In favore del monopolio intellettuale: più musica per tutti

di Andrea Asoni

Le case discografiche, che detengono il diritto di riproduzione e vendita della produzione di singoli musicisti e cantanti, vengono spesso accusate di usare tale diritto per estrarre ingiusti profitti dai consumatori e limitare la loro scelta. Tale accusa merita un’attenta analisi. Presenterò degli argomenti che sollevano dubbi in merito a tale affermazione. Discuterò inoltre di alcune proposte, specificamente della proposta di abolizione del diritto di proprietà intellettuale (DPI) come misura di policy volta a proteggere i consumatori.

Su una cosa bisogna essere d’accordo. Le case discografiche sono oggi le uniche a poter riprodurre e distribuire legalmente la musica dei loro artisti. Copiare e mettere a disposizione di altri tale produzione artistica viola quel diritto; tutto ciò a prescindere da considerazioni sulla giustificazione di tale diritto. E’ irrilevante poi che lo si voglia chiamare furto o meno. Siamo di fronte alla violazione di un diritto e chiunque lo faccia è punibile dalla legge.
Tuttavia questo non è il cuore della vicenda ma solo una piccola schermaglia: come le prime fila delle legioni romane scagliavano i loro dardi e poi si andavano a nascondere tra le linee dei principi armati di spada e scudo, così anche io, dopo aver lanciato la pietra in mezzo allo stagno, mi rivolgo agli argomenti rilevanti.

Il problema della musica
Il cuore della vicenda è la giustificazione del monopolio nella distribuzione e riproduzione della musica garantito alle case discografiche. Da una parte tale monopolio è volto alla tutela dei diritti del produttore della musica il quale gode dei frutti del proprio lavoro e si vede incentivato a produrre più musica; dall’altra è una forma di protezione legislativa che assicura un minimo profitto alla casa discografica, incentivandola così ad aiutare il musicista nella produzione.
Chi critica tale diritto lo fa tendenzialmente su due livelli. Da una parte viene considerato un aiuto non dovuto alle case discografiche, che assicura loro un ingiustificato potere di mercato e impone dei costi eccessivi ai consumatori. Dall’altra si reclama che non ha alcun effetto sugli incentivi del singolo musicista il quale produrrebbe musica in ogni caso. Affrontiamo le due questioni separatamente.

Potere di mercato
Premetto che questa è una questione empirica. Queste cose più che discusse vanno misurate. Detto ciò ecco alcuni argomenti che ci dovrebbero spingere verso l’idea che le Major non hanno tutto il potere di mercato che i loro detrattori suggeriscono.

Una impresa, che sia una casa discografica o un panificio, può avere potere di mercato sui consumatori o sui lavoratori.
Le case discografiche hanno potere di mercato sui propri lavoratori, in questo caso i cantanti e i musicisti? Avere potere di mercato significa pagarli meno della loro produttività marginale, diminuire i propri costi e fare profitti.
Siamo disposti a credere che Eminem o Britney Spears accettino un salario inferiore al loro valore, o più semplicemente, inferiore a quello che offre la major concorrente? O a quelli che potrebbero ottenere se aprissero la loro stessa Major? Una situazione di “salari concertati” non è sostenibile in un mercato come quello discografico dove vi sono rilevanti opportunità di profitto in caso di deviazione dall’accordo, dove i “lavoratori” hanno interessanti opzioni alternative e la minaccia in entrata nel settore è costante.
I cantanti possono essere a volte sotto, a volte sopra pagati ma non mi stupirei se in media venissero ricompensati secondo la loro produttività marginale. Le alte cifre pagate ai cantanti, la loro variazione, suggeriscono che le case discografiche non stiano colludendo per pagare meno i cantanti.

