Perché l’Islam è diventato Islamista?

di Andrea e Mauro Gilli – Strade

Una delle più importanti questioni contemporanee riguarda la capacità dell’Islam di modernizzarsi, dove per Islam non si intendono soltanto i Paesi musulmani ma anche – se non soprattutto – le loro popolazioni, i loro valori, e le loro strutture sociali.

Il mondo islamico è caratterizzato da enormi sfaccettature al suo interno, in quanto si estende su un’area estremamente vasta che va dal Marocco nel Nord Africa all’Indonesia nel sud-est Asiatico, con diramazioni sia settentrionali, come nei Balcani, nel Caucaso, e nell’Asia Centrale, che meridionali, quali la Nigeria o il Sudan. Ciononostante, gli ultimi 15 anni hanno visto un generale stallo dal punto di vista socio-politico di questo eterogeneo blocco di Paesi e, in alcuni casi, addirittura un poderoso arretramento su questi fronti: in Stati quali l’Arabia Saudita o il Pakistan è difficile constatare dei significativi passi avanti verso democrazia e diritti umani; il terrorismo si è espanso anche ad aree dove prima era assente come la Tunisia; e infine il fondamentalismo e l’integralismo si sono allargati in zone in precedenza laiche e moderate, quali l’Egitto, la Turchia o la Siria.

Come spiegare questa transizione e, più in generale, la decennale arretratezza socio-politica dei Paesi musulmani? Nell’articolo cerchiamo di ragionare brevemente sulle cause di questo “fallimento”, pur consci che il quadro generale che cercheremo di trarre non rende giustizia delle singole peculiarità e differenze che esistono tra i vari Paesi islamici. Questo intervento per Strade è dunque uno spunto, che in futuro ci ripromettiamo di approfondire in modo più analitico.

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Non sarà il boom dei droni a incrinare la supremazia americana

di Andrea Gilli e Mauro Gilli (da Il Foglio, 27 Aprile 2016)

Se il sottomarino è stato tra le tecnologie militari che più hanno giocato un ruolo centrale nella Prima guerra mondiale, il radar durante la Seconda guerra mondiale e i missili da crociera nel corso della Prima guerra del Golfo, i droni – i famosi aerei senza pilota – sono indiscutibilmente la tecnologia militare che più ha caratterizzato la guerra al terrorismo lanciata all’indomani dell’11 settembre.

I droni esistono in diverse configurazioni, piccoli e grandi, ad ala fissa o rotante, armati o non armati, “stupidi” ovvero in grado di operare in automatico (per esempio di sorvolare un dato territorio sulla base di uno scenario pre-programmato) o autonomi, e quindi intelligenti: in grado cioè di compiere scelte complesse grazie alla loro intelligenza artificiale. Anthony Finn e Steve Scheding, nel loro volume “Development and Challenges for Autonomous Unmanned Vehicles: A Compendium” (Springer-Verlag, 2010), discutono nel dettaglio questi aspetti.

Durante la guerra al terrorismo, gli Stati Uniti hanno usato droni di diverse dimensioni principalmente per la raccolta di informazioni a terra tramite vari sensori di bordo (in gergo tecnico, “Intelligence, Surveillance and Reconnaissance”). Nel caso di piattaforme disarmate, i dati raccolti sono trasmessi in tempo reale ad altri sistemi che, a loro volta, procedono poi alla neutralizzazione del bersaglio, se necessario. Quando invece i droni sono armati, ovvero dotati di missili di precisione, come è il caso del RQ-1 Predator o del MQ-9 Reaper, è possibile portare a termine immediatamente un attacco. E’ in questa maniera che le file di al-Qaida e di altri gruppi radicali sono state decimate in Afghanistan, Pakistan, Somalia e Yemen. La storia relativa allo sviluppo del Predator è epica e molto americana: si uniscono imprenditorialità, genialità, finanza, difficoltà tecniche e pressante necessità di nuove tecnologie militari per affrontare la minaccia asimmetrica del terrorismo jihadista. Richard Wittle la racconta con precisione nel suo interessante “Predator: The Secret Origins of the Drone Revolution” (Henry Holt & Co., 2014).

