Contro il monopolio intellettuale (II): l’evidenza empirica nel mercato della musica

di Pierangelo De Pace 

Con il termine “liberalizzazione”, nella sua accezione economica, si intende la rimozione dei vincoli – di qualsiasi natura essi siano – che impediscono al libero mercato di funzionare e agli agenti economici interessati e al di fuori di esso di entrare, sia in qualità di consumatori, sia (assai più spesso) in qualità di produttori. Le liberalizzazioni intese in senso economico non hanno alcuna connotazione etica o morale. Se desiderabili, sono utili per il raggiungimento di un equilibrio efficiente in un dato mercato, in corrispondenza del quale il benessere aggregato degli agenti economici è massimizzato.

L’economia – come scienza moderna che studia il comportamento umano, i meccanismi di scelta in condizioni di incertezza e l’allocazione ottimale di risorse da impiegare e beni prodotti – utilizza il metodo scientifico per stabilire, sulla base di argomentazioni teoricamente robuste ed empiricamente verificabili, quale, tra le diverse alternative a disposizione, sia quella desiderabile e preferibile in relazione a determinati criteri di efficienza. Se si perdono di vista questi punti di riferimento e si abbandona il metodo proprio dell’indagine scientifica, si entra inevitabilmente in una regione incerta all’interno della quale qualsiasi affermazione può essere opinabile e contestabile non solo sulla base di rigorose affermazioni supportate da dati e teoria, ma anche attraverso opinioni e pregiudizi che con la scienza hanno ben poco a che fare.

Nel mio articolo intitolato “Contro il monopolio intellettuale: il caso delle grandi major della musica”, proponevo la revisione della portata del copyright e dei diritti di proprietà intellettuale come soluzione ad una condizione economica di inefficienza che, sulla base di alcune argomentazioni ben precise, ha origine nell’esistenza di quello che io ho definito oligopolio nella distribuzione mondiale della produzione musicale ad opera di poche grandi case discografiche. Seguendo linee teoriche diverse, ma pur sempre ispirate al rigore della logica e della teoria economica, Andrea Asoni, in un articolo successivo intitolato “In favore del monopolio intellettuale: più musica per tutti”, contestava l’esistenza di un oligopolio nella distribuzione musicale, preferendo parlare di concorrenza monopolistica, e suggeriva uno scenario diverso dal mio in cui si cercava di sottolineare l’adeguatezza del sistema vigente in materia di proprietà intellettuale, in chiaro contrasto con le mie convinzioni e le tesi che descrivevo.

La questione discussa nei due articoli può essere posta in termini più generali. Attraverso il metodo di indagine scientifica si sono proposte due configurazioni di mercato differenti: come brevemente affermato sopra, scopo dell’economia è chiarire quale delle due situazioni in analisi sia preferibile. La teoria suggerisce in questo frangente due possibili alternative: l’evidenza empirica dovrebbe aiutare a capire quale delle due sia desiderabile nel mondo reale. Il criterio di scelta deve essere quello dell’efficienza economica; nella fattispecie si deve preferire l’alternativa che garantisce il massimo benessere collettivo possibile, anche se l’eventuale provvedimento di politica economica da adottare dovesse prevedere la penalizzazione di determinati individui.

Abbandonando per un attimo il tema oggetto di questo articolo, a titolo esemplificativo, si pensi alla questione della liberalizzazione nel settore dei trasporti pubblici ed in particolare in quello dei taxi. Non sto qui a spiegare perchè permettere l’accesso libero alla professione di tassista sia vantaggioso per i consumatori (prezzi più bassi ed offerta più elevata) e svantaggioso per i guidatori di taxi (minori rendite complessive). Quello che importa è che la teoria economica, la quale suggerisce la riforma del settore, predice un aumento del benessere complessivo degli agenti economici in caso di rimozione di quei vincoli giuridici che rendono il mercato poco competitivo. In altre parole, il beneficio netto dato dalla differenza tra il beneficio diretto all’utenza determinato dal provvedimento ed il valore assoluto della riduzione della rendita garantita ai tassisti dal potere di mercato acquisito fino a poco prima dell’intervento economico è positivo. Una volta raggiunto l’equilibrio economicamente efficiente si può pensare (non necessariamente) a come compensare almeno parzialmente la parte danneggiata dal processo di liberalizzazione. Questo, tuttavia, va valutato con attenzione: occorrerebbe prima determinare e chiarire quali siano stati i veri motivi che hanno portato all’acquisizione nel tempo del potere di mercato ad un certo punto giudicato eccessivo e l’entità complessiva delle rendite accumulate.

Torniamo a noi ed alla scelta che si è chiamati a fare tra le due possibili alternative viste prima: allentamento delle leggi sui diritti di proprietà intellettuale o loro mantenimento e difesa strenua? Confondere il piano economico con il piano giuridico non aiuta a prendere una decisione. Introdurre complicazioni giuridiche irrilevanti ai fini di questo tipo di analisi non è cosa saggia. Parlando di diritti di copia e distribuzione di materiale musicale – strettamente connessi alla più ampia cornice dei diritti di proprietà intellettuale – non si può non notare come questi non siano giusnaturalismo, bensì concetti culturali emergenti che cambiano nello spazio e nel tempo. La disciplina si è , infatti, evoluta talora in maniera indipendente: in Canada e Danimarca, ad esempio, la copia commerciale costituisce illecito, la copia individuale ed il downloading di file musicali protetti da copyight sono legittimi. Tali riferimenti dovrebbero bastare a chiarire perchè concentrarsi sugli aspetti giuridici in modo assolutistico sia fuorviante rispetto alla radice del problema. Tanto più se si considera che l’apparato legislativo dovrebbe essere ausiliario al raggiungimento dell’ottimalità economica, configurandosi più come strumento che come obiettivo a prescindere (se una legge è sbagliata, magari perchè fonte di ostacoli al raggiungimento di obiettivi desiderabili, semplicemente la si cambia).

In un articolo di prossima pubblicazione su Journal of Political Economy ed intitolato “The effects of file sharing on record sales. An empirical analysis – Gli effetti della condivisione di file musicali sulla vendita di dischi. Un’analisi empirica”, gli economisti Felix Oberholzer-Gee della Harvard University e Koleman Strumpf della University of Kansas si interrogano sul livello appropriato di protezione della proprietà intellettuale, dall’industria dei software a quella farmaceutica e dell’intrattenimento. Poi si concentrano sul fenomeno più facilmente analizzabile, grazie ai dati a disposizione, e cioè quello riguardante l’industria della musica. Partendo dalla constatazione che attraverso internet è possibile distribuire musica a costi drasticamente inferiori rispetto a quelli implicati dai canali tradizionali, i due cercano di analizzare l’impatto degli scambi di file musicali (file-sharing) generalmente considerati “illegali” sulle vendite “legali” di musica, queste ultime calate sensibilmente negli USA negli ultimi anni.

Per ovvii motivi, ometterò i dettagli tecnici della loro indagine statistica passando direttamente alla descrizione delle conclusioni principali della loro ricerca. Attraverso l’utilizzo di dati riguardanti il numero di scambi illegali e l’entità delle vendite legali negli USA, essi giungono alla conclusione che allo stato attuale delle cose la distribuzione e lo scambio di file musicali illegali attraverso la rete non hanno avuto un effetto significativamente distinguibile da zero sugli acquisti di album musicali legali, anche nello scenario più favorevole all’ipotesi che il file-sharing penalizzi le vendite.

Altri fattori potrebbero invece aver causato il declino delle vendite negli USA. Innanzitutto il cambiamento nei canali di distribuzione della musica, passata in percentuale rilevante dai negozi specializzati a catene di “hard-discount” tipo Wal-Mart, riducendo in questa maniera le scorte e facendo registrare un calo assai pronunciato degli acquisti diretti dai rivenditori abituali, superiore al calo effettivamente avvenuto nelle vendite complessive, non direttamente osservabile.

Un secondo fattore potrebbe essere stato la fine di un periodo, gli anni novanta, di vendite atipicamente elevate, durante il quale gli utenti hanno sostituito i vecchi formati musicali con i più moderni CD. Una terza ragione potrebbe essere stata lo sviluppo negli ultimi anni di forme alternative di intrattenimento: le vendite di DVD e VHS sono aumentate considerevolmente tra il 1999 ed il 2003, in misura maggiore rispetto alla riduzione nelle vendite di album musicali nello stesso periodo; parallelamente, sono aumentate le vendite di video games e cellulari. Fenomeni questi non secondari, se si pensa al fatto che i consumatori fronteggiano dei vincoli di bilancio spesso stringenti e devono indirizzare i propri acquisti sulla base delle proprie preferenze contingenti.

Sembrano, inoltre, esistere alcune interessanti tendenze negli ultimi anni che non sono consistenti con l’opinione generalmente diffusa che gli scambi di file musicali illegali attraverso appositi software P2P possa aver penalizzato le vendite. Sebbene calate a livello complessivo, le vendite musicali sono aumentate in quattro dei cinque principali mercati statunitensi, dove, tra altre cose, si è registrato un contemporaneo aumento del numero degli individui impegnati nella diffusione illegale di file musicali attraverso la rete.

Infine, nel 2005, l’intero calo di vendite negli Stati Uniti è attribuibile alle perdite di una singola casa discografica, la Sony-BMG, la quale attraversò un periodo di ristrutturazione assai difficile in seguito ad una fusione. Se lo scambio illegale di file musicali fosse stato responsabile del calo delle vendite nel 2005, è assai improbabile che sia stata solo una l’azienda ad essere penalizzata dal fenomeno.

Tutto questo riguarda dunque la tanto diffusa idea che il file-sharing impatti negativamente sulle vendite musicali: a prescindere dalle teorie, l’evidenza empirica oggi a disposizione sembra essere inconsistente con questa tesi.

Ma vi è un’ultima importante questione da analizzare, quella che ho già avuto modo di evidenziare in apertura e di trattare nel mio precedente articolo sullo stesso tema. L’introduzione di tecnologia P2P con conseguente aumento dell’attività di scambio illegale di materiale musicale pone questioni serie sulla possibilità che i diritti di proprietà intellettuali siano rilassati. Questo sarebbe, tuttavia, auspicabile solo se l’implementazione di tale politica, per quanto complessa possa essere a livello giuridico, comportasse benefici in termini di benessere complessivo.

Dal punto di vista strettamente economico i nuovi mezzi di distribuzione (benchè attualmente illegali) permettono di usufruire di musica a costo zero. E questo è indubbiamente un vantaggio per l’utente, che vede generalmente accrescere la propria utilità, o, almeno, questa non diminuisce.

Dalle argomentazioni ed analisi dei due economisti discende poi che il file-sharing non ha effetti significativi sull’offerta, la produzione e la vendita di musica. Ciò significa che l’incentivo a produrre musica per gli artisti di successo e già sul mercato non si riducono. Qualcuno potrebbe obiettare che i nuovi meccanismi di distribuzione della musica disincentiverebbero invece l’emergere di nuovi artisti. Si faccia allora la seguente osservazione: il numero di artisti sconosciuti e potenziali in circolazione è enorme. Le probabilità di successo per ciascuno di essi (anche senza P2P) sono così basse da rendere il proprio reddito atteso, frutto della loro produzione musicale futura, virtualmente uguale a zero. L’uso di software P2P su larga scala non riesce quindi ad influenzare gli incentivi, già ridotti ai minimi termini, rilevanti alla nascita e crescita di nuovi artisti.

Se tutte queste argomentazioni sono corrette, il file-sharing è probabilmente causa di un forte aumento del benessere aggregato nel mercato della musica. La qual cosa non può che condurre nuovamente alla conclusione che presentavo nel mio articolo precedente, e cioè al suggerimento di una revisione radicale della portata dei diritti di proprietà intellettuale finalizzata alla rimozione di una situazione di inefficienza insita nel mercato musicale ed all’innalzamento del benessere complessivo.

Non mi spingo oltre, non essendo un giurista, ma persone molto più competenti azzardano di più. Gli economisti Boldrin e Levine, già citati in precedenza, sulla base di forti argomentazioni teoriche ed empiriche suggeriscono che la soluzione corretta al “problema della proprietà intellettuale” sia non la sua protezione, bensì la spinta verso la concorrenza nella riproduzione, distribuzione e circolazione della musica (e di qualsiasi altra opera dell’intelletto); la concessione a ciascun acquirente di prodotti musicali di usare le proprie copie nella maniera che più desideri, e quindi di ascoltarle privatamente o in pubblico, di duplicarle, regalarle o rivenderle.

 

 

Ringrazio Michele Bottone per i preziosi consigli e le ottime fonti di riferimento per la stesura di questo articolo.

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6 Replies to “Contro il monopolio intellettuale (II): l’evidenza empirica nel mercato della musica”

  1. Dott. De Pace, io credo che il file sharing abbia empiricamente avuto un impatto negativo sulla vendita legale di CD e persino sulla vendita legale di vinili (di cui io sono feticista). Grazie ad appositi siti internet, infatti, oggi anche i dj (gli unici divoratori di vinili sopravvissuti) possono acquistare le produzioni underground appena pubblicate dalle label in mp3 (prima reperibili soltanto in 12″).
    Di certo gli introiti delle major, come ha fatto notare, non si sono ridotti. Questo semplicemente perchè hanno concentrato l’attenzione sulla vendita on line (es. iTunes) compensando la riduzione derivata dal calo delle vendite di CD. Quindi, è vero che le vendite non sono diminuite, ma bisognerebbe specificare che, se non lo hanno fatto, è soltanto grazie alla vendita di mp3 on line. Stiamo assistendo ad uno spostamento del baricentro commerciale dal negozio di dischi al sito internet.
    Quindi, quando lei afferma che i P2P non hanno penalizzato le vendite, si riferisce alle vendite globali di musica o alle vendite di CD? Chiedo scusa ma, senza avere fonti al riguardo, mi riesce difficile credere che il file sharing non abbia ridotto le vendite di CD.

