L’affondamento

di Mario Seminerio

Per chi crede ancora a Babbo Natale, ed è convinto che l’Italia sia avviata verso un radioso avvenire, a patto di “consolidare la ripresa” (?), come direbbe il nostro ineffabile premier, segnaliamo che oggi l’Istat ha pubblicato l’indice della produzione industriale di giugno, che segna una flessione mensile dello 0,5 per cento ed annuale dello 0,1 per cento. La flessione è imputabile in larga misura al marcato calo dei beni di consumo non durevoli (meno 4,6 per cento annuale). Si tratta di un dato che stride con le stime di consenso, che ipotizzavano un incremento mensile dello 0,3 per cento, e che accentua il ruolo dell’Italia come anello debole della catena europea, in questa fase congiunturale. Ma soprattutto segnaliamo (visto che non sembra più di moda farlo, da un annetto a questa parte) che la World Bank ha pubblicato il proprio rapporto annuale Doing Business, un indice sintetico di quanto risulta agevole (o meno) intraprendere e mantenere un’attività produttiva in un paese. Quest’anno l’Italia si segnala per il robusto arretramento nella classifica generale: dalla posizione 69 alla 82. Bel colpo.

In dettaglio, le aree di maggior deterioramento della “business friendliness” del nostro paese, secondo la metodologia utilizzata dalla World Bank, sono quelle relative a ottenimento di credito (condivisione di informazioni e protezione legale di prestatori e prenditori), al commercio transfrontaliero ed al fisco. Riguardo il commercio estero, si nota la pesantezza e numerosità della documentazione formale da produrre a supporto di import ed export, i tempi necessari all’attuazione delle operazioni, i costi di importazione ed esportazione per container, tutti nettamente superiori alle medie OCSE, mentre le rigidità terzomondiste del nostro mercato del lavoro ci regalano la posizione numero 101 della classifica.

Resta stabile, ma su livelli di assoluta inverecondia, il posizionamento del nostro paese nell’ambito della tutela dei contratti: siamo alla posizione 141 su 175, quella di una landa piagata dalla incertezza del diritto, la culla dell’arbitrio burocratico e dell’incompiutezza di quello che resta il pilastro dello sviluppo di un’economia di mercato, la tutela dei diritti di proprietà. Pensate, in media da noi occorrono qualcosa come 40 procedure e ben 1210 giorni per chiedere e ottenere giustizia civile, ad esempio per tornare in possesso di un proprio bene. Il tutto all’esoso costo medio del 17,6 per cento del valore nominale del credito vantato. Per l’intera area OCSE siamo ad una media di 22 procedure, 351 giorni di iter e costi pari all’11,2 per cento del credito. Caste e corporazioni ci rendono un paese da ingiustizia costituzionalmente garantita, la patria di elezione dei disonesti.

Riguardo le tasse, a fronte di un numero di adempimenti formali sostanzialmente in linea con quelli OCSE, si rileva l‘aberrante numero di ore spese dagli imprenditori italiani per raccogliere la documentazione fiscale, compilare le dichiarazioni dei redditi e pagare i relativi debiti di imposta, pari a 360 ore contro una media OCSE di 202.9; colpiscono, inoltre, i dati relativi al tax rate in percentuale dei profitti lordi, pari al 76 per cento per il nostro paese a fronte di un 47,8 per cento per l’area OCSE, e soprattutto il costo del lavoro, in termini di fiscalità e contributi, una misura che rappresenta una proxy del cuneo fiscale, che da noi è pari al 48,2 per cento dei profitti lordi, contro una media OCSE del 23,7 per cento.

Una sola considerazione s’impone: immaginate l’evoluzione delle voci riferite a fiscalità e mercato del lavoro sulla rilevazione del prossimo anno, quella che incorporerà le recenti misure di socialismo reale adottate in ambito previdenziale-contributivo e di controriforma della normativa lavoristica. Stiamo affondando, ma con il Capitale di Marx ben stretto sotto il braccio.

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2 Comments

  1. “…The data for all sets of indicators in Doing Business
    2007 are for April 2006…”

    (pagina 61)

    e andiamo avanti!

  2. L’articolo non assegna paternità “temporali” al deterioramento della posizione di business friendliness italiana, ma valuta se le misure di “riforma” introdotte nell’ultimo anno dall’esecutivo italiano si inseriscano nel mainstream dei paesi che hanno efficacemente riformato e liberalizzato i singoli ambiti di operatività. I capitoli (e le ricette di intervento) sono lì da leggere: (“How to reform”). Se poi vogliamo cadere nell’abituale giochino di società tribale, credo che otterremo solo di sprecare il nostro tempo. Ma posso essere smentito: magari l’anno prossimo, grazie all’aumento della contribuzione previdenziale su parasubordinati e all’eliminazione di job-on-call e staff leasing l’Italia balzerà intorno alla trentesima posizione del ranking, chissà.
    Per il momento, godiamoci il trend di produzione industriale. Quella tedesca, intendo, il cui dato di giugno è in pubblicazione domani, martedì 7 agosto.

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