Come il debito pubblico spiazza la Borsa a colpi di agevolazioni

di Mario Seminerio – Il Foglio

A intervalli regolari, riemerge il tema dell’apparente scarso investimento in attivi italiani da parte del risparmio nazionale. Ma, se partiamo dal presupposto di investire in funzione del peso di un paese sugli indici globali, non ci sono particolari motivi per lamentarsi del fatto che i fondi (comuni e pensione) non investano in doppia cifra sul nostro paese.

Miniera di gioielli

Certo, c’è sempre chi sostiene che l’Italia è una miniera di gioielli economici che non aspettano altro che di essere scoperti. Ammesso che sia così, non serve necessariamente portare in borsa più società. Non tanto per l’ostacolo strutturale dato dalla dimensione media delle nostre aziende quanto per il fatto che gli ingressi in quotazione sembrano vivere un periodo di stanca un po’ ovunque, anche per effetto della maggior presenza dei fondi alternativi illiquidi (private equity e private debt su tutti), che fanno opera di scouting senza necessitare dello sbocco della quotazione. E, che ci crediate o meno, ci sono molti gestori esteri impegnati a portare alla luce questi gioielli italiani. È il denaro, bellezza.

Quindi non stracciamoci le vesti per il basso peso della nostra borsa rispetto al Pil nazionale né per quello mediamente normale degli investimenti degli istituzionali italiani in attivi nazionali. Dovremmo invece restare affezionati al concetto di diversificazione, la più ampia possibile.

Viene anche da sorridere, leggendo interventi di asset manager italiani che lamentano che i gestori esteri “ci portano via il risparmio”. Disappunto comprensibile: avere più vaste praterie da cui mietere commissioni di gestione e di (presunta) performance sarebbe certamente preferibile. Non necessariamente per i risparmiatori, però.

Si sostiene che i fondi pensione e le casse previdenziali italiane dovrebbero avere facoltà di aumentare gli investimenti in attivi italiani non quotati. Si può fare ma sempre col limite della diversificazione. Giusto non mettere tutte le uova nello stesso paniere. Poi, ci sono aziende italiane il cui fatturato viene generato all’estero, a volte in maniera quasi esclusiva. Che facciamo con loro? Sono meritevoli di investimento patriottico oppure no, anche se macinano utili?

Spiazzati dal debito pubblico

Bisogna considerare che i risparmiatori italiani mostrano da sempre una non elevata propensione all’investimento azionario, preferendo il debito pubblico nazionale. Anche questo è un elemento che frena l’afflusso di capitali verso l’azionario e il debito privato. Un punto tanto rilevante quanto poco evidenziato, o forse rimosso: stiamo scordando che il nostro mercato dei capitali è pesantemente distorto in direzione dell’agevolazione al collocamento del nostro debito pubblico, per noti e sciagurati motivi.

Forse è davvero tempo che “qualcuno”, in primo luogo gli intermediari finanziari e gli “addetti ai lavori”, chiami le cose col giusto nome: vale a dire che in questo paese è in corso un gigantesco spiazzamento dei capitali privati a favore del debito pubblico. Tale spiazzamento inizia a verificarsi a livello di fiscalità, con i titoli di stato tassati per le persone fisiche al 12,5 per cento mentre le obbligazioni private lo sono al 26 per cento. Ma non finisce qui. Anzi, pare stia decisamente aggravandosi.

Prendiamo l’invereconda trovata del governo di togliere dall’ISEE i titoli di stato e garantiti dallo stato, sino all’importo di 50.000 euro, per agevolare il collocamento del nostro debito pubblico. In attesa che Bruxelles si pronunci su questa discriminazione, qualunque soggetto senziente dovrebbe intuire che siamo di fronte a una assurda distorsione del nostro welfare, reso ancor più regressivo di quanto già non sia. Proviamo a riflettere con un esempio: una famiglia vorrebbe accedere alle agevolazioni pubbliche, e ha in portafoglio obbligazioni del settore privato. Che fa, quindi? Le vende, per comprare l’equivalente di Btp.

In questo modo, se il fenomeno si generalizzasse e a parità di ogni altra condizione, avremmo una riduzione dei rendimenti dei Btp e un aumento di quelli del settore privato. Senza contare come, detto, il preesistente beneficio fiscale. Di conseguenza, il costo di emissione di debito del settore privato aumenta, con tutte le conseguenze del caso. Un problema, e grave.

Quindi è utile, quando si parla di borsa ma più in generale di investimento nell’economia del paese (quella “reale”, come dice qualcuno), essere consapevoli che questa corsa al collocamento del debito pubblico presso i risparmiatori italiani spiazza altri investimenti, nel senso che li sostituisce e li rende più costosi.

Moto perpetuo di sussidi

Dopo di che, è perfettamente inutile organizzare convegni in cui si stigmatizza la dimensione asfittica della nostra borsa e magari si chiedono sussidi per agevolare le quotazioni o l’investimento in capitale azionario o di debito del settore privato italiano. Questo diventa il gioco delle tre tavolette, o meglio dei tre sussidi, che è ormai sport nazionale.

Peraltro, abbiamo già visto all’opera queste “agevolazioni” con i Pir, i piani di investimento del risparmio. Taglieggiati dalle commissioni di gestione degli intermediari, prima che dai rovesci dei corsi azionari. Al punto che l’immancabile politico di turno, cultore del moto perpetuo, ha proposto di indennizzare i risparmiatori da eventuali perdite. Prima o poi, dovremo prendere atto che non è possibile raggiungere la felicità a colpi di sussidi che correggono gli effetti avversi di altri sussidi.

(Pubblicato online e su cartaceo il 16 febbraio 2024)

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