  2. Gentile Bucci, nell’articolo non si fa riferimento ai profitti delle major. I dati trattati e riportati si riferiscono esclusivamente alle quantita` offerte e vendute legalmente negli USA negli ultimi anni.

    Il calo delle vendite non viene assolutamente negato. L’analisi statistica dei due economisti citati, finalizzata a far luce sulle cause di questa tendenza, esclude che la flessione sia da addebitare al fenomeno P2P (almeno fino a questo momento), riconducendola invece ad altri fattori che non ho mancato di riportare in maniera esplicita.

  3. Ringrazio Eppols per il prezioso contributo.

    Approfitto inoltre della segnalazione per qualche ulteriore chiarimento. Non conoscevo l’articolo indicato (a quanto sembra circola solo da qualche settimana): contribuisce tuttavia in maniera rilevante e pertinente ai fini di questa discussione (non spostandone i termini verso ambiti non importanti), pur giungendo a conclusioni diverse rispetto alla ricerca che ho indicato sopra. Questo a testimanianza del fatto che il fenomeno oggetto di analisi e` sicuramente di difficile misurazione empirica e che non vi e` largo consenso sul reale effetto della tecnologia P2P sulle vendite legali di musica. D’altronde, i contributi empirici in questo ambito si contano sulle dita di una mano.

    Quello che mi preme sottolineare e` quanto segue. L’articolo da me indicato giustifica l’ipotesi del rilassamento dei termini e della portata dei diritti di proprieta` intellettuale sulla base della considerazione empiricamente portata avanti che: a) il P2P aumenta il benessere dei consumatori e b) il P2P non influisce significativamente sulle vendite delle case discografiche, non essendone dunque la causa del periodo di difficolta`.

    L’articolo che segnale Eppols afferma che il punto b) e` contestabile sulla base di rilevazioni empiriche ed analisi statistiche appropriate.

    Cio`, tuttavia, non indebolisce di molto la posizione di chi crede che i diritti di proprieta` intellettuale vadano rivisti. Se il beneficio netto indotto dalla revisione fosse positivo (il punto fondamentale dell’intero discorso), e cioe` la perdita di benessere a carico di produttori e distributori di musica fosse inferiore al beneficio per utenti e consumatori, il processo di liberalizzazione del mercato proposto sarebbe ancora auspicabile.

  4. Mi scuso per le disattenzioni, ammettendo anche una certa ignoranza in materia. La verità è che sto cercando di comprendere ed imparare qualcosa da questo blog.
    Ciò che non condivido è appunto negare la relazione causale tra il P2P ed il calo delle vendite in prodotti musicali. L’articolo proposto da eppols, a mio parere, è più credilbile rispetto alla tesi sostenuta da Boldrin e Levine. Come ha anche ammesso lei, la misurazione empirica è difficile. Forse la risposta può essere trovata a metà strada tra le 2 analisi proposte. Sicuramente il Wal Mart, i DVD, i cellulari e i videogiochi hanno contribuito ulteriormente al calo delle vendite, ma escludere il P2P dalle cause principali mi sembra un po’ avventato.
    Comunque concordo con lei sulla revisione dei diritti d’autore, pur non nascondendo qualche timore (come ho commentato nel suo articolo precedente).

  5. Sig. Bucci, ci mancherebbe. E figuriamoci se deve scusarsi! Anzi, non puo` che farci piacere che Lei venga da noi pensando di poter imparare qualcosa. La cosa ci onora.

    Come mi sembra di aver lasciato trasparire nel commento ad Eppols, non ho interesse a negare la relazione causale tra P2P e calo delle vendite di musica. Ma ho la necessita` di attenermi a fatti e dati ed agli avanzamenti piu` attuali della scienza economica, non esclusivamente o prevalentemente alle mie convinzioni.

    Nel primo articolo dei due economisti, si nega il rapporto causale in questione, tra l’altro non sulla base di pregiudizi o congetture ma attraverso una rigorosa analisi statistica. Un articolo piu` recente sembra non negarlo (sempre attraverso tecniche statistiche, non certo per spirito di contraddizione) ma lo quantifica comunque con una percentuale limitata (evidentemente le vendite sono danneggiate da altri fattori).

    Tutto questo e` uno spunto ed un incoraggiamento ad approfondire ulteriormente l’argomento con gli strumenti adatti (statistica e teoria economica nella fattispecie), per trarne importanti implicazioni di policy.

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