Per quanto riguarda i consumatori la situazione è ancora più chiara. Partiamo subito con il dire che le case discografiche hanno un certo potere di mercato. Non perché stiano attuando comportamenti lesivi della concorrenza ma perché il prodotto che vendono è differenziato. Ad un fan dei Metallica non interessa il prezzo dei dischi di Justin Timberlake (sarebbe probabilmente disposto a pagare per non ascoltarli!). Per questo motivo la casa discografica che possiede i diritti sui Metallica potrà sempre imporre un prezzo più alto del costo marginale.
Quanto è grande questo potere di mercato? Dipende dall’elasticità della domanda, ovvero dalla propensione dei consumatori a cambiare cantante o a comprare meno dei suoi dischi qualora i prezzi siano troppo alti (rispetto anche alla qualità). Così è vero che la fanciulla innamorata di Ricky Martin non si cura dei dischi dei Panthera ma allo stesso tempo può tranquillamente scegliere tra Ricky Martin, Justin Timberlake, Enrique Iglesias o Robbie Williams per soddisfare il suo bisogno di musiche pop dagli occhi blu (Wikipedia ha più di seicento nomi alla categoria “American pop singer”).
Andrebbe verificato con una ricerca rigorosa ma immagino che l’elasticità della domanda per il singolo cantante sia parecchio elevata. Questo restringe di molto il potere di mercato delle case discografiche.

Da un punto di vista economico la competizione tra le major della musica può essere descritta dalla concorrenza monopolistica piuttosto che dal monopolio o l’oligopolio: le case hanno un limitato potere di mercato che usano per estrarre dei profitti.
Se vi è libero accesso al settore, se diversi imprenditori possono aprire case discografiche senza incontrare impedimenti legali o illegali (non sono a conoscenza di nessun caso di tali impedimenti), allora tali profitti saranno appena sufficienti a pagare i costi di ingresso nel settore. Dunque i profitti delle case discografiche non solo non sembrano ingiustificati; piuttosto potrebbero essere appena sufficienti a garantire l’esistenza stessa del settore.

Quello che è successo è che, come al solito, la tecnologia è arrivata a scombinare le carte in tavole. Riprodurre e distribuire la musica è diventato così facile che tali profitti non sono più giustificati perché basati su una struttura del mercato ormai sorpassata. A questo punto le major si dovranno adattare alla nuova struttura o verranno inesorabilmente cancellate dalle forze del mercato. Tutto ciò non ha nulla che vedere, o ben poco, con il diritto d’autore.

Incentivi a produrre buona musica
Il secondo argomento che viene portato in attacco al privilegio delle Majors nel distribuire la musica è l’idea secondo cui gli incentivi dei musicisti sono indipendenti dalla protezione del diritto d’autore. La buona musica verrà sempre prodotta. L’esempio più comune riportato è quella della grande musica classica prodotta in assenza di ogni qualsiasi privilegio riguardante la produzione e la distribuzione di tali opere.
Sono d’accordo: la buona musica continuerà ad essere prodotta. La questione rilevante è in che quantità.
Vi saranno sempre artisti la cui passione per la bellezza e l’armonia e la creatività farà loro mettere da parte ogni considerazione di tipo economico. Van Gogh è morto in povertà assoluta. L’idea è che grazie alla protezione sul diritto d’autore molti più artisti affronteranno la scena, molte più musiche verranno scritte, molte più canzoni verranno cantate e così via. Le case discografiche sanno di poter investire sui cantanti e musicisti perché in caso di successo godranno di diritti esclusivi sulla produzione di tali artisti. Il valore che diamo a questa maggiore produzione e i costi che sosteniamo pagandola ad un prezzo leggermente superiore devono essere confrontati con una minore produzione ad un minor costo. Può darsi che senza diritto di autore non avremmo avuto i Beatles, perché i fab-four non sarebbero stati capaci di sostenere i costi della produzione del loro primo disco (o primi dischi).

Si dice, al tempo di Mozart non vi era diritto d’autore eppure abbiamo avuto un genio come Mozart. A parte il fatto che Mozart come quasi tutti gli artisti dell’epoca e fino all’ottocento viveva a Corte (una sorta di monopsonio regale) e non aveva il problema di dover vivere sui profitti generati dalle sue opere, la vera domanda è: siamo sicuri che esistendo il diritto d’autore non avremmo avuto più di un Mozart allo stesso tempo? Chi ci assicura che, esistendo il diritto d’autore al tempo di Mozart, non avremmo potuto beneficiare di più musica classica di eccelsa qualità oggi?

