IBL – Un Dpef sottotono

di Mario Seminerio

Rispetto al Documento di programmazione economico-finanziaria 2007-2011, il nuovo Dpef, appena licenziato dal Consiglio dei ministri, delude. Il Position Paper “Dpef 2008-2011. Né robusto né sostenibile” offre una dettagliata analisi del Documento. Commenta Carlo Stagnaro, direttore Energia e ambiente dell’IBL: “il Dpef manifesta tutti i limiti di una maggioranza che si regge su equilibri precari. Sebbene vi siano spunti positivi – per esempio sulla privatizzazione dei beni demaniali – in generale la sensazione è quella di una generale tensione verso soluzioni stataliste, le quali spingono a dubitare dei buoni propositi, anche quando presenti. Quindi, al contrario di quanto afferma il governo, non pare che il documento sia robusto né sostenibile”. “In generale – conclude Stagnaro – il Dpef contiene molte affermazioni di buonsenso (per esempio sul fisco, anche se con poca convinzione), oltre ad alcuni progetti discutibili (per esempio in tema ambientale) o drammatiche mancanze di coraggio (come con le pensioni). Il problema è che il Dpef è un documento di indirizzo che viene sistematicamente disatteso quando si tratta di scrivere la legge finanziaria: e se un Dpef relativamente ambizioso come quello dell’anno scorso ha portato alla finanziaria più ‘tassista’ (nel senso delle tasse) degli ultimi anni, è bene non farsi troppe illusioni sulla finanziaria di quest’anno”.

Il Position Paper “Dpef 2008-2011. Né robusto né sostenibile” è liberamente scaricabile qui. Di seguito il testo dell’analisi delle sezioni del Dpef da noi curata.

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Democrazia, disuguaglianza e conflitto: indicazioni dalla third wave

di Piergiuseppe Fortunato*

Qualche daterello per spiegare come e perché Winston Churcill si sbagliasse. Non sempre, infatti, la democrazia rappresenta la “peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora”. Almeno per quanto concerne lo sviluppo economico.

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La strana etica occidentale. Lavoro minorile e soluzioni.

di Pierangelo De Pace

Uno degli effetti più evidenti della cosidetta “globalizzazione” – fenomeno economico, politico e sociale che ha coinvolto negli ultimi decenni praticamente tutti i Paesi del mondo – è la caduta di gran parte delle barriere che un tempo impedivano il libero scambio di beni e servizi a livello internazionale. Alla base della teoria moderna del commercio internazionale si trova il concetto di “vantaggio comparato”, secondo il quale ciascun agente economico (le nazioni nel caso specifico) tendono a specializzarsi in maniera più o meno pronunciata nella produzione di quei beni e servizi che permetta loro di sfruttare più elevati livelli di efficienza relativa rispetto al resto del mondo. Più tecnicamente, ciascun Paese si specializza nella produzione (e poi esportazione) di quei beni e servizi nell’ambito della quale esibiscono costi opportunità ridotti rispetto ai concorrenti, sia diretti sia indiretti.

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Blair e l’internazionalismo liberale

di Chris J. Brown*

La politica estera di Tony Blair e’ stata costantemente caratterizzata dal suo internazionalismo liberale. Internazionalismo liberale che trova le sue radici nei valori e negli ideali dell’ormai ex-primo ministro britannico, ma che e’ anche stato influenzato dalle pusillanimi politiche dei Tory nei primi anni Novanta, durante i quali i bosniaci furono abbandonati alle pulizie etniche e agli eccidi di massa che li colpirono nel nome di un “realismo” moralmente vacuo.

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La fine dell’Europa

di Andrea Gilli e Mauro Gilli

L’accordo siglato sabato scorso sul futuro dell’Europa e’ parso, a molti, un nuovo rilancio al ribasso. Emma Bonino ha senzentiato il ritorno all’era degli “egoismi nazionali”, dove lo slancio ideale si sarebbe esaurito; Romano Prodi ha visto lo spirito europeista svanire; e il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato addirittura di “meschini ripiegamenti” riferendosi all’atteggiamento di alcuni Stati (la Polonia). In realta’, se si guarda alla realta’, quanto e’ accaduto non stupisce affatto e non rappresenta nulla di nuovo.

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Meglio un’Europa leggera della Repubblica Europea

di Francesco Giumelli 

L’Europa è un animale ibrido, con elementi di stato nazionale di organizzazione sopranazionale. Ogni stato ha due strumenti per regolare i propri conti: da un lato, impone le tasse e, dall’altro, è in grado di stampare più moneta o, alzando i tassi di interesse, togliere moneta dal mercato. In gergo, la prima è la politica fiscale e la seconda è la politica monetaria.

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Calcio, regole, etica e conflitti di interesse

di Primo Empirico*

Il calcio è una strana arte. Nato come sfogo dell’aggressività delle genti nella Firenze del quattrocento e ripensato dagli inglesi un secolo e mezzo or sono, muove milioni di appassionati che seguono la propria squadra e discutono – anche animatamente – delle proprie passioni e delle gesta della propria squadra. Tralasciando le degenerazioni, si può dire che il calcio moderno è a metà strada tra guerra ed economia, possedendo elementi di entrambe [1], dalla tattica alla strategia, dal mercato dei giocatori ai proventi da attività sportive. Viene quindi naturale per gran parte della redazione di Epistemes, che si appassiona di entrambe le cose, discutere di pallone con chiunque, probabilmente con toni meno esagitati di un Bar Sport seppur ugualmente accesi.

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Tassi in ascesa: la sinistra critica la Bce ma alza le tasse

di Piercamillo Falasca Sull’acceso dibattito scoppiato in seguito al rialzo dei tassi deciso dalla Bce si può proprio dire: Milton Friedman l’aveva detto. Qualche tempo fa, Phastidio.net riportava uno stralcio di una intervista rilasciata dal padre della controrivoluzione monetarista nella primavera del 2006: “Nella storia non c’è mai stato un periodo con così bassa inflazione come gli ultimi 15 anni. … Leggi tutto