La strana etica occidentale. Lavoro minorile e soluzioni.

di Pierangelo De Pace

Uno degli effetti più evidenti della cosidetta “globalizzazione” – fenomeno economico, politico e sociale che ha coinvolto negli ultimi decenni praticamente tutti i Paesi del mondo – è la caduta di gran parte delle barriere che un tempo impedivano il libero scambio di beni e servizi a livello internazionale. Alla base della teoria moderna del commercio internazionale si trova il concetto di “vantaggio comparato”, secondo il quale ciascun agente economico (le nazioni nel caso specifico) tendono a specializzarsi in maniera più o meno pronunciata nella produzione di quei beni e servizi che permetta loro di sfruttare più elevati livelli di efficienza relativa rispetto al resto del mondo. Più tecnicamente, ciascun Paese si specializza nella produzione (e poi esportazione) di quei beni e servizi nell’ambito della quale esibiscono costi opportunità ridotti rispetto ai concorrenti, sia diretti sia indiretti.

Le dinamiche commerciali fondamentali odierne sono sotto gli occhi di tutti, ma non sempre opinione pubblica e mondo politico si sono dimostrati in grado di comprenderle completamente ed interpretarle nella giusta maniera. A livello generale si può affermare che il libero commercio tende a far aumentare il benessere complessivo delle nazioni coinvolte, con qualche eccezione particolare sulle quali, però, non mi soffermerò. Questo non significa che qualsiasi industria o settore in una data economia riesca sempre e comunque a trarre vantaggi dal libero scambio internazionale; significa invece che i vantaggi che ne derivano sono superiori agli svantaggi. Inevitabilmente, però, qualcuno risulterà perdente a causa della più elevata competizione nei mercati internazionali. Gli effetti negativi in alcuni settori non testimoniano tuttavia il fallimento dei meccanismi economici all’opera e del libero mercato; provano invece i fallimenti e l’inadeguatezza dei meccanismi politici basati sul compromesso, incapaci di indirizzare il fenomeno della globalizzazione, di trarne pienamente vantaggio e di proporre provvedimenti e misure che rendano meno costose le conseguenze sugli agenti economici danneggiati.

Si pensi ad esempio al caso italiano (simile, però, a praticamente tutti i Paesi del mondo occidentale): i prodotti a basso costo di produzione provenienti da Cina ed India invadono i nostri mercati beneficiando i consumatori ma danneggiando quelle industrie che non sono in grado di competere adeguatamente nel mercato di quei beni. L’industria tessile è l’esempio forse più rappresentativo. Ciò è dimostrazione dell’incapacità italiana di adattamento alle mutate condizioni internazionali; di conversione del proprio sistema industriale e di indirizzamento di quest’ultimo verso processi produttivi a più alto contenuto tecnologico. Produrre tecnologia dovrebbe essere la norma per un Paese che ancora, ma chissà per quanto, è tra i più ricchi del pianeta. Probabilmente ciò che appare evidente non è, in realtà, affatto scontato.

La demogagia di ministri e viceministri europei, di politici nostrani e di nazioni estere, ha prodotto nel tempo reazioni poco consigliabili. Tra queste, l’introduzione di quote e dazi doganali sui prodotti provenienti dall’Asia. Talora, le giustificazioni addotte sono addirittura degenerate in considerazioni etiche dettate da presupposti ed argomentazioni cui, tuttavia, teoria economica e buona parte dell’evidenza empirica sembrano non dare supporto.

È noto che in molti di quei Paesi – fortemente orientati all’esportazione e che stanno conquistando fasce sempre più consistenti dei mercati occidentali grazie a costi di produzione ultra-competitivi soprattutto nelle industrie ad alta intensità di lavoro – i problemi relativi al mancato rispetto dei diritti umani e al lavoro minorile siano di entità non trascurabile. Anche spingendo su motivazioni e considerazioni etiche in grado di indirizzare l’attenzione dell’opinione pubblica su tematiche di questo tipo, nel mondo occidentale sono spesso stati approvati provvedimenti restrittivi dei rapporti commerciali con quei Paesi in cui, per esempio, non esistano limiti all’impiego di minori nelle attività produttive.