Un secondo punto presentato in relazione a questa argomentazione è quello relativo ai costi irredimibili. Il punto è che i costi sostenuti dalle major non sarebbero fissi (giustificando il monopolio) ma irredimibili, ovvero non recuperabili una volta sostenuti. In questo caso non dovrebbero influenzare le scelte di prezzo dell’impresa.
Il limite di questa argomentazione è che l’impresa prima di entrare nel settore confronta la profittabilità che segue all’entrata nel settore (questa dipendente dall’esistenza o meno del privilegio di cui si discute) con i costi sostenuti per entrare. Se la profittabilità viene notevolmente diminuita attraverso l’eliminazione del privilegio alla riproduzione e alla vendita di un certo prodotto, potrebbe essere ottimale per l’impresa non entrare nel settore in primo luogo.
Paradossalmente invece che combattere una presunta situazione di oligopolio la si potrebbe rafforzare: solo le imprese che sono già entrate nel settore continuerebbero a produrre. Tali imprese, protette dall’entrata di nuove imprese e in numero minore potrebbero avere più incentivi a colludere, tutto a danno del consumatore. Questo, ovviamente, a parità di tecnologia. Il cambio della tecnologia invece come illustrato sopra, cambierà completamente la struttura del settore stesso.

Un’altra possibilità è che l’eliminazione tout court del diritto di autore inoltre probabilmente non risolverebbe il problema del privilegio delle case discografiche. Immagino che qualora il DPI fosse abolito la prima clausola di un contratto tra un musicista e una major diventerebbe “la major XY è l’unica con diritto di riproduzione e distribuzione del disco XC del signor KX”. E a questo punto non avremmo ottenuto nulla salvo di cambiare il potere contrattuale degli autori (non mi è chiaro al 100% in che direzione ma credo in peggio).

La tesi centrale di questo articolo è che il diritto d’autore non è la causa primaria dei costi sostenuti per ogni CD acquistato. La ragione va ricercata nella tecnologia con cui la musica viene prodotta e distribuita e nella struttura della domanda (apparentemente molto alta per l’intrattenimento in generale). Abolire il DPI non avrebbe nessun impatto rilevante in assenza di un più generale cambiamento della struttura di mercato. Quello che porterà dei benefici ai consumatori è di sicuro il cambio della tecnologia nella distribuzione e riproduzione della musica che ha causato un abbattimento dei costi marginali di produzione della singola canzone. In maniera indipendente dalla tutela del diritto d’autore o dal privilegio delle case discografiche.

