Contro il monopolio intellettuale (III): interviene Michele Boldrin

Riprendendo l’interessante dibattito apertosi su Epistemes due settimane fa e riguardante i diritti di proprietà intellettuale e l’analisi del mercato della musica, nell’ambito del quale le grandi case discografiche – nel bene e nel male – la fanno da padrone, pubblichiamo l’intervento di un nostro lettore d’eccezione, il Prof. Michele Boldrin della Washington University in St. Louis, uno dei massimi esperti in materia, già citato in “Contro il monopolio intellettuale: il caso delle grandi major della musica” e “Contro il monopolio intellettuale (II): l’evidenza empirica nel mercato della musica”. Nel suo articolo, che non segue i canoni e la struttura soliti di questo sito, il Prof. Boldrin si rivolge ad Andrea Asoni proponendo la sua critica ad alcuni punti messi in risalto nel pezzo intitolato “In favore del monopolio intellettuale: più musica per tutti”, del quale si riportano i corrispondenti stralci.

Cogliamo l’occasione per ringraziare Michele per le sue osservazioni, per averci riservato questo suo commento e per aver adottato uno stile ed un linguaggio accessibile e divulgativo, pur trattando di questioni economiche che certamente meritano e necessitano un’analisi tecnicamente più approfondita.

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I buchi nella rete fiscale

di Mario Seminerio

Il presidente Bush e l’Office of Management and Budget hanno reso noto lo scorso 5 febbraio il progetto di bilancio 2008. A consuntivo di quanto realizzato finora dall’Amministrazione, si segnala la progressione del gettito fiscale, pari al 7.5 per cento medio annuo dal 2002 al 2006, elemento che rafforza l’esigenza del contenimento della spesa federale per contrastare il deficit. Ciò che appare eclatante, nell’attuale legislazione fiscale statunitense, è l’enorme numero di deduzioni, crediti d’imposta ed esenzioni.

Nella terminologia del bilancio federale tali agevolazioni sono definite “tax expenditures“, espressione che potremmo approssimativamente tradurre “spese fiscali” per la loro somiglianza con la spesa governativa diretta. Occorre ribadire che quando esenzioni, crediti e deduzioni riducono il debito d’imposta di qualcuno, ciò significa che qualcun altro dovrà sopportare tale onere, sotto forma di maggiori imposte. Se lo stato non dovesse, attraverso le imposte, pagare i contribuenti per consentire ai medesimi di fare certe cose con il loro stesso denaro, il sistema delle imposte sul reddito potrebbe raccogliere lo stesso ammontare di risorse con aliquote d’imposta assai minori.

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Il “grand bargain” di Pechino e il nuovo corso americano

di Daniele G. Sfregola

L'accordo di Pechino

L’accordo preliminare siglato il 12 febbraio a Pechino dai capi-delegazione degli Stati coinvolti nel negoziato esapartito sul nucleare nordcoreano è passato inaspettatamente sotto traccia nel dibattito nazionale. Eppure l’intesa raggiunta sembra costituire un duplice turning point, potenzialmente foriero di particolari conseguenze politiche nell’immediato futuro.

Innanzitutto, questo vale per il pluridecennale contenzioso inerente la Corea del Nord e il suo programma nucleare. Ulteriormente, esso rappresenta l’esito di un processo di profondo ripensamento della maggiore potenza mondiale su due temi-chiave della propria agenda di politica estera, la proliferazione nucleare e la diffusione della democrazia nel mondo.

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La ripresa italiana: fu vera gloria?

di Mario Seminerio

Nei prossimi giorni l’Istat pubblicherà il dettaglio dei contributi alla crescita del prodotto interno lordo italiano da parte di consumi, investimenti, scorte e commercio estero. Sarà un’ottima occasione per capire se il dato di crescita apparentemente molto robusta dell’economia italiana possiede un fondamento strutturale, e non solo congiunturale. Per ora, possiamo solo constatare che sorprese al rialzo si sono verificate nella crescita di tutti i grandi paesi di Eurolandia. Ad esempio, il pil tedesco è cresciuto dello 0.9 per cento trimestrale, e del 3.7 per cento annualizzato, contro attese rispettivamente per un più 0.6 e più 3.2 per cento; quello francese dello 0.7 per cento, a fronte di attese poste a più 0.5 per cento; quello spagnolo dell’1.1 per cento trimestrale e del 4 per cento annualizzato, battendo stime di consenso poste rispettivamente a più 1 e più 3.9 per cento. Per l’intera Eurozona, la crescita è stata dello 0.9 per cento trimestrale, contro attese per un più 0.6 per cento ed un dato del terzo trimestre pari a più 0.5 per cento.

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Perche’ un Iran nucleare non rappresenta necessariamente una minaccia

di Andrea Gilli

Prima Piero Ostellino, sul Corriere di due settimane fa, poi l’Economist, e infine Franco Venturini, di nuovo sul Corriere, solo per citarne alcuni, tutti d’accordo a dire: un Iran dotato di armi nucleari rappresenta una minaccia per il mondo intero.

La logica sarebbe grosso modo la seguente: l’Iran, attraverso il suo presidente Mahmoud Ahmadinejad, ha fatto recentemente delle dichiarazioni abominevoli circa il futuro di Israele. Il suo intento distruttivo e’ palese e, dunque, un Iran nucleare non potrebbe che attaccare Israele compiendo un “Olocausto nucleare”.

Tutto molto semplice. Oseremmo dire: fin troppo. Spieghiamoci meglio: se tutto fosse cosi’ semplice come costoro sembrano suggerire, allora non si capisce perche’ questa versione non sia ancora stata accettata da tutti, e soprattutto dal circolo accademico statunitense. Il motivo e’, anch’esso, molto semplice: questa versione e’ troppo semplice. Va bene per scrivere degli editoriali un po’ indignati e un po’ arrabbiati su quotidiani e riviste. Va bene per ottenere del facile consenso interno, va bene, insomma, per dare spiegazioni facili a questioni complesse. Ma di sicuro non supera l’asticella della mediocrita’ per essere presa seriamente da chi conduce la politica estera. Vediamo in breve quali sono i problemi di una simile interpretazione.

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Contro il monopolio intellettuale (II): l’evidenza empirica nel mercato della musica

di Pierangelo De Pace 

Con il termine “liberalizzazione”, nella sua accezione economica, si intende la rimozione dei vincoli – di qualsiasi natura essi siano – che impediscono al libero mercato di funzionare e agli agenti economici interessati e al di fuori di esso di entrare, sia in qualità di consumatori, sia (assai più spesso) in qualità di produttori. Le liberalizzazioni intese in senso economico non hanno alcuna connotazione etica o morale. Se desiderabili, sono utili per il raggiungimento di un equilibrio efficiente in un dato mercato, in corrispondenza del quale il benessere aggregato degli agenti economici è massimizzato.

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In favore del monopolio intellettuale: più musica per tutti

di Andrea Asoni

Le case discografiche, che detengono il diritto di riproduzione e vendita della produzione di singoli musicisti e cantanti, vengono spesso accusate di usare tale diritto per estrarre ingiusti profitti dai consumatori e limitare la loro scelta. Tale accusa merita un’attenta analisi. Presenterò degli argomenti che sollevano dubbi in merito a tale affermazione. Discuterò inoltre di alcune proposte, specificamente della proposta di abolizione del diritto di proprietà intellettuale (DPI) come misura di policy volta a proteggere i consumatori.

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