Contrordine compagni! Il liberismo rimane di destra

di Andrea Asoni e Antonio Mele

L’ultimo film di Gabriele Muccino, “The pursuit of happyness”, si basa sulla storia di Chris Gardner, un giovane americano di colore che ha fatto fortuna nel mondo della finanza partendo da una situazione economica e sociale che definire disagiata sarebbe un eufemismo. Il messaggio di fondo del lavoro di Muccino è che col duro lavoro e la tenacia si può ottenere qualsiasi risultato.

Il successo per Gardner arriva sotto forma di un lavoro da broker per una banca d’affari. I disagi sono invece i più vari. Chris finisce in carcere per delle multe non pagate, viene lasciato dalla sua compagna con un figlio di appena 5 anni, perde la casa dove vive perchè non riesce a pagare l’affitto. Si ritrova senzatetto e dorme spesso nei bagni della metropolitana; quando è fortunato riesce a trovare un pasto caldo e un letto in un ente caritatevole religioso.
Il governo compare poco in questo contesto, e anzi quando lo fa è un ostacolo sulla strada verso il successo (arresto e confisca del conto corrente a causa di tasse non pagate).

Il mondo di Gardner non è certo quello del Welfare State. Piuttosto l’idea di fondo è quella tipica del liberalismo classico in economia, in Italia chiamato liberismo, del povero che si arricchisce attraverso l’impegno e il duro lavoro. E non grazie allo Stato ma in completa indipendenza da esso; qualcuno direbbe, nonostante lo Stato. In un sistema di libero mercato l’intervento dello Stato è minimale e soprattutto attento a non distorcere le scelte delle persone. Sarà l’interazione tra i singoli a determinare la distribuzione delle risorse. Ognuno seguendo la propria passione, le proprie preferenze e i propri talenti.

Inoltre anche le opportunità non sono uguali fra ricchi e poveri. I poveri devono impegnarsi di più per uscire dalla propria condizione di miseria perché partono da una situazione svantaggiata rispetto a chi è ricco. Tale svantaggio, lungi dall’essere “immorale”, è necessario. Un genitore povero che non mette a frutto le sue capacità limita le possibilità dei propri figli. Il naturale altruismo verso i propri bambini spingerà dunque verso un maggiore impegno. Non entriamo nel dibattito di quanto le opportunità debbano essere diseguali. Sottolineiamo solo che probabilmente non devono essere identiche e che la diversità di opportunità gioca un ruolo positivo e non solo negativo.

Siamo quindi rimasti sorpresi nel leggere dell’ultima fatica letteraria di Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, “Il liberismo è di sinistra”. In tal libro, gli autori sostengono una tesi controversa da un punto di vista politico come loro stessi ammettono (“Il liberismo è spesso considerato un pensiero politico ed economico di destra. Imbrigliare i mercati, vincolarli e impedirne il funzionamento per raggiungere vari scopi sociali sarebbe invece di sinistra”), ed anche dal punto di vista economico (“[…] nell’Italia di oggi non esiste una relazione inversa tra equità ed efficienza: più efficienza non significa meno equità, anzi! Le riforme liberiste di cui abbiamo parlato in Goodbye Europa, e che in questo volume brevemente ricordiamo, renderebbero l’Italia non solo un paese più efficiente ma anche più equo”).

Gli autori concludono dicendo che “[…] oggi, in Italia, chi ha a cuore i valori storici della sinistra, cioè equità, pari opportunità, criteri di merito e non di classe, dovrebbe schierarsi in prima linea nelle battaglie a favore d[el] mercato […]”.

Perché questa tesi ci stupisce? Tralasciamo di fornire una analisi storica, che mostrerebbe come la sinistra nell’ultimo secolo si sia definita culturalmente come la parte politica dell’anti-mercato. Allo stesso modo non ci impegnamo nell’analisi teorica della tesi dei prof. Giavazzi e Alesina visto che Michele Boldrin lo ha già fatto egregiamente su NoiseFromAmerika .