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8 Comments

  1. Concordo con questa posizione, meno teorica e più informata della realtà concreta dell’industria discografica.
    Infatti, non certo la creatività umana, ma la dimensione industriale della musica verrebbe indebolita e poi completamente distrutta (si vedano le ricerche di Stan Liebowitz e Alejandro Zentner) dalla – per altro giuridicamente impossibile – piena e sistematica abolizione del diritto di autore (divieti di esclusive compresi, mi par di capire dalle intenzioni dei fautori, magari con una bella “lenzuolata bersaniana”, come ha sconsolatamente scritto Mazza, il d.g. di FIMI di fronte alla totale “ignoranza” esibita dal bocconiano e altrimenti ottimo Perotti, dei meccanismi CONCRETI di funzionamento del sistema industriale musicale), e soprattutto dei diritti connessi, che sono di natura industriale, come il diritto connesso fonografico di 50 anni – ovvero la proprietà del master – cosa assolutamente distinta dal diritto materiale d’autore di riproduzione fonomeccanica. Un risultato immediato sarebbe che il numero di persone che campa di musica tornerebbe a cifre irrisorie come in epoca pre-capitalistica, che vedeva strutture di finanziamento fondate sul mecenatismo e la committenza aristocratica ed ecclesiastica, e non sul mercato del pubblico borghese – Haydn, il padre della Sinfonia, fu assunto come “musicista e lacchè” -, mercato reso possibile proprio dallo sviluppo di mezzi tecnici atti a riprodurre in serie l’opera dell’ingegno, che ha spontaneamente prodotto nella pratica degli affari prima e nella dogmatica giuridica poi, la distinzione tra corpus mysticum e corpus mechanicum. La immaginaria giustizia distributiva auspicata dal precedente autore, si tramuterebbe invece in un immenso colpo di scopa che spazzerebbe via la già abnorme quantità di individui che pretende di campare di musica, rispetto al passato: Borodin uno dei massimi musicisti russi faceva l’ingegnere per vivere ancora a metà ottocento.
    Corretto l’appunto sulla irrilevanza della concorrenza sul prezzo, e la centralità di quella sul prodotto.
    Esatta anche la distinzione tra la dimensione editoriale e quella produttiva, confuse nell’articolo precedente, in cui in risposta ad un commento si giunge addirittura a negare la natura industriale dell’ attività discografica, considerata mera intermediazione: in realtà l’imprenditore discografico organizza tipicamente i mezzi di produzione, per giungere ad un prodotto che l’artista è tenuto a registrare a spese della produzione – spesso ingenti – con le modalità stabilite dal contratto FONOGRAFICO, vero architrave del sistema, in termini di scelta di strumentisti, produttori artistici, fonici e studi di registrazione, a prescindere da un eventuale parallelo contratto di edizione che abbia ad oggetto la cessione del diritto materiale d’autore ad una consociata editoriale, intercorso tra le parti nel caso l’artista citato sia anche un autore e quindi registri repertorio proprio. Tale organizzazione di mezzi è finanziata con capitale di rischio in vista della remunerazione garantita dalle vendite e ad essa rapportata. L’ incidenza del diritto di riproduzione fonomeccanica – che è la parte afferente alla discografia del diritto d’autore, benchè nelle entrate della SIAE la parte più rilevante in rapporto di circa 3 a 1 sia quella relativa ai diritti di pubblica diffusione ed esecuzione, che qui non c’entrano, – a proposito e questi nel caso che fine farebbero? – sul prezzo di un CD full price (dati 2004) è in media del 9% del prezzo prima dell’IVA e nella musica classica, per ovvie ragioni, neanche c’è. Secondo il punto di vista avverso, se un’ etichetta discografica investe fior di quattrini per fare una registrazione di una sinfonia, che so, la Settima di Bruckner e ingaggia i Berliner, per confrontare l’interpretazione di Rattle con quella storica di Karajan con la stessa orchestra, io in un libero e radioso futuro potrei mettermi a stampare il CD appena acquistato e rivendere le copie, e questo sarebbe concettualmente il trionfo del mercato e della concorrenza perfetta. Le piccolissime etichette discografiche, che sono migliaia e non si identificano con le 4 Major, cui spesso si appoggiano per la distribuzione – e sono tutte FEROCEMENTE CONTRARIE alla abolizione del copyright – , in questo campo a me caro, sono spesso interne alle Orchestre, o fondate da direttori come ad es. Gardiner rigettati da una Major a causa di litigi sul repertorio da pubblicare, causa la crisi, e possono nascere e vivere sol grazie ai diritti sul master , e pubblicare magari una bella integrale di cantate di Bach, il cui diritto d’autore notoriamente si è estinto da tempo.
    Quanto alla tutela penale*, gravi lesioni, penalmente rilevanti, di legittimi interessi patrimoniali non debbono, come ricordato da Asoni, per forza assumere le sembianze fattuali del furto.
    Invece, semmai, abolire il monopolio ex-lege della SIAE potrebbe invece creare concorrenza nell’ambito dell’attività di collecting, a tutto vantaggio sia degli autori che degli editori, e indirettamente dei consumatori, almeno quelli in regola, abbattendo le spese di gestione. Ad esempio è sorta una società di diritto privato, la SCF che si occupa di collecting di diritti connessi discografici, estranei all’oggetto legale del mandato SIAE, in parte da girare all’ IMAIE, ente che cura gli interessi degli interpreti ed esecutori, la quale ha raggiunto già notevoli risultati: se liberalizzato, anche il settore dei diritti d’autore vedrebbe società private in concorrenza pronte ad accaparrarsi il mandato degli autori e dei loro cessionari, al fine di tutelare i loro diritti.

    *che continua, anche per il P2P, visto che la Cass. si è pronunciata su un caso a cui non era applicabile la legge Urbani, per ragioni di irretroattività della legge penale, considerato il tempus commissi delicti anteriore alla entrata in vigore.

  2. “Esatta anche la distinzione tra la dimensione editoriale e quella produttiva, confuse nell’articolo precedente, in cui in risposta ad un commento si giunge addirittura a negare la natura industriale dell’ attività discografica, considerata mera intermediazione: in realtà l’imprenditore discografico organizza tipicamente i mezzi di produzione, per giungere ad un prodotto che l’artista è tenuto a registrare a spese della produzione – spesso ingenti – con le modalità stabilite dal contratto FONOGRAFICO,….”

    Nell’articolo cui fa riferimento non si nega l’aspetto industriale insito nell’attivita` discografica, semmai si nega la necessita` della sua funzione distributiva e di intermediazione.

