Contro il monopolio intellettuale: il caso delle grandi major della musica

7 pensieri su “Contro il monopolio intellettuale: il caso delle grandi major della musica”

  1. Dubito fortemente che gli artisti potrebbero sopravvivere se fosse legale non pagare le loro opere, la prova di questo è proprio il file sharing illegale, se già adesso che non si dovrebbe molti tolgono il compenso che spetterebbe loro, se fosse legale non pagare quale “fesso” (in Italia è furbo chi non paga) li pagherebbe ?
    L’esempio storico appropriato è quello dei sofisti che hanno reso accessibile a tutti la conoscenza perché si facevano pagare, prima infatti solo Aristotele e gli altri ricchi potevano “fare cultura” per diletto.

    Se davvero l’assenza delle major rendesse il mercato più efficiente, se davvero gli artisti fossero tutelati, che cosa impedisce ad un gruppo di persone, già ora, di adottare licenze che permettono lo scambio legale e di distribuire la loro musica attraverso internet ?
    Il semplice fatto che esistano le major ed un diritto d’autore restrittivo non impedisce ad altri attori di entrare nel mercato, e se davvero si rivelassero migliori i consumatori li sceglierebbero, no ?
    D’altronde questi nuovi produttori avrebbero la musica migliore, poiché come lei stesso dice:
    «non sembrano essere fattore determinante degli incentivi alla produzione di buona musica.»

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  2. Prendo spunto dall’intervento di sopra per chiarire alcuni punti.

    Occorre innanzitutto distinguere tra due diversi livelli di analisi. Il primo, in cui il musicista produce musica e vende la propria opera; il secondo, in cui l’acquirente dell’opera la ridistribuisce al prezzo che ritiene opportuno e che le condizioni di mercato gli consentono.

    Partendo da questa semplice osservazione, non si puo` non sottolineare il fatto che le case discografiche NON producono musica. Esse la commissionano e la comprano dagli artisti, poi la distribuiscono. Sono dei semplici intermediari.

    Si potrebbe gia` discutere su questo fatto, in quanto la configurazione di mercato esistente a questo primo livello potrebbe non essere quella ottimale. Esistono numerosi artisti e solo quattro case discografiche in grado di comprare la loro produzione; non vi e` dunque un mercato concorrenziale, ragion per cui, ma al momento non ho dati per supportare questa tesi, non solo agli artisti vengono corrisposte cifre irrisorie, se paragonate ai profitti delle major, ma una gran parte di essi non ha accesso, come scritto nell’articolo, alla grande distribuzione mondiale. In altre parole, solo alcuni artisti sono tutelati e la stragrande maggioranza di essi non gode di alcun riconoscimento. Non mi sembra una situazione ottimale.

    Nella visione proposta nell’articolo, e cioe` un mondo senza copyright, l’artista produce la propria musica e la vende (una volta sola, la prima volta) al prezzo che ritiene “giusto”. In questo senso l’artista viene tutelato: ha venduto la propria opera dell’intelletto ad un prezzo positivo e vi e` stato un acquirente. Se il prezzo non viene giudicato sufficiente, la transazione semplicemente non avviene e l’artista e` tutelato ugualmente, dal momento che la sua opera dell’intelletto non puo` in questo caso circolare.

    Una volta venduta la propria opera, pero`, si entra nel secondo livello di analisi. Fino a quindici anni fa circa non esisteva internet ed i costi di distribuzione della musica erano ingenti. Quello della distribuzione e` un secondo mercato (rispetto al primo analizzato, che mette in relazione produttore ed intermediario): dopo aver sostenuto dei costi iniziali (l’acquisto della musica direttamente dall’autore, cosi` come qualsiasi altra impresa in qualsiasi altra industria incorre in costi iniziali prima di portare avanti la propria attivita`), la distribuzione puo` avvenire ad un prezzo che viene determinato dal mercato.

    Nella fattispecie, prima di internet, in un sistema ipoteticamente concorrenziale, la distribuzione sarebbe potuta avvenire ad un prezzo positivo e comunque rilevante. Con internet i prezzi di distribuzione calano necessariamente, dal momento che i costi di duplicazione del materiale musicale sono prossimi allo zero.

    L’impossibilita` da parte dei distributori, in un sistema del genere, di praticare prezzi elevati come fatto fin’ora nel mondo reale, ridurrebbe i compensi medi degli autori (sapendo che il prezzo d’equilibrio nel mercato della grande distribuzione sarebbe prossimo allo zero o comunque molto basso, i distributori non accetterebbero piu` di pagare cifre esorbitanti ad un singolo cantante). Cio` non e` negativo: si abbassa il prezzo da corrispondere a Britney Spears, ma si alza quello relativo al cantante sconosciuto che fino ad ora non ha avuto accesso al mercato globale. Questo mi sembra un miglioramento: la determinazione di prezzi su base concorrenziale e l’eliminazione di rendite di cui solo alcuni cantanti beneficiano grazie ad un sistema di mercato oligopolistico.

    Riguardo alla seconda questione che Gabriele solleva: tanti autori gia` distribuiscono gratuitamente la propria musica online, non coprendola con copyright. I consumatori non la preferiscono non certo perche` non di qualita`, ma semplicemente perche` questo sistema non consente ancora al musicista o cantante di ottenere lo stesso livello di pubblicita` assicurato dalle major ai propri artisti. Eliminando questa evidente asimmetria, e` molto piu` probabile che, come giustamente afferma, i prodotti migliori siano preferiti dalla maggior parte degli utenti.

    Concludo con una domanda: i sofisti vendevano evidentemente la propria conoscenza. Ma vi era forse qualcuno che li tutelasse ulteriormente contro la distribuzione “illecita” di questa? Non mi sembra, ma potrei sbagliarmi. Eppure hanno continuato a produrre filosofia.

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  3. Ho fatto l’esempio dei sofisti non a caso, infatti i sofisti ed i musicisti classici cui lei faceva riferimento non vendevano canzoni, ma servizi. Alcuni producevano anche quel che distribuivano, ma erano pagati, anzi mantenuti nelle corti, principalmente per un servizio: quello di riprodurre la musica.
    Per il semplice fatto che la riproduzione della conoscenza era, nei fatti, poco pratica, i costi della stampa o dei pianoforti erano troppo alti, quindi conveniva di più acquistare, e quindi parallelamente vendere, il servizio.

    Il mercato di cui stiamo parlando è invece uno di prodotti, in cui il costo della riproduzione è, come lei stesso sottolinea, prossimo allo zero, in questo caso conviene più acquistare il prodotto che il servizio.
    Il problema, però, è che se non c’è servizio, vale a dire qualcuno che produce musica o conoscenza, non ci può essere neanche distribuzione, non essendoci niente da distribuire, quindi la questione più che economica è pratica, se non si fa pagare la distribuzione i produttori di conoscenza saranno molti di meno.
    La soluzione, a mio modesto parere, consiste nel semplificare la distribuzione, sia in termini di tecnologie usate che di strutture, togliendo anche gli intermediari (benché i costi di un’opera di qualità sono elevati) ove possibile, ma garantendo che la distribuzione sia sempre pagata.

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  4. Interessante. Si tratta del tipico argomento che sto cercando di approfondire perchè mi interessa.

    Stavo per scrivere una domanda sulla distinzione tra costo fisso e sommerso, ma il terzo commento ha chiarito tutto prima che spingessi submit.

    Supponiamo che esistano un milione e un fan disposti a pagare 10 euro un CD; e supponiamo che il costo di produzione del CD sia 10 milioni di euro. Nel sistema proposto, il primo acquirente paga 10M€ e gli altri un milione non pagano nulla; oppure nessuno paga 10M€ e non si fa il CD.

    Ho capito bene?

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  5. L’analisi di Bodrine e Levine, eloquentemente presentata dal Dott. De Pace, è particolarmente interessante. Trovo delle affinità anche con la tesi di Chris Andersonn, brillantemente dimostrata in “The Long Tail”.
    Internet sta palesemente rivoluzionando il mercato e la distribuzione della musica, garantendo un accesso facilitato e una maggiore scelta. Sono daccordo sul fatto che l’abbassamento dei profitti non disincentiverebbe la produzione musicale di qualità (anzi, forse la incentiverebbe). Gabriele sembra accostare la qualità della musica alla quantità, anche se sono concetti totalmente indipendenti. Credo quindi che la modifica delle leggi sul copyright e l’abbattimento di questi oligopoli possa soltanto generare un influsso positivo sul sistema.
    Il mio unico timore è che, comunque, in un mondo senza major, soltanto chi potrà permettersi di autofinanziarsi in pubblicità (soprattuto in rete) riuscirà ad influire sul consumatore, garantendosi maggior visibilità e di conseguenza maggiori vendite.

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  6. “Il mio unico timore è che, comunque, in un mondo senza major, soltanto chi potrà permettersi di autofinanziarsi in pubblicità (soprattuto in rete) riuscirà ad influire sul consumatore, garantendosi maggior visibilità e di conseguenza maggiori vendite.”

    Timore legittimo, naturalmente. Che, devo dire, condivido in parte.

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