Facile allora immaginare come, di frequente, a guidare queste scelte sia stato più che altro l’egoismo di politici e produttori occidentali e non il puro sentimento di solidarietà (orgogliosamente ostentato) nei confronti di sfortunati e del tutto anonimi individui sfruttati in posti lontani, buoni, magari, per andare in vacanza. Il dubbio che le reali motivazioni siano state altre si fa più consistente se si considera che logica economica e studi empirici suggeriscono che interrompere o limitare i flussi commerciali con quelle nazioni sia in realtà controproducente e non aiuti affatto a risovere il problema del lavoro minorile e dei diritti umani presumibilmente calpestati. Diverse volte si sono addirittura verificati tentativi autonomi e spontanei di boicottaggio dei prodotti provenienti da quei Paesi da parte di consumatori ed associazioni del mondo sviluppato.

Eric Edmonds e Nina Pavcnik, Professori di Economia presso il Dipartimento di Economia Politica di Dartmouth College negli USA, sono tra i massimi esperti mondiali in tema di lavoro minorile e commercio estero. Attraverso la loro ricerca si “scopre” che, sebbene sia talora consigliabile intervenire in maniera urgente per impedire il verificarsi di situazioni estreme, sviluppo e crescita restano le principali soluzioni di lungo periodo al problema del lavoro minorile.

Fondamentalmente, il lavoro minorile è il sintomo di una condizione di povertà prolungata e diffusa. Recenti stime – elaborate dallo Statistical Information and Monitoring Program on Child Labor (SIMPOC) dell’Organizzazione Internazionale del lavoro – ci dicono che nel mondo ci sono circa 220 milioni di bambini economicamente attivi (cioè impiegati o in cerca di impiego in cambio di salari monetari o di compensi in natura), pari al 18% del totale degli individui in età compresa tra 5 e 14 anni. Il 60% di questi ragazzini lavora in Asia, il 30% nell’Africa sub-sahariana. La restante parte si divide tra economie in transizione ed economie sviluppate.

Eventi particolari ed alcune politiche economiche possono avere effetti ambigui sul lavoro minorile. Ad esempio, il fenomeno della globalizzazione può in teoria determinare un aumento della domanda di lavoro da parte delle imprese in Paesi poveri che abbiano nell’offerta di lavoro la propria principale risorsa. In casi come questo, la domanda di lavoro potrebbe riguardare sia adulti sia minori; tuttavia una domanda di lavoro più elevata potrebbe nel tempo innalzare il reddito delle famiglie, riducendo di conseguenza il loro incentivo a permettere che i minori siano utilizzati come risorsa nei processi di produzione.

Crescita e sviluppo sono condizioni necessarie per la riduzione del problema, ma, comprensibilmente, funzionano nel lungo periodo; il miglioramento della qualità dei sistemi di istruzione e formazione e schemi di incentivazione finanziaria destinati alle famiglie più povere affinchè percepiscano come più conveniente mandare i propri figli a scuola, piuttosto che impiegarli sin da piccoli in attività lavorative, sembrano essere misure capaci di avere effetti più immediati.

L’evidenza empirica proposta dai due studiosi (e da altri ricercatori) si può sintetizzare nei seguenti tre punti:

  • il lavoro minorile sembra declinare in maniera assai pronunciata all’aumentare del reddito medio delle unità familiari;
  • i tassi di lavoro minorile sembrano aumentare o diminuire assai repentinamente in risposta ad inattese mutazioni delle condizioni economiche familiari (in particolare, aumentano nei casi di improvvisa caduta del reddito);
  • istituzioni locali inefficienti, accompagnate da condizioni generalizzate di povertà, possono ridurre di molto le possibilità di scelta dei nuclei familiari, costringendoli di fatto ad impiegare il lavoro dei propri figli nel tentativo di incrementare i propri flussi di reddito.

È sulla base dell’analisi di questi semplici risultati empirici che si dovrebbe dunque agire per puntare alla risoluzione del problema, senza scadere nella facile demagogia di politici e parti sociali, utile soltanto a perpetuare la proprie posizioni di rendita e finalizzata alla difesa esclusiva del proprio particolare.

Dal primo punto, ad esempio, è possibile inferire direttamente l’azione di politica economica ottimale che dovrebbe essere adottata senza tentennamenti dai ricchi Paesi occidentali, se solo la questione del lavoro minorile fosse considerata davvero così importante. Politiche di liberalizzazione delle dinamiche legate al commercio estero (quindi abolizione di quote e dazi doganali e rimozione di ogni ostacolo al libero scambio di beni e servizi) dovrebbero, di conseguenza, essere implementate. La crescente ricchezza che i Paesi più poveri verificherebbero grazie al commercio estero eliminerebbe nel lungo la necessità per i nuclei familiari di costringere i propri figli al lavoro sin da giovane età. Il supporto teorico ed empirico di questo tipo di argomentazione è fornito dallo stretto legame generalmente esistente tra grado di apertura di una nazione ai flussi commerciali (sia in entrata, sia in uscita) e livello di reddito complessivo.

In base a quanto descritto al secondo punto, il suggerimento naturale di politica economica riguarderebbe il mercato del credito. Il rilassamento dei vincoli di accesso ai canali del credito e sistemi bancari e di intermediazione più efficienti potrebbero essere fondamentali per ridurre i casi di povertà indotta a livello familiare da improvvisi shock reddituali negativi. In quest’ambito sistemi bancari basati sul microcredito potrebbero rivelarsi assai utili ed efficaci.

Al terzo punto la soluzione è quasi ovvia: miglioramento delle istituzioni scolastiche e politiche attive che rendano l’investimento in formazione e capitale umano più attraente, più remunerativo in ottica futura e meno costoso (si dovrebbe rinunciare infatti ad una attività lavorativa immediata) anche attraverso incentivi ed aiuti finanziari offerti dallo Stato alle famiglie bisognose.

Al contrario, strumenti più diretti come i divieti al lavoro minorile, l’istituzione della scuola dell’obbligo o gli embarghi e le restrizioni commerciali, sebbene politicamente più attraenti in occidente (probabilmente per la loro capacità di mettere a tacere le coscienze dei benpensati del mondo sviluppato), sono in realtà di dubbia efficacia. Far rispettare divieti ed obblighi sarebbe molto difficile in Paesi in cui le istituzioni latitano già in altri ambiti, anche per mancanza oggettiva di risorse. Se anche nei Paesi più sviluppati le leggi riguardanti l’obbligatorietà dell’istruzione fino ad una certa età sono frequentemente disattese, sarebbe soltanto pura utopia aspettarsi che disposizioni simili possano rivelarsi più efficaci in aree del mondo con problemi ben più gravi e pronunciati. Le restrizioni al libero commercio costituirebbero (e costituiscono) un ostacolo insormontabile alla crescita di lungo periodo ed interromperebbero (anzi, lo fanno di già) sul nascere i processi di miglioramento degli standard di vita delle popolazioni più povere. Gli effetti di tali politiche potrebbero addirittura dimostrarsi dannosi e contribuire all’ulteriore deterioramento del problema in questione.

Sanzioni e restrizioni riducono il reddito medio delle famiglie, inducendo potenzialmente un aumento nell’incidenza del lavoro minorile. Inoltre, applicate in maniera discontinua e non sistematica su casi simili, finiscono per essere una minaccia assai poco credibile, risultando inefficaci rispetto all’obiettivo che ci si propone di raggiungere. Infine, non si può certo dire che gli effetti che tali sanzioni vorrebbero ottenere siano completamente chiari: per esempio, se fossero sufficienti ad impedire il lavoro minorile in ambiti lavorativi conosciuti internazionalmente e di grande impatto mediatico (si pensi al “caso” dei bambini impiegati dalla Nike per produrre palloni di calcio), ben poco si potrebbe fare per impedire che i minori cambino datore di lavoro riversandosi in settori meno esposti.

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