Man mano che però il numero di attacchi portati a termine con droni armati da parte degli Stati Uniti è aumentato, molti commentatori hanno iniziato ad avere dubbi e preoccupazioni crescenti: prima relativamente alla legalità di questa pratica, poi alla sua legittimità, e successivamente alla sua efficacia. Un volume curato da Peter L. Bergen, della New America Foundation, e Daniel Rothenberg, della Arizona State University, intitolato “Drone Wars Transforming Conflict, Law, and Policy” (Cambridge University Press, 2014), offre un’ampia prospettiva sul tema. Ma il dibattito attualmente più importante riguarda un altro aspetto e, precisamente, il rischio che i droni si possano diffondere facilmente anche a rivali e avversari, con conseguenze negative per la stabilità e la sicurezza internazionale.

Tra i primi ad avanzare questa considerazione vi è Peter W. Singer, uno dei massimi esperti di guerra e tecnologia, già enfant prodige della Brookings Institution e autore di un libro proprio su droni e nuove tecnologie militari, “Wired for War: The Robotics Revolution and Conflict in the 21st Century” (Penguin Books, 2009). Nel 2011, Singer notava in un articolo per Foreign Policy che mentre durante tutta la Guerra fredda gli Stati Uniti hanno goduto del monopolio sulle principali tecnologie militari, nel campo dei droni il monopolio americano era andato perduto già molti anni prima. Tanto nel campo accademico che in quello dei policy maker, questo punto di vista è presto diventato dominante: da docenti come Michael Horowitz della University of Pennsylvania, tra i più promettenti accademici nel campo delle relazioni internazionali e autore di “The Diffusion of Military Power: Causes and Consequences for International Politics” (Princeton University Press, 2010) a Daniel L. Byman, esperto di antiterrorismo della Georgetown University, dal Defence science board del Pentagono in un suo fondamentale studio sul ruolo della robotica, “The Role of Autonomy in DoD Systems” (2012), fino a Robert O. Work, attualmente vicesegretario della Difesa, in un interessante rapporto intitolato “20YY: Preparing for War in the Robotic Age” (Center for New American Security, 2012), il consenso tra gli esperti è giunto alla conclusione che la relativa semplicità con cui è possibile produrre e operare droni stia favorendo la loro diffusione. Chiaramente, i primi a uscirne svantaggiati da questo sviluppo sarebbero gli Stati Uniti che, in un futuro non troppo lontano, si troverebbero, in primo luogo, a confrontarsi con nemici in possesso di tecnologie militari avanzate e, secondariamente, a operare in un contesto internazionale caratterizzato da maggiore instabilità e insicurezza proprio per via della diffusione di queste tecnologie.

Ma è davvero così? La rivoluzione robotica nel campo militare rischia davvero di indebolire l’egemonia americana? Nel corso degli ultimi cinque anni, abbiamo studiato a fondo quasi tutti i progetti industriali degli ultimi 25 anni lanciati in giro per il mondo e volti alla produzione di varie tipologie di droni. Abbiamo anche analizzato nel dettaglio tutte le campagne militari degli ultimi tre decenni, focalizzandoci in particolare su droni, o tecnologie analoghe quali missili di precisione e sensori ad alta definizione. La nostra analisi, pubblicata sulla rivista accademica Security Studies, non solo mette fortemente in discussione l’idea che i droni si stiano diffondendo velocemente e che questi siano facili da operare, ma anche che gli Stati Uniti possano in qualche maniera essere indeboliti dalla transizione tecnologica in atto.

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Terrorismo: più Europa, un coro fuoriluogo

Serve più Unione Europea contro il terrorismo?

di Mauro Gilli – Il Foglio

Sul Corriere della Sera del 26 marzo, Laura Boldrini, Presidentessa della Camera dei Deputati, chiede più Europa per affrontare la sfida dell’Islamismo radicale. Non è la prima: David Sassoli – Euro-Parlamentare del PD, sul suo blog sull’Huffington Post – all’indomani della strage di Bruxelles della scorsa settimana ha espresso pensieri analoghi, così come il premier Matteo Renzi, già dopo gli attentati contro Charlie Hebdo e quelli del Bataclan, o Fareed Zakaria, famoso opinionista americano, in un’intervista sempre al Corriere, ma del 27 marzo. Rispetto agli altri interlocutori, la Presidentessa Boldrini svolge un ragionamento più elaborato e profondo che pertanto merita maggiore attenzione.

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La leva obbligatoria di Salvini è antistorica. E pure inutile

di Andrea Gilli e Mauro Gilli – Il Foglio

Il segretario nazionale della Lega nord, Matteo Salvini, ha proposto di recente la reintