Contro il monopolio intellettuale (III): interviene Michele Boldrin

2 pensieri su “Contro il monopolio intellettuale (III): interviene Michele Boldrin”

  1. Eccellente analisi. Ho solo una piccola obiezione/domanda. Michele sembra trascurare tra i costi fissi quelli di promozione del disco/personaggio (marketing, ospitate, interviste, ecc.). Sono tali costi che, tra l’altro, creano un’artificiale differenziazione del prodotto, superiore a quella “oggettiva”, cioè legata alla qualità della musica. Mi chiedo: se tali costi di marketing sono, come credo, molto elevati, anzi forse sono i più rilevanti in assoluto, che conseguenze hanno: 1) sugli incentivi degli artisti? (la piccola band potrebbe ambire a finire nelle “grinfie” della grande casa discografica perché solo quest’ultima gli garantisce un livello d’investimento adeguato a trasformarla negli U2); 2) sul comportamento dei copiatori/riproduttori? (che possono free ride sugli investimenti altrui: mi viene in mente il caso per certi versi simile del prezzo imposto (RPM) come incentivo a competere in servizi alla vendita); 3) sulle preferenze del pubblico? (che in realtà non compra e/o preferisce “solo” musica, ma un bene composito di cui è magna pars l'”immagine” creata dal marketing delle majors). Grazie.

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  2. Quesito (3), Non so darla. Non ho idea di quanto la musica sia un bene composito e quanto la pubblicita’ influenzi il tutto, prezzi inclusi. La banale osservazione secondo cui cantanti assolutamente sconosciuti vendono i loro CDs allo stesso prezzo delle hot stars suggerisce che la pubblicita’ influenza la quantita’, ma non il prezzo del bene. Che e’ cosa strana, perche’ un paio di jeans di DG non vendono allo stesso prezzo di un paio di Lee’s o Levi’s … Ma nel mercato dei jeans non c’e’ copyright e ci troviamo davvero di fronte ad un segmento in concorrenza monopolistica (i jeans “firmati”) verso un segmento altamente competitivo e non differenziato (i jeans “standard”). Non vi sono neanche patents, sino ad adesso almeno … vedremo come finira’ il ridicolo tentativo di LV di fare rent-seeking sul successo degli altri sostenendo di avere una patent su … la forma delle cuciture delle tasche posteriori!

    Quesito (2). Ovviamente copiano e riproducono i motivi di successo solamente, o quelli che a loro sembrano essere di successo ed hanno un mercato residuo vasto. Sono comunque tantissimi. Ovviamente, se togliamo copyright gli incentivi a fare grandi spese pubblicitarie su singoli cantanti caleranno e, come succede nei mercati competitivi, spunteranno “coalitions” di industrie che pubblicizzeranno il prodotto, come il latte che fa bene o il pane che alimenta.

    Quesito (1). La piccola band avrebbe molto meno incentivo a finire nelle grinfie della grande multinazionale, perche’ questa non potrebbe offrirgli la protezione monopolistica che ora offre. D’altro lato, essendo molti i chiamati e pochi gli eletti, molte bands potrebbero accedere al mercato on a level playing field, cosa che ora non possono fare. Infatti, a mio avviso senza copyright non v’e’ ragione “tecnologica” per avere queste majors che monopolizzano il mercato mondiale. Si romperebbero. A mio avviso lo stesso succede se eliminiamo o fortemente limitiamo i brevetti farmaceutici. Big pharma e’ un prodotto dei brevetti, non del mercato. E NON produce piu’ medicine e migliori, neanche per sogno.

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