Contro il monopolio intellettuale (II): l’evidenza empirica nel mercato della musica

6 pensieri su “Contro il monopolio intellettuale (II): l’evidenza empirica nel mercato della musica”

  1. Dott. De Pace, io credo che il file sharing abbia empiricamente avuto un impatto negativo sulla vendita legale di CD e persino sulla vendita legale di vinili (di cui io sono feticista). Grazie ad appositi siti internet, infatti, oggi anche i dj (gli unici divoratori di vinili sopravvissuti) possono acquistare le produzioni underground appena pubblicate dalle label in mp3 (prima reperibili soltanto in 12″).
    Di certo gli introiti delle major, come ha fatto notare, non si sono ridotti. Questo semplicemente perchè hanno concentrato l’attenzione sulla vendita on line (es. iTunes) compensando la riduzione derivata dal calo delle vendite di CD. Quindi, è vero che le vendite non sono diminuite, ma bisognerebbe specificare che, se non lo hanno fatto, è soltanto grazie alla vendita di mp3 on line. Stiamo assistendo ad uno spostamento del baricentro commerciale dal negozio di dischi al sito internet.
    Quindi, quando lei afferma che i P2P non hanno penalizzato le vendite, si riferisce alle vendite globali di musica o alle vendite di CD? Chiedo scusa ma, senza avere fonti al riguardo, mi riesce difficile credere che il file sharing non abbia ridotto le vendite di CD.

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  2. Gentile Bucci, nell’articolo non si fa riferimento ai profitti delle major. I dati trattati e riportati si riferiscono esclusivamente alle quantita` offerte e vendute legalmente negli USA negli ultimi anni.

    Il calo delle vendite non viene assolutamente negato. L’analisi statistica dei due economisti citati, finalizzata a far luce sulle cause di questa tendenza, esclude che la flessione sia da addebitare al fenomeno P2P (almeno fino a questo momento), riconducendola invece ad altri fattori che non ho mancato di riportare in maniera esplicita.

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  3. Ringrazio Eppols per il prezioso contributo.

    Approfitto inoltre della segnalazione per qualche ulteriore chiarimento. Non conoscevo l’articolo indicato (a quanto sembra circola solo da qualche settimana): contribuisce tuttavia in maniera rilevante e pertinente ai fini di questa discussione (non spostandone i termini verso ambiti non importanti), pur giungendo a conclusioni diverse rispetto alla ricerca che ho indicato sopra. Questo a testimanianza del fatto che il fenomeno oggetto di analisi e` sicuramente di difficile misurazione empirica e che non vi e` largo consenso sul reale effetto della tecnologia P2P sulle vendite legali di musica. D’altronde, i contributi empirici in questo ambito si contano sulle dita di una mano.

    Quello che mi preme sottolineare e` quanto segue. L’articolo da me indicato giustifica l’ipotesi del rilassamento dei termini e della portata dei diritti di proprieta` intellettuale sulla base della considerazione empiricamente portata avanti che: a) il P2P aumenta il benessere dei consumatori e b) il P2P non influisce significativamente sulle vendite delle case discografiche, non essendone dunque la causa del periodo di difficolta`.

    L’articolo che segnale Eppols afferma che il punto b) e` contestabile sulla base di rilevazioni empiriche ed analisi statistiche appropriate.

    Cio`, tuttavia, non indebolisce di molto la posizione di chi crede che i diritti di proprieta` intellettuale vadano rivisti. Se il beneficio netto indotto dalla revisione fosse positivo (il punto fondamentale dell’intero discorso), e cioe` la perdita di benessere a carico di produttori e distributori di musica fosse inferiore al beneficio per utenti e consumatori, il processo di liberalizzazione del mercato proposto sarebbe ancora auspicabile.

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  4. Mi scuso per le disattenzioni, ammettendo anche una certa ignoranza in materia. La verità è che sto cercando di comprendere ed imparare qualcosa da questo blog.
    Ciò che non condivido è appunto negare la relazione causale tra il P2P ed il calo delle vendite in prodotti musicali. L’articolo proposto da eppols, a mio parere, è più credilbile rispetto alla tesi sostenuta da Boldrin e Levine. Come ha anche ammesso lei, la misurazione empirica è difficile. Forse la risposta può essere trovata a metà strada tra le 2 analisi proposte. Sicuramente il Wal Mart, i DVD, i cellulari e i videogiochi hanno contribuito ulteriormente al calo delle vendite, ma escludere il P2P dalle cause principali mi sembra un po’ avventato.
    Comunque concordo con lei sulla revisione dei diritti d’autore, pur non nascondendo qualche timore (come ho commentato nel suo articolo precedente).

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  5. Sig. Bucci, ci mancherebbe. E figuriamoci se deve scusarsi! Anzi, non puo` che farci piacere che Lei venga da noi pensando di poter imparare qualcosa. La cosa ci onora.

    Come mi sembra di aver lasciato trasparire nel commento ad Eppols, non ho interesse a negare la relazione causale tra P2P e calo delle vendite di musica. Ma ho la necessita` di attenermi a fatti e dati ed agli avanzamenti piu` attuali della scienza economica, non esclusivamente o prevalentemente alle mie convinzioni.

    Nel primo articolo dei due economisti, si nega il rapporto causale in questione, tra l’altro non sulla base di pregiudizi o congetture ma attraverso una rigorosa analisi statistica. Un articolo piu` recente sembra non negarlo (sempre attraverso tecniche statistiche, non certo per spirito di contraddizione) ma lo quantifica comunque con una percentuale limitata (evidentemente le vendite sono danneggiate da altri fattori).

    Tutto questo e` uno spunto ed un incoraggiamento ad approfondire ulteriormente l’argomento con gli strumenti adatti (statistica e teoria economica nella fattispecie), per trarne importanti implicazioni di policy.

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