    Altro e` produrre musica (attivita` sempre e comunque svolta dall’artista, altrimenti non si spiegherebbero i termini attuali del copyright e la formulazione corrente dei diritti di proprieta` intellettuale che la legislazione intende proteggere), altro e ` organizzare e supportare il lavoro dell’artista, il cui valore economico va giustamente preso in considerazione nella definizione del compenso da corrispondere in prima istanza. D’altronde, data la dimensione industriale che viene sottolineata nel commento, non si puo` non sottolineare l’esistenza di altri canali attraverso i quali le case discografiche sono in grado di recuperare i costi iniziali, senza ricarichi ingiustificati sulla distribuzione. Penso ad esempio all’organizzazione dei concerti ed alla gestione dell’immagine di musicisti e cantanti.

    Infine mi permetta: il fatto che una categoria o un’industria sia ferocemente contraria all’abolizione di un meccanismo che limiti l’accesso ad outsider (vedasi: liberalizzazione), quale e` (anche) il copyright, non puo` essere motivo di sospensione o rinuncia al processo di liberalizzazione stesso.

  3. Giuridicamente e concettulmente lei è in errore grave perchè confonde il diritto connesso fonografico (la proprietà del master) con il diritto d’autore: il primo è di PROPRIETA’ DELL’AZIENDA non dell’artista o eventuale editore cessionario, e serve a rimunerare gli investimenti; si informi: la composizione (unico oggetto di tutela del diritto d’autore) è cosa diversa da una particolare REGISTRAZIONE con una certa voce un certo produttore dal suono magico (Phil Spector per dire), un certo strumentista, tutti pagati dalla produzione.

    “esistono numerosi artisti e solo quattro case discografiche in grado di comprare la loro produzione”
    (!!??) cosa significa comprare la produzione? hai mai visto un contratto fonografico come è fatto o lo confonde con il contratto editoriale musicale? ma il rapporto sottostante è diverso e qualifica rapporti economici diversi, beni diversi, diritti diversi, parti diverse, non è un formalismo giuridico, da cui si è chiamato fuori, la maggior parte della produzione è di studio, non consiste di idee geniali su un ottopiste acquisite da un editore su cui non gravi la fondamentale questione della faccia da mettere sul disco, la composizione non è più il centro di gravità, non siamo ai tempi di Brahms…

    Ha idea che la gran parte delle uscite discografiche, , che secondo questa idea naive sarebbero poche – invece sono una marea – non raggiungono il break-even? e che le entrate della perfida Britney col full price servono a finanziare una marea di falliti con la chitarrina a carico della industria, che invece sarebbe colma di extra- profitti secondo questa visione teorica e priva della minima attenzione ai meccanismi concreti?
    La massa abnorme che intende vivere di musica le sembra piccola se paragonata a quella di epoche pre-copyright? e aumenterebbe? e la “classica”?
    Un po’ di sano empirismo…

  4. Il discorso sulle Majors deriva dal fatto che è il cavallo di troia demagogico per colpire il CR: autori, interpreti, piccole etichette coraggiose, io conosco quelle di musica classica, sono concordi nel difenderlo e quindi non si usi lo spauracchio dell’oligopolista, era solo un chiarimento informativo.
    Per finire: già oggi c’è un repertorio sterminato su internet per l’acquisto legale (Itunes etc), a prezzi più bassi, senza costi di distribuzione, benché chi come me abbia tendenze verso il vero H.F. giustamente disdegna i formati compressi, ed è attaccato al supporto fisico, ma non si può dire che non è stato fatto nulla per abbassare i prezzi e diversificare i canali distributivi, magari con ritardo…

  5. Alexis, non ho mai preteso di addentrarmi in argomentazioni giuridiche in questa discussione. Al contrario, ho cercato di sottolineare esclusivamente l’aspetto economico del fenomeno.

    Secondo la visione, che Lei giudica naive, dell’economia, la composizione musicale si configura come prodotto vendibile su un determinato mercato e prodotto dal musicista. Nient’altro. Potra` valutare la cosa semplicistica ed inesatta. Non metto in dubbio che lo sia. Ma la modellistica e la teoria economica si basa su assunti di questo tipo e non puo` prescindere da questi.

    Gli aspetti giuridici che mette giustamente in evidenza sono tuttavia costruzioni umane, sono contestabili e non descrivono comportamenti, ne` sono in grado di predire effetti e conseguenze. L’economia, se fondata su presupposti rigorosi, cerca invece di svilupparsi lungo queste linee che Lei trascura.

    Cerco di comprendere la sua ammirevole difesa del diritto d’autore, ma esiste una vasta letteratura economica (che non si basa sulla valutazione del benessere di una singola categoria di individui o di una singola industria, ma sulla valutazione del benessere complessivo degli agenti economici coinvolti), fondata su ferrei principi teorici e supportata da evidenze empiriche incoraggianti che puntano nella direzione che propongo nell’articolo precedente a questo. Se si vuole contestare cio`, lo si faccia utilizzando le stesse argomentazioni, come fatto da Andrea Asoni in questo articolo, e non cambiando i termini, pur importanti ma non attinenti, della questione.

    Dal momento che sono invitato ad informarmi meglio, Le consiglio vivamente di documentarsi su questo tipo di letteratura.

  6. Io sono ignorante di economia, tranne una simpatia per gli austriaci che diffidano dei “modelli” e hanno fiducia nell’ordine spontaneo, che è storicamente la fonte di questa dottrina,tra parentesi, prima elaborata dalla pratica contrattuale poi accolta in leggi (o editti) , ma lei ha parlato in termini di LEGISLAZIONE:

    “Altro e` produrre musica (attivita` sempre e comunque svolta dall’artista, altrimenti non si spiegherebbero i TERMINI ATTUALI del copyright e la FORMULAZIONE CORRENTE dei diritti di proprieta` intellettuale che la legislazione intende proteggere”

    ed essendo io giurista, intendevo suggerirle di informarsi in questo senso…

    Secondo me, infine, tali formule designano realtà ontologicamente diverse e non sono frutto di astrazione giuridica, la sociologia e la filosofia del diritto insegna che ii diritto di sedimentazione spontanea raremente è spurio, incapace di risolvere efficacemente nuove problematiche, e privo di legami profondi con la realtà sociale, certe liberalizzazioni utilitaristiche auspicate, hanno un aspetto stranamente costruttivistico e Zapateriano – si parva licet; ma è un opinione…

    Mi scuso per il fervore…

  7. E’ vero che sotto la protezione dei diritti d’autore viene prodotta più musica, ma, come ho già commentato nell’articolo precedente, non significa che il risultato finale sia migliore. Anzi, modificando le leggi sul copyright a mio parere si riuscirebbero a “scremare” quegli artisti che creano musica per pura passione e dedizione da quelli invece che la fanno per buisness. Oggi il 90% di musica prodotto dalle major non ha ragione di esistere. Se ha un tale impatto sulla massa è semplicemente perchè i fruitori non hanno conoscenze e capacità estetiche tali da reagire appropriatamente alla musica proposta. E questo proprio per colpa del sistema volontariamente creato dalle major. Sicuramente, senza diritti d’autore non esisterebbero gli Zero Assoluto (di nome e di fatto) o Tiziano Ferro. Credo però che l’arte della musica di Frank Zappa o dei Velvet Underground sopravvivrebbe proprio perchè libera e non subordinata alla ricerca di un profitto.
    Internet è sicuramente di grande aiuto (http://www.wired.com/wired/archive/12.10/tail.html). Una chiara dimostrazione viene dalla nascita del fenomeno Indie-Rock e Indie-Pop (che in Italia fatica ad arrivare). Ma tali importanti cambiamenti forse non sono sufficienti a distruggere quel legame indissolubile tra musica e buisness, esasperato con l’avvento del CD e del mercato di massa.

  8. Nicolas,
    quanto dici va proprio al cuore della vicenda. Tu dici che staremmo meglio senza Tiziano Ferro o gli Zero Assoluto (ammetto di non averne mai sentito parlare). Io dico di no per una semplice motivazione di preferenze rivelate: molte persone potendo scegliere tra Tiziano Ferro, i Pink Floyd o un libro di Wilbur Smith hanno scelto Tiziano Ferro. Vuol dire che loro stanno meglio cosi’.
    Tu dici che non hanno conoscenze e capacita’ estetiche. Puo’ essere ma questa e’ a mio avviso una slippery slope su cui preferisco non avventurarmi. Il mio lavoro e’ di spiegare certi fenomeni non di dare giudizi di valore sulle preferenze dei singoli.

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