Ci concentreremo dunque su altre questioni particolarmente in contrasto con la tesi di Giavazzi e Alesina. Le domande a cui cerchiamo di rispondere, guardando a semplici dati, sono due. È vero che muoversi verso un sistema economico più liberale implica un aumento di efficienza ed equità allo stesso tempo? Se interpretiamo il concetto di equità in termini di minori disuguaglianze economiche (ovvero l’accezione che comunemente si dà a tale concetto nella sinistra politica), la risposta è no: la liberalizzazione dei mercati, l’enfasi sulla produttività dei singoli e sul merito, sul possesso di certe conoscenze sono solitamente accompagnati da una crescita media dei redditi e da un aumento delle differenze tra i ricchi e i poveri.

In questo senso il libero mercato non è culturalmente di sinistra ma chiaramente di destra (dove si tende ad anteporre la crescita economica all’equità). Per cui la tesi di Giavazzi e Alesina non ci sembra corretta; se vogliamo implementare delle riforme liberiste, dovremo rassegnarci ad accettare maggiori disuguaglianze sociali.

Date queste premesse, sorge un altro dubbio: è possibile che in Italia, per una strana situazione storico-politica, le persone che si dichiarano di destra siano meno favorevoli al mercato di coloro che si ritengono di sinistra?
Se fosse così, l’opera di Giavazzi e Alesina sarebbe forzata dal punto di vista teorico, ma almeno meritoria nel cercare di convincere quelli a sinistra restii a sostenere riforme liberiste.

Anche in questo caso però la risposta è negativa. I concetti di merito e concorrenza, di incentivi e di non intervento dello stato hanno maggior presa su chi si dichiara di destra. A sinistra, invece, si considera molto più importante ridurre le disuguaglianze e si preferisce che lo stato intervenga in maniera sostanziale nell’economia. Pertanto, se si vuole cercare di promuovere delle riforme in senso liberista in Italia è più semplice rivolgersi ai cittadini di destra.

Libero mercato e disuguaglianza

L’implementazione di un mercato efficiente e le misure che sono necessarie a tale fine (la diminuzione della pressione fiscale, la deregolamentazione dei mercati, maggiore competizione tra imprese e tra lavoratori etc) determinano, attraverso canali diversi, un aumento della disuguaglianza nei redditi. L’evidenza empirica è varia, diretta e indiretta.

Krueger e Perri (2006) documentano l’aumento della disuguaglianza negli Stati Uniti avvenuta tra il 1972 e il 1998. I due economisti legano tale aumento alla maggiore volatilità del reddito da lavoro, definita come una maggiore differenza tra il maggiore e il minore reddito ottenibile. Quando persone più produttive guadagnano di più (uno degli effetti del libero mercato), anche la disuguaglianza nella società aumenta.

Incidentalmente Krueger e Perri mostrano anche come più disuguaglianza nei redditi non necessariamente implichi un allargamento della forbice tra ricchi e poveri nel consumo (che è la misura che dovrebbe interessare a chi ha a cuore la sorte dei più deboli). E non grazie all’intervento dello Stato ma grazie all’intervento del mercato. Il credito al consumo infatti altro non è che che una forma di assicurazione che gli individui contraggono tra di loro concedendo prestiti a chi ha necessità immediate.

In concomitanza ad un aumento della disuguaglianza infatti si osserva un forte aumento del ricorso al credito al consumo (in genere, carte di credito). Gli autori mostrano che questo sistema in pratica ridistribuisce reddito dai ricchi ai poveri. Tale tendenza non si è fermata, e anzi oggi assistiamo al nascere di fenomeni come prosper.com e zopa.com, siti internet dove le persone si prestano danaro senza alcuna intermediazione bancaria. In sintesi, il mercato crea occasioni di profitto e di maggiore benessere anche da un fenomeno che a prima vista potrebbe essere giudicato negativo, l’aumento della disuguaglianza.

Piketty e Saez (2003) analizzano i redditi dei più ricchi in America nel periodo 1913-1998. Il dato statistico che riportano è un aumento notevole di tali redditi rispetto al resto della popolazione (e della disuguaglianza) dagli anni ’70 in poi, e in modo molto pronunciato soprattutto a partire dagli anni ’80, epoca delle riforme liberiste di Reagan (si veda questo grafico per esempio, che mostra l’aumento della proporzione di reddito detenuto dal 10% più ricco della popolazione).

Tra le cause ipotizzate vi sono il venir meno di alte aliquote marginali e di una pronunciata progressività nel sistema fiscale, riforme nel mercato del lavoro e shock tecnologici che hanno favorito l’accumulazione di certe abilità rispetto ad altre. Ovvero tasse più basse, un mercato del lavoro più flessibile e l’innovazione tecnologica favorita da mercati più liberi fanno aumentare l’efficienza dell’economia a scapito dell’eguaglianza dei redditi.

Levy e Temin (2007) attribuiscono l’aumento nella disuguaglianza dagli anni ’80 in poi alle diverse istituzioni dominanti in America. In particolare il passaggio da alte tasse medie, pronunciata progressività fiscale, notevole peso dei sindacati e un alto salario minimo (politiche tese a redistribuire il reddito come da manuale di sinistra) a basse tasse, ridotta progressività, indebolimento dei sindacati e riduzione del salario minimo ha causato l’aumento della disuguaglianza. La liberazione delle forze del mercato ha da una parte creato il boom economico di cui tutti gli americani hanno beneficiato, godendo di livelli di benessere molto più alti, dall’altra ha accentuato le discrepanze tra ricchi e poveri.

Per completare il quadro è necessario ricordare che, se le forze del mercato hanno fatto aumentare la disuguaglianza nei redditi tra ricchi e poveri, hanno anche cambiato la figura del “ricco”, attraverso gli stessi incentivi. Se prima il ricco era solitamente individuato nel rentier che godeva i frutti del capitale accumulato, i ricchi moderni sono quelli che gli americani chiamano “working rich”. Professionisti e imprenditori che vengono pagati profumatamente (perchè molto produttivi) ma lavorano mediamente più del doppio numero di ore a settimana dei più poveri.

In conclusione, riforme liberiste implicano maggiore crescita e maggiore ricchezza, distribuita in maniera più diseguale. Di certo non maggiore equità.

I valori di fondo degli italiani di destra e di sinistra

I dati della World Value Survey

Siamo andati a vedere come gli italiani hanno risposto alla World Value Survey, una inchiesta internazionale sui valori politici e socioculturali. Gli ultimi dati sono relativi al 1999. Abbiamo raccolto e analizzato i dati delle risposte ad alcune domande su merito, uguaglianza e incentivi degli italiani, costruendo dei grafici che mettono in relazione queste risposte con la autocollocazione politica (ovvero, la risposta alla domanda “indichi dove si trova lei politicamente in una scala da 1 a 10, dove 1 indica estrema sinistra, e 10 indica estrema destra”).

Una nota metodologica. Ciò che segue non fa riferimento agli schieramenti partitici. Il nostro obiettivo è valutare le opinioni dei cittadini a seconda del loro orientamento politico-culturale e non a seconda del partito per cui votano. Per guardare le figure si apra il file “figures_WVS_questions.pdf” .

Le prime tre figure riguardano i valori o principi sui quali si dovrebbe fondare una società “giusta” (a parere degli intervistati). Ad ogni principio, quali il riconoscimento dei meriti individuali o la riduzione delle disuguaglianze, ogni intervistato attribuisce un grado di importanza.

La prima figura (WVS 1) suggerisce che più ci si sposta a destra più il riconoscimento dei meriti individuali viene considerato importante (a parte un’anomalia per l’estrema sinistra, dovuta possibilmente al ristretto numero degli intervistati). La seconda figura (WVS 2) invece sottolinea come per il popolo della sinistra (non sorprendentemente) la riduzione delle disuguaglianze è molto importante. Questo risultato viene confermato dalla figura WVS 3 che riguarda ancora il grado di distribuzione dei redditi. Mentre a destra si tende a pensare che la disuguaglianza nella società italiana non sia abbastanza, a sinistra si pensa che i redditi debbano essere più uguali.

Le figure 4-6 riguardano la libertà economica in particolare delle imprese. Il quarto dato (WVS 4) ha rilevanti implicazioni di policy corrente. Quando si è posti di fronte al problema della proprietà pubblica delle aziende e di una loro eventuale privatizzazione, a destra si mostrano chiaramente favorevoli alla proprietà privata mentre a sinistra si è più freddi rispetto a tale tema. Stesso risultato per quanto riguarda la concorrenza (WVS 5): chi si colloca a destra tende a considerare la competizione come una forza positiva mentre molti a sinistra la considerano una forza negativa.
La figura WVS 6 inoltre mostra chiaramente come a sinistra si chieda allo Stato un maggiore controllo sull’operato delle imprese mentre a destra si indichi chiaramente come i privati debbano essere liberi di operare da influenze pubbliche.

La settima domanda (WVS 7) va al cuore della differenza ideologica tra destra e sinistra. Dovendo scegliere tra libertà ed eguaglianza a sinistra si favorisce decisamente la seconda. Tale sostegno declina mano a mano che ci si sposta verso destra. Alla destra dello spettro politico infine si sceglie decisamente la libertà sull’eguaglianza.

In fondo, questi dati confermano quello che dice il senso comune. A destra si sceglie la libertà piuttosto che l’uguaglianza, si preferisce meno intervento dello Stato, si ritiene il riconoscimento dei meriti individuali un principio fondamentale e si è disposti ad accettare una società più libera, più ricca e più diseguale. A sinistra il disegno è completamente rovesciato.

I dati dell’indagine ISPO – Analysis per NoisefromAmerika

I dati presentati sopra risalgono al 1999. Si potrebbe sospettare che in 8 anni la situazione sia cambiata. Abbiamo perciò integrato l’evidenza della World Value Survey con quella dell’indagine demoscopica realizzata a giugno 2007 dall’ISPO di Renato Mannheimer, in collaborazione con Analysis, per le Giornate di Studio NoisefromAmerika (ringraziamo Michele Boldrin e i redattori di NfA per averci fornito i dati). Questa indagine conferma quanto detto sopra, e fornisce la prova che le visioni di fondo dei cittadini che si dichiarano di destra o di sinistra sono stabili nel tempo. Per osservare i grafici aprire il file “figures_ISPO_questions.pdf”.

I primi due dati (ISPO 1 e ISPO 2) riguardano la dicotomia ideale e ideologica tra uguaglianza e libertà. Come in precedenza troviamo confermato il fatto che a destra preferiscono la libertà all’uguaglianza mentre a sinistra la si pensa in maniera opposta.

Successive domande si sono invece concentrate su precise scelte di policy. È infatti ovvio che diverse assunzioni sulla libertà e sull’eguaglianza si traducono in diverse scelte di policy. Ogni scelta di policy inoltre ha certe implicazioni sulla vita dei singoli individui che pagano dei costi o traggono dei benefici.

Per quanto riguarda il mercato del lavoro la differenza è netta. Mentre a sinistra si dichiara di preferire un mercato che tenga in maggior conto le esigenze dei lavoratori, a destra si preferisce che dia un peso maggiore alle necessità delle imprese (ISPO 3 e ISPO 4). Inotre messi di fronte alla scelta tra un mercato flessibile e con salari più alti o un mercato rigido con salari più bassi, le persone di destra e sinistra scelgono in maniera opposta: flessibilità e ricchezza per i primi, rigidità e sicurezza per i secondi (ISPO 5 e ISPO 6).

Anche il rapporto tra lo Stato e il cittadino viene vissuto diversamente dalle persone di destra e di sinistra (e in modo perfettamente compatibile con le classiche ideologie di destra e di sinistra). I secondi sono più propensi del cittadino medio a pensare che lo Stato sia in grado di fornire servizi a condizioni economiche convenienti mentre i primi si rivelano parecchio scettici, e molto più scettici del cittadino medio, su tale capacità (ISPO 7 e ISPO 8). Tali opinioni sono perfettamente in linea con il fatto che mentre a sinistra si ritiene che lo Stato debba garantire tali servizi anche quando è necessario aumentare le tasse, a destra si preferisce un abbassamento delle tasse anche a costo di un taglio di tali servizi (ISPO 9 e ISPO 10).

È interessante notare che tali opinioni rimangano immutate anche qualora venga presentato il quadro di uno Stato effettivamente inefficiente nel produrre tali servizi. Nonostante la sua inefficienza gli italiani in generale preferiscono che lo Stato continui a produrre tali servizi, piuttosto che tagliare le tasse e lasciare gli individui liberi di acquistare i servizi necessari sul mercato. Tale tendenza è più forte a sinistra mentre a destra si concentrano i pochi favorevoli ad un taglio delle tasse (ISPO 13 e ISPO 14).

Per quanto riguarda le privatizzazioni viene confermato quanto già appreso sopra; a sinistra sono in maggioranza contrari mentre a destra si concentrano i (pochi in effetti) favorevoli (ISPO 11 e ISPO 12).

Conclusioni

In questo lungo, ma speriamo agile, articolo abbiamo argomentato contro la tesi di Alesina e Giavazzi, secondo cui il liberismo sarebbe di sinistra, in due modi. Da una parte abbiamo riportato alcuni articoli scientifici che argomentano come la relazione inversa tra equità ed efficienza esista. Ovvero il mercato è come la marea che solleva tutte le barche ma ne solleva alcune più di altre. E più si vuol salire, più si rischia di vedere aumentato il divario. Pertanto a sinistra non ci si può illudere di avere più mercato e anche più equità, almeno nel medio periodo.

La seconda parte del nostro argomento invece studia i valori e i principi delle persone di destra e di sinistra in Italia e mostra come le idee del liberalismo classico in economia trovino terreno più fertile tra coloro che si definiscono di destra.

In quanto persone che si ritengono liberali siamo felici di vedere gli ideali del libero mercato diffondersi anche nella parte sinistra dello spettro politico, tradizionalmente avversa a queste posizioni. Non si può che apprezzare la forza con cui si cerca di cambiare un’ideologia ormai non più al passo con i tempi. Allo stesso modo riteniamo che sia erroneo e controproducente presentare queste posizioni come posizioni di sinistra. Si crea confusione ed uno svuotamento di significato delle etichette che non genera nulla di nuovo ma piuttosto un generico contenitore di idee buono per tutte le stagioni e in cui far entrare di tutto.

Piuttosto sarebbe meglio riconoscere che la sinistra si dovrebbe spostare; piuttosto che “il liberismo è di sinistra”, sposeremmo la tesi che “la sinistra dovrebbe essere liberale”.

Se poi lo sforzo dei prof. Alesina e Giavazzi è teso a creare un ambiente favorevole alle tanto agognate ma mai realizzate riforme liberali che dovrebbero rilanciare l’Italia, insieme al nostro plauso, se possiamo, vorremmo anche dare la seguente indicazione: dai dati riportati sopra sembra che il terreno più fertile nel quale seminare una rivoluzione liberale stia nei nostri concittadini di destra, e non a sinistra. A gettare i semi in terreni aridi si rischia di non aver raccolto. E se nel fare così si lasciano i terreni fertili incolti allora il danno è ancora maggiore.

Annunci

9 Comments

  1. È incredibile come sia ancora vivo il mito americano dell’uomo che si fa da solo. Nell’illusione che “tutti” ce la possono fare, la società accetta però che solo “alcuni” ce la fanno, e lascia gli altri nella polvere.
    Primo, maggiore diseguaglianza implica maggiore “povertà”, perché la percezione della povertà di fatto è relativa. Secondo, l’idea di libertà cui si fa riferimento in questo articolo non è chiara. Cosa significa “libertà”? Libertà di fare soldi? Libertà in sé? Se un sistema di mercato A mi garantisce un salario doppio rispetto a un sistema B, a patto che però devo lavorare come salariato, esposto alle intemperie degli umori del capo invece che come libero professionista, sono più libero?

  2. Flavia,
    sollevi diversi punti nel tuo commento sui quali vorrei lasciare alcune impressioni.
    1 l’articolo non e’ incentrato sul sogno americano o sulla sua esistenza. Permettimi inoltre di farti notare che la stragrande maggioranza degli americani “ce la fa” ovvero gode di un tenore di vita soddisfacente (e in media superiore a quello europeo). Nessuno rimane nella polvere e chi lo fa spesso e’ vittima di propri comportamenti (o delle distorsive politiche dello Stato).
    2 pensiamo inoltre che la definizione della poverta’ debba essere assoluta piuttosto che relativa. Un concetto di poverta’ relativa e’ vuoto di ogni rilevante implicazione di policy (che non sia ovviamente la redistribuzione).
    3 Il discorso sulla liberta’ e’ decisamente troppo complesso per essere affrontato nei commenti. Quanto ognuno di noi sia libero e’ una questione filosofica interessante. Altrettanto interessanti sono le implicazioni di policy che diverse risposte producono. In questa sede mi limito a sottolineare (seguendo Berlin) che le implicazioni di policy di certe interpretazioni hanno pericolose derive totalitarie.

  3. penso che non smetterò mai di inorridire di fronte alla tesi della diseguale opporunità per i figli come incentivo a fare meglio (e se, tra le mille obiezioni, uno già fa il massimo, ma ancora non riesce a mandare il figlio meritevole alla LSE?).
    la meritocrazia è sacrosanta, ma senza pari opportunità è solo ideologia che giustifica l’assenza di mobilità sociale.

  4. Ciao Andrea, grazie della risposta. Sì il concetto di libertà è complesso, non da affrontare in un commento. Le idee di Berlin, come di altri libertari/liberali classici, sottolineano i rischi di derive totalitarie di certe politiche distributive. Ma ciò non dimostra che esso portino necessariamente al totalitarismo (come credeva Hayek), né che in assenza di politiche distributive non sia possibile il totalitarismo, o quanto meno la dittatura oligarchica.
    Quanto alla povertà, continuo a non essere d’accordo. Una definizione di povertà assoluta implicherebbe una concezione meccanicistica dei bisogni dell’uomo (quante calorie ti servono in un giorno? quanti vestiti in un anno, ecc). In parte, cero, è così. Se tutti abbiamo solo una mela al giorno, siamo tutti poveri, non certo ricchi. Ma nelle società moderne, dove il problema della sopravvivenza materiale è superato, la povertà è definita in termini relativi.

  5. una risposta a questi commenti e’ doverosa. Chiederemmo pero’ ai nostri lettori di non spostare nei commenti il focus su questioni pure importanti ma marginali rispetto a quanto discusso sopra. Altrimenti si corre il rischio di forumizzare la discussione. Per evitare cio’ non pubblicheremo ulteriori commenti non strettamente legati alla domanda “e’ il liberismo di destra o di sinistra?”; cerchiamo in questo modo di mantenere la discussione entro certi binari ed evitare che vada per altre tangenti. Grazie.

    Barbara: quella delle diseguali opportunita’ come incentivo a fare meglio non e’ una tesi ma un fatto che non dovrebbe prestarsi a considerazioni di moralita’. E’ meglio capire il mondo per come e’ che indignarsi nello scoprire che non e’ come vorremmo che fosse (secondo la nostra personale morale).
    Inoltre, come abbiamo precisato nell’articolo, quanto le opportunita’ debbano essere diseguali e in quali dimensioni e’ una questione che richiede considerazioni che noi non abbiamo affrontato; magari in un altro articolo.

    Flavia: se ci pensi bene le stesse considerazioni che ti portano a pensare che una definizione assoluta di poverta’ non sia corretta si applicano allo stesso modo alla tua definizione relativa di poverta’.

    Chi infatti decide e secondo quale criterio che e’ povero chi possiede il 10% del reddito medio (o il 10% del reddito mediano)? o non sarebbe meglio il 15%? o il 5%? come decidere tra le diverse soglie? beh, in base a quello che pensi che una persona debba “avere”… e siamo ricaduti nella ‘trappola’ del “quante calorie ti servono in un giorno?” riformulata come “quanti televisori ti servono in un giorno? e con quanti meno televisori del piu’ ricco sei povero?”. E perche’ (ipotizziamo) con 3 televisori in meno di Bill Gates sei povero ma con 2 televisori in meno no?

    La definizione assoluta di poverta’ in parte ha a che fare con problemi simili ma la sua riduzione al soddisfacimento di bisogni fondamentali risolve in parte questo problema. Anche questo e’ un tema che magari richiede l’attenzione di un altro articolo; ci pensiamo.

  6. Andrea e Antonio,

    innanzitutto complimenti. La discussione scatenatasi sul libro di Alesina e Giavazzi è spesso piuttosto vaga, mentre voi ci avete messo i paper e i sondaggi e avete concretizzato il discorso.
    Non condivido però la vostra conclusione ( “sembra che il terreno più fertile nel quale seminare una rivoluzione liberale stia nei nostri concittadini di destra, e non a sinistra. A gettare i semi in terreni aridi si rischia di non aver raccolto”). Manca infatti qualsiasi riferimento all’odierna classe politica italiana. Che i cittadini pensino questo o quello del liberismo è cosa importante, ma mi pare ancor più cruciale la capacità dei politici di mettere in atto questi progetti. In ciò la destra è in netto svantaggio. La sinistra è il terreno in cui seminare le idee liberali e su questo Alesina e Giavazzi hanno visto giusto. Per giustificare quest’ultima affermazione utilizzerò le parole altrui:

    “Come mai siamo quasi tutti convinti che se Berlusconi tornerà al governo, non riuscirà a fare (esattamente come l’altra volta) nessuna «rivoluzione liberale? (…) In un precedente articolo (…) ho chiesto ai leader del centrodestra di spiegarci cosa intendano fare, una volta tornati al governo, per portare l’Italia ai piani alti della classifica. Non hanno risposto. Forse perché non ne hanno la più pallida idea”. (Angelo Panebianco, Corriere della Sera, 27 agosto 2007)

    “Il paese ha bisogno di un Cavaliere Bianco che prenda la strada che non ha preso mai nessuno in Italia, quella del PLV (Partito Liberale Vero). Il PLV non si puo’ fare da destra, purtroppo. Il che e’ una jella, perche’ ovviamente il PLV dovrebbe essere un partito che fa delle politiche da vera “destra”. Meglio detto: il PLV va fatto (anche con) il popolo della destra per fare politiche liberali, ma non lo puo’ fare questa destra politico-intellettuale. La destra italiana e’ un coacervo di nani, ladri e ballerine” (Alberto Bisin e Michele Boldrin, NoiseFromAmerika, 22 febbraio 2007)

  7. Per quanto riguarda l’argomento del post: sono d’accordo con l’autore, il liberismo è di destra. O quanto meno, io mi considero di sinistra e ho molte opinioni in contrasto alla teoria liberista. Ciò non toglie però che, in alcuni casi, sia cosa buona e giusta che la sinistra si appropri dei conseguimenti liberali, quando cioè l’inappropriato intervento statale sia fonte di iniquità.

    Contesto però che “la stragrande maggioranza degli americani “ce la fa” ovvero gode di un tenore di vita soddisfacente (e in media superiore a quello europeo).” I contesti europeo (dalla Svezia alla Romania) e americano (dalla California alla Louisiana) sono estremamente variegati; inoltre, non è stato ancora inventato un indicatore univoco del “tenore di vita”. Credo che il modello statunitense e quello socialdemocratico europeo nelle condizioni migliori siano in grado di produrre ugualmente benessere. Le differenze sono più sottili.

  8. Philippe,

    punto accettato. Nota pero’ che la conclusione logica di quello che dici e’ la necessita’ di un rinnovamento culturale della leadership della destra italiana e non la proposizione “il liberismo e’ di sinistra”.

    Sul rinnovamento della cultura della leadership della destra italiana siamo perfettamente e totalmente d’accordo con te ed e’ un’attivita’ che auspichiamo.

I commenti sono chiusi.