenti o nolenti, sostengono sempre e comunque certe posizioni. Il giornalismo ha una fonte certa di finanziamento, che gli permette di prendersi dei lussi che altrimenti non si potrebbe prendere. Insomma: anziche’ essere lo spirito critico di una societa’ (come appunto dovrebbe essere il giornalismo), i quotidiani finiscono per essere lo strumento di protezione della politica.

    Quest’oggi sul Corriere Nicola Rossi parla di leadership decadute: chi scrive ritiene che se quelle leadership sono ancora in sella ai loro partiti lo si deve anche al fatto che il giornalismo italiano ha sempre evitato di porre certe domande. Perfettamente in linea con le conclusioni dell’articolo qui sopra.

    Saluti, ag.

  3. Reimmettere sul mercato il capitale azionario dei grandi editori con atto d’imperio legislativo equivarrebbe a limitare il diritto di proprietà e d’impresa, una misura dirigista e assai poco liberale. Occorre rifuggire dalle suggestioni secondo le quali i sussidi all’editoria (segnatamente quelli alle  piccole testate) rappresenterebbero un modo per fare antitrust, impedendo abusi di posizione dominante. Questa tesi, in realtà, non fa che perpetuare la soggezione della stampa alla politica, impedendone l’emancipazione, l’affrancamento, e lo sviluppo qualitativo. Io non credo che i “grandi gruppi editoriali” siano colpevoli di abuso di posizione di dominante, soprattutto se guardiamo al mercato di riferimento, che è quello dei media in senso lato, cioè non solo stampa ma anche internet, televisione ecc. Se i quotidiani non riescono a stare sul mercato senza sussidi, chiudano o si ristrutturino.

  4. Anche se condivido parte di quello che dici, io sarei più cauto sulle qualità del mercato nel settore dei media e dell’informazione. In TV grazie al criterio dell’audience ci dobbiamo sorbire Vespa e i trenini di Maurizio Costanzo. La stampa italiana non è granché, ma se questi sono i risultati dell’efficienza…

  5. Ovviamente il sottoscritto crede che la Rai sia da privatizzare. Non era possibile inserire il tema dell’informazione televisiva nell’articolo, altrimenti sarebbe venuto un romanzo.
    Il sistema dell’auditel e’ da cambiare, come anche la regolazione dell’emittenti televisive e il sistema di assegnazione delle frequenze: piu’ pluralismo, meno oligopoli.

    Il punto e’ un altro: i sussidi non fanno crescere la qualita’. Come detto: guardiamo la qualita’ dei nostir quotidiani e quella degli altri paesi e ce ne rendiamo conto.

    Addendum: la qualita’ della televisione italiana e’ bassa. Non a caso l’intervento pubblico nel sistema radioteleviso e’ estremamente elevato. La relazione sembra piu’ che causale. Saluti, ag.

  6. Mi sarò spiegato male. Non volevo dire che i sussidi generano qualità, ma che in alcuni casi un intervento pubblico–formulato e gestito in maniera differente da come lo facciamo noi oggi con i giornali, intendiamoci– può essere una soluzione per evitare che prodotti di qualità spariscano dal mercato perchè poco ricercati. Tu citavi l’esempio del Foglio. Beh, anche se non condivido le idee che lo ispirano, a me sinceramente dispiacerebbe vedere il Foglio sparire dalle edicole o doverlo pagare un prezzo esorbitante.
    Più in generale, secondo me bisogna stare attenti con questo mantra del mercato che risolve tutti i problemi e dell’ottimo Paretiano come unico criterio guida per le politiche pubbliche. Io la soluzione in tasca non ce l’ho, dico solo che forse equiparare i giornali alle merendine non è il punto di partenza migliore, visto che i giornali hanno delle funzioni che mancano alle merendine.

    Sulla televisione poi, mi sembra che la tua regola aurea “intervento pubblico=TV di bassa qualità” mostri delle grosse incrinature, visto che un modello di televisione (ma anche radio, internet, etc.) di altissimo livello come la BBC è pubblico. E non sono sicuro che un servizio del genere potrebbe essere offerto dal mercato. Insomma, il problema, secondo me, non è se lo stato interviene o no, ma come interviene.

    At salut.

  7. Articolo interessante. Credo comunque che la cultura (leggere in questo caso) appartenga a coloro che sono abituati come formazione, a conoscere la realtà e ad intraprendere la strada dell'approfondimento. Oggi se dici ad alcuni..Aldo Moro!..c'è il vuoto.In gran parte dei lettori, manca il remoto e pertanto non si innalza l'interesse. Comunque..Di editori che facciano quel che dicono, non ce ne sono e pertanto tu dici una cosa giusta, quando parli dell'appiattimento dei contenuti su basi politiche o soggettive di parte. In merito ai giornalisti ci sarebbe da raccontare un poema e a volte c'è da chiedersi, se dovessero dire il vero invece del giusto, li farebbero scrivere ancora?

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