Contrordine compagni! Il liberismo rimane di destra

di Andrea Asoni e Antonio Mele

L’ultimo film di Gabriele Muccino, “The pursuit of happyness”, si basa sulla storia di Chris Gardner, un giovane americano di colore che ha fatto fortuna nel mondo della finanza partendo da una situazione economica e sociale che definire disagiata sarebbe un eufemismo. Il messaggio di fondo del lavoro di Muccino è che col duro lavoro e la tenacia si può ottenere qualsiasi risultato.

Il successo per Gardner arriva sotto forma di un lavoro da broker per una banca d’affari. I disagi sono invece i più vari. Chris finisce in carcere per delle multe non pagate, viene lasciato dalla sua compagna con un figlio di appena 5 anni, perde la casa dove vive perchè non riesce a pagare l’affitto. Si ritrova senzatetto e dorme spesso nei bagni della metropolitana; quando è fortunato riesce a trovare un pasto caldo e un letto in un ente caritatevole religioso.
Il governo compare poco in questo contesto, e anzi quando lo fa è un ostacolo sulla strada verso il successo (arresto e confisca del conto corrente a causa di tasse non pagate).

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No al rating di stato, più mercato

di Benedetto Della Vedova e Piercamillo Falasca, da Libero Mercato di mercoledì 5 settembre 2007

La crisi dei subprime ha posto dei seri interrogativi sul ruolo di un anello fondamentale del sistema finanziario internazionale: le società di rating. La prima critica mossa contro di loro è stata la revisione tardiva del rating sui mutui. Era già avvenuto nella vicenda Enron, ma la scala globale del caso subprime ha accentuato il disappunto degli investitori. Contro le agenzie di rating si sono mossi dei capi di governo, in primis Merkel e Sarkozy (che proprio alla Merkel, presidente di turno del G8, ha scritto una lettera sul tema). A ruota la Commissione UE, che ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sulla funzionalità delle agenzie in termini di valutazione del management e gestione dei conflitti di interesse.

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Perche’ gli inglesi se ne vanno da Bassora

di Andrea Gilli

Dopo alcune settimane di dibattito, la Gran Bretagna ha iniziato a ritirarsi da Bassora. A pochi giorni dalla diffusione del famigerato rapporto Petraeus (dal quale sembrano dipendere le sorti del conflitto iracheno), la scelta sembra infliggere un duro colpo tanto alla tenuta della coalizione dei volenterosi che alla volonta’ americana di restare in Iraq.

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L’Impero dei mutui

di Mario Seminerio

La crisi dei mutui subprime attualmente in corso sui mercati finanziari internazionali, e lungi dall’essere conclusa, sta sollevando alcune interessanti problematiche, destinate forse a rimettere in discussione la leadership statunitense nella statuizione delle “regole del gioco” sui mercati globali. Come ha scritto di recente il New York Times, politici, regolatori e specialisti finanziari fuori dagli Stati Uniti stanno cercando un ruolo nella supervisione di mercati, banche ed agenzie di rating statunitensi, dopo il crac dei subprime. L’argomentazione è lineare: gli Stati Uniti esportano prodotti finanziari, ma le perdite inflitte agli investitori di tutto il pianeta suggeriscono che i regolatori americani hanno fallito nel monitorare ed allertare gli investitori sui rischi.

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Good morning, Moody’s

di Mario Seminerio

Chris Mahoney, vicepresidente di Moody’s ha dichiarato, nel corso di una conferenza telefonica, di temere un default di fondi hedge di portata comparabile a quello che nel 1998 colpì Long Term Capital Management, “il fondo dei Nobel”, costringendo le banche centrali, sotto il coordinamento della Fed, ad intervenire con una serie di tagli ai tassi d’interesse. L’incapacità del mercato a prezzare gli asset rischiosi si tradurrebbe in una disordinata liquidazione delle posizioni, sotto la pressione delle richieste di rimborso da parte dei clienti, ed innescando l’evaporazione della liquidità di mercato, reso improvvisamente cieco nel quantificare la reale entità delle perdite subite dagli intermediari.

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Gettare benzina sul fuoco/2

di Andrea Asoni, Antonio Mele e Mario Seminerio

Poche ore fa è uscito su Epistemes.org un articolo che presenta una articolata critica alle recenti mosse del governo Prodi volte a calmierare il prezzo della benzina in Italia. Parte della critica riportava come fosse il peso eccessivo delle tasse a gravare sul prezzo della benzina in Italia, piuttosto che il prezzo industriale del carburante ed eventuali comportamenti oligopolistici (secondo calcoli effettuati qualche mese prima da noi).

Leggiamo ora che il ministero delle Finanze, per bocca del sottosegretario Alfiero Grandi, ribadisce che il “permanere di prezzi alti, come ormai noto [enfasi nostra], può essere attribuito, nella sostanza, principalmente all’esistenza in Italia, di un forte oligopolio petrolifero”. Si aggiunge inoltre che il Bel Paese non è il paese a tassazione più alta.

Poiché non ci piace ragionare per “fatti noti”, ma solo in base a dati certi, abbiamo rifatto i conti usando gli ultimi dati disponibili (Oil Bulletin, 2 luglio 2007).

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Gettare benzina sul fuoco

di Andrea Asoni, Antonio Mele e Mario Seminerio

In questi giorni il Governo, per voce del ministro Bersani, ha convocato le compagnie petrolifere per chiedere conto degli (secondo Bersani) eccessivi rincari della benzina.

In un articolo pubblicato qualche tempo fa abbiamo spiegato come un governo realmente interessato a far diminuire il prezzo della benzina debba preoccuparsi di tagliare le tasse che pesano sul carburante. Tale articolo commentava l’iniziativa del ministro Bersani volta a liberalizzare la distribuzione della benzina. L’argomento principale sosteneva che, nel caso specifico del prezzo del carburante, un taglio delle tasse era uno strumento più consono agli obbiettivi annunciati della riforma (diminuzione del prezzo della benzina).
A tali considerazioni oggi aggiungiamo qualche breve riflessione, scaturita dalla preoccupante tendenza del governo Prodi a intervenire in maniera dirigista sulle scelte delle imprese, soprattutto in determinati settori.

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L’affondamento

di Mario Seminerio

Per chi crede ancora a Babbo Natale, ed è convinto che l’Italia sia avviata verso un radioso avvenire, a patto di “consolidare la ripresa” (?), come direbbe il nostro ineffabile premier, segnaliamo che oggi l’Istat ha pubblicato l’indice della produzione industriale di giugno, che segna una flessione mensile dello 0,5 per cento ed annuale dello 0,1 per cento. La flessione è imputabile in larga misura al marcato calo dei beni di consumo non durevoli (meno 4,6 per cento annuale). Si tratta di un dato che stride con le stime di consenso, che ipotizzavano un incremento mensile dello 0,3 per cento, e che accentua il ruolo dell’Italia come anello debole della catena europea, in questa fase congiunturale. Ma soprattutto segnaliamo (visto che non sembra più di moda farlo, da un annetto a questa parte) che la World Bank ha pubblicato il proprio rapporto annuale Doing Business, un indice sintetico di quanto risulta agevole (o meno) intraprendere e mantenere un’attività produttiva in un paese. Quest’anno l’Italia si segnala per il robusto arretramento nella classifica generale: dalla posizione 69 alla 82. Bel colpo.

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