In favore del monopolio intellettuale: più musica per tutti

8 pensieri su “In favore del monopolio intellettuale: più musica per tutti”

  1. Concordo con questa posizione, meno teorica e più informata della realtà concreta dell’industria discografica.
    Infatti, non certo la creatività umana, ma la dimensione industriale della musica verrebbe indebolita e poi completamente distrutta (si vedano le ricerche di Stan Liebowitz e Alejandro Zentner) dalla – per altro giuridicamente impossibile – piena e sistematica abolizione del diritto di autore (divieti di esclusive compresi, mi par di capire dalle intenzioni dei fautori, magari con una bella “lenzuolata bersaniana”, come ha sconsolatamente scritto Mazza, il d.g. di FIMI di fronte alla totale “ignoranza” esibita dal bocconiano e altrimenti ottimo Perotti, dei meccanismi CONCRETI di funzionamento del sistema industriale musicale), e soprattutto dei diritti connessi, che sono di natura industriale, come il diritto connesso fonografico di 50 anni – ovvero la proprietà del master – cosa assolutamente distinta dal diritto materiale d’autore di riproduzione fonomeccanica. Un risultato immediato sarebbe che il numero di persone che campa di musica tornerebbe a cifre irrisorie come in epoca pre-capitalistica, che vedeva strutture di finanziamento fondate sul mecenatismo e la committenza aristocratica ed ecclesiastica, e non sul mercato del pubblico borghese – Haydn, il padre della Sinfonia, fu assunto come “musicista e lacchè” -, mercato reso possibile proprio dallo sviluppo di mezzi tecnici atti a riprodurre in serie l’opera dell’ingegno, che ha spontaneamente prodotto nella pratica degli affari prima e nella dogmatica giuridica poi, la distinzione tra corpus mysticum e corpus mechanicum. La immaginaria giustizia distributiva auspicata dal precedente autore, si tramuterebbe invece in un immenso colpo di scopa che spazzerebbe via la già abnorme quantità di individui che pretende di campare di musica, rispetto al passato: Borodin uno dei massimi musicisti russi faceva l’ingegnere per vivere ancora a metà ottocento.
    Corretto l’appunto sulla irrilevanza della concorrenza sul prezzo, e la centralità di quella sul prodotto.
    Esatta anche la distinzione tra la dimensione editoriale e quella produttiva, confuse nell’articolo precedente, in cui in risposta ad un commento si giunge addirittura a negare la natura industriale dell’ attività discografica, considerata mera intermediazione: in realtà l’imprenditore discografico organizza tipicamente i mezzi di produzione, per giungere ad un prodotto che l’artista è tenuto a registrare a spese della produzione – spesso ingenti – con le modalità stabilite dal contratto FONOGRAFICO, vero architrave del sistema, in termini di scelta di strumentisti, produttori artistici, fonici e studi di registrazione, a prescindere da un eventuale parallelo contratto di edizione che abbia ad oggetto la cessione del diritto materiale d’autore ad una consociata editoriale, intercorso tra le parti nel caso l’artista citato sia anche un autore e quindi registri repertorio proprio. Tale organizzazione di mezzi è finanziata con capitale di rischio in vista della remunerazione garantita dalle vendite e ad essa rapportata. L’ incidenza del diritto di riproduzione fonomeccanica – che è la parte afferente alla discografia del diritto d’autore, benchè nelle entrate della SIAE la parte più rilevante in rapporto di circa 3 a 1 sia quella relativa ai diritti di pubblica diffusione ed esecuzione, che qui non c’entrano, – a proposito e questi nel caso che fine farebbero? – sul prezzo di un CD full price (dati 2004) è in media del 9% del prezzo prima dell’IVA e nella musica classica, per ovvie ragioni, neanche c’è. Secondo il punto di vista avverso, se un’ etichetta discografica investe fior di quattrini per fare una registrazione di una sinfonia, che so, la Settima di Bruckner e ingaggia i Berliner, per confrontare l’interpretazione di Rattle con quella storica di Karajan con la stessa orchestra, io in un libero e radioso futuro potrei mettermi a stampare il CD appena acquistato e rivendere le copie, e questo sarebbe concettualmente il trionfo del mercato e della concorrenza perfetta. Le piccolissime etichette discografiche, che sono migliaia e non si identificano con le 4 Major, cui spesso si appoggiano per la distribuzione – e sono tutte FEROCEMENTE CONTRARIE alla abolizione del copyright – , in questo campo a me caro, sono spesso interne alle Orchestre, o fondate da direttori come ad es. Gardiner rigettati da una Major a causa di litigi sul repertorio da pubblicare, causa la crisi, e possono nascere e vivere sol grazie ai diritti sul master , e pubblicare magari una bella integrale di cantate di Bach, il cui diritto d’autore notoriamente si è estinto da tempo.
    Quanto alla tutela penale*, gravi lesioni, penalmente rilevanti, di legittimi interessi patrimoniali non debbono, come ricordato da Asoni, per forza assumere le sembianze fattuali del furto.
    Invece, semmai, abolire il monopolio ex-lege della SIAE potrebbe invece creare concorrenza nell’ambito dell’attività di collecting, a tutto vantaggio sia degli autori che degli editori, e indirettamente dei consumatori, almeno quelli in regola, abbattendo le spese di gestione. Ad esempio è sorta una società di diritto privato, la SCF che si occupa di collecting di diritti connessi discografici, estranei all’oggetto legale del mandato SIAE, in parte da girare all’ IMAIE, ente che cura gli interessi degli interpreti ed esecutori, la quale ha raggiunto già notevoli risultati: se liberalizzato, anche il settore dei diritti d’autore vedrebbe società private in concorrenza pronte ad accaparrarsi il mandato degli autori e dei loro cessionari, al fine di tutelare i loro diritti.

    *che continua, anche per il P2P, visto che la Cass. si è pronunciata su un caso a cui non era applicabile la legge Urbani, per ragioni di irretroattività della legge penale, considerato il tempus commissi delicti anteriore alla entrata in vigore.

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  2. “Esatta anche la distinzione tra la dimensione editoriale e quella produttiva, confuse nell’articolo precedente, in cui in risposta ad un commento si giunge addirittura a negare la natura industriale dell’ attività discografica, considerata mera intermediazione: in realtà l’imprenditore discografico organizza tipicamente i mezzi di produzione, per giungere ad un prodotto che l’artista è tenuto a registrare a spese della produzione – spesso ingenti – con le modalità stabilite dal contratto FONOGRAFICO,….”

    Nell’articolo cui fa riferimento non si nega l’aspetto industriale insito nell’attivita` discografica, semmai si nega la necessita` della sua funzione distributiva e di intermediazione.

    Altro e` produrre musica (attivita` sempre e comunque svolta dall’artista, altrimenti non si spiegherebbero i termini attuali del copyright e la formulazione corrente dei diritti di proprieta` intellettuale che la legislazione intende proteggere), altro e ` organizzare e supportare il lavoro dell’artista, il cui valore economico va giustamente preso in considerazione nella definizione del compenso da corrispondere in prima istanza. D’altronde, data la dimensione industriale che viene sottolineata nel commento, non si puo` non sottolineare l’esistenza di altri canali attraverso i quali le case discografiche sono in grado di recuperare i costi iniziali, senza ricarichi ingiustificati sulla distribuzione. Penso ad esempio all’organizzazione dei concerti ed alla gestione dell’immagine di musicisti e cantanti.

    Infine mi permetta: il fatto che una categoria o un’industria sia ferocemente contraria all’abolizione di un meccanismo che limiti l’accesso ad outsider (vedasi: liberalizzazione), quale e` (anche) il copyright, non puo` essere motivo di sospensione o rinuncia al processo di liberalizzazione stesso.

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  3. Giuridicamente e concettulmente lei è in errore grave perchè confonde il diritto connesso fonografico (la proprietà del master) con il diritto d’autore: il primo è di PROPRIETA’ DELL’AZIENDA non dell’artista o eventuale editore cessionario, e serve a rimunerare gli investimenti; si informi: la composizione (unico oggetto di tutela del diritto d’autore) è cosa diversa da una particolare REGISTRAZIONE con una certa voce un certo produttore dal suono magico (Phil Spector per dire), un certo strumentista, tutti pagati dalla produzione.

    “esistono numerosi artisti e solo quattro case discografiche in grado di comprare la loro produzione”
    (!!??) cosa significa comprare la produzione? hai mai visto un contratto fonografico come è fatto o lo confonde con il contratto editoriale musicale? ma il rapporto sottostante è diverso e qualifica rapporti economici diversi, beni diversi, diritti diversi, parti diverse, non è un formalismo giuridico, da cui si è chiamato fuori, la maggior parte della produzione è di studio, non consiste di idee geniali su un ottopiste acquisite da un editore su cui non gravi la fondamentale questione della faccia da mettere sul disco, la composizione non è più il centro di gravità, non siamo ai tempi di Brahms…

    Ha idea che la gran parte delle uscite discografiche, , che secondo questa idea naive sarebbero poche – invece sono una marea – non raggiungono il break-even? e che le entrate della perfida Britney col full price servono a finanziare una marea di falliti con la chitarrina a carico della industria, che invece sarebbe colma di extra- profitti secondo questa visione teorica e priva della minima attenzione ai meccanismi concreti?
    La massa abnorme che intende vivere di musica le sembra piccola se paragonata a quella di epoche pre-copyright? e aumenterebbe? e la “classica”?
    Un po’ di sano empirismo…

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  4. Il discorso sulle Majors deriva dal fatto che è il cavallo di troia demagogico per colpire il CR: autori, interpreti, piccole etichette coraggiose, io conosco quelle di musica classica, sono concordi nel difenderlo e quindi non si usi lo spauracchio dell’oligopolista, era solo un chiarimento informativo.
    Per finire: già oggi c’è un repertorio sterminato su internet per l’acquisto legale (Itunes etc), a prezzi più bassi, senza costi di distribuzione, benché chi come me abbia tendenze verso il vero H.F. giustamente disdegna i formati compressi, ed è attaccato al supporto fisico, ma non si può dire che non è stato fatto nulla per abbassare i prezzi e diversificare i canali distributivi, magari con ritardo…

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  5. Alexis, non ho mai preteso di addentrarmi in argomentazioni giuridiche in questa discussione. Al contrario, ho cercato di sottolineare esclusivamente l’aspetto economico del fenomeno.

    Secondo la visione, che Lei giudica naive, dell’economia, la composizione musicale si configura come prodotto vendibile su un determinato mercato e prodotto dal musicista. Nient’altro. Potra` valutare la cosa semplicistica ed inesatta. Non metto in dubbio che lo sia. Ma la modellistica e la teoria economica si basa su assunti di questo tipo e non puo` prescindere da questi.

    Gli aspetti giuridici che mette giustamente in evidenza sono tuttavia costruzioni umane, sono contestabili e non descrivono comportamenti, ne` sono in grado di predire effetti e conseguenze. L’economia, se fondata su presupposti rigorosi, cerca invece di svilupparsi lungo queste linee che Lei trascura.

    Cerco di comprendere la sua ammirevole difesa del diritto d’autore, ma esiste una vasta letteratura economica (che non si basa sulla valutazione del benessere di una singola categoria di individui o di una singola industria, ma sulla valutazione del benessere complessivo degli agenti economici coinvolti), fondata su ferrei principi teorici e supportata da evidenze empiriche incoraggianti che puntano nella direzione che propongo nell’articolo precedente a questo. Se si vuole contestare cio`, lo si faccia utilizzando le stesse argomentazioni, come fatto da Andrea Asoni in questo articolo, e non cambiando i termini, pur importanti ma non attinenti, della questione.

    Dal momento che sono invitato ad informarmi meglio, Le consiglio vivamente di documentarsi su questo tipo di letteratura.

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  6. Io sono ignorante di economia, tranne una simpatia per gli austriaci che diffidano dei “modelli” e hanno fiducia nell’ordine spontaneo, che è storicamente la fonte di questa dottrina,tra parentesi, prima elaborata dalla pratica contrattuale poi accolta in leggi (o editti) , ma lei ha parlato in termini di LEGISLAZIONE:

    “Altro e` produrre musica (attivita` sempre e comunque svolta dall’artista, altrimenti non si spiegherebbero i TERMINI ATTUALI del copyright e la FORMULAZIONE CORRENTE dei diritti di proprieta` intellettuale che la legislazione intende proteggere”

    ed essendo io giurista, intendevo suggerirle di informarsi in questo senso…

    Secondo me, infine, tali formule designano realtà ontologicamente diverse e non sono frutto di astrazione giuridica, la sociologia e la filosofia del diritto insegna che ii diritto di sedimentazione spontanea raremente è spurio, incapace di risolvere efficacemente nuove problematiche, e privo di legami profondi con la realtà sociale, certe liberalizzazioni utilitaristiche auspicate, hanno un aspetto stranamente costruttivistico e Zapateriano – si parva licet; ma è un opinione…

    Mi scuso per il fervore…

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  7. E’ vero che sotto la protezione dei diritti d’autore viene prodotta più musica, ma, come ho già commentato nell’articolo precedente, non significa che il risultato finale sia migliore. Anzi, modificando le leggi sul copyright a mio parere si riuscirebbero a “scremare” quegli artisti che creano musica per pura passione e dedizione da quelli invece che la fanno per buisness. Oggi il 90% di musica prodotto dalle major non ha ragione di esistere. Se ha un tale impatto sulla massa è semplicemente perchè i fruitori non hanno conoscenze e capacità estetiche tali da reagire appropriatamente alla musica proposta. E questo proprio per colpa del sistema volontariamente creato dalle major. Sicuramente, senza diritti d’autore non esisterebbero gli Zero Assoluto (di nome e di fatto) o Tiziano Ferro. Credo però che l’arte della musica di Frank Zappa o dei Velvet Underground sopravvivrebbe proprio perchè libera e non subordinata alla ricerca di un profitto.
    Internet è sicuramente di grande aiuto (http://www.wired.com/wired/archive/12.10/tail.html). Una chiara dimostrazione viene dalla nascita del fenomeno Indie-Rock e Indie-Pop (che in Italia fatica ad arrivare). Ma tali importanti cambiamenti forse non sono sufficienti a distruggere quel legame indissolubile tra musica e buisness, esasperato con l’avvento del CD e del mercato di massa.

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  8. Nicolas,
    quanto dici va proprio al cuore della vicenda. Tu dici che staremmo meglio senza Tiziano Ferro o gli Zero Assoluto (ammetto di non averne mai sentito parlare). Io dico di no per una semplice motivazione di preferenze rivelate: molte persone potendo scegliere tra Tiziano Ferro, i Pink Floyd o un libro di Wilbur Smith hanno scelto Tiziano Ferro. Vuol dire che loro stanno meglio cosi’.
    Tu dici che non hanno conoscenze e capacita’ estetiche. Puo’ essere ma questa e’ a mio avviso una slippery slope su cui preferisco non avventurarmi. Il mio lavoro e’ di spiegare certi fenomeni non di dare giudizi di valore sulle preferenze dei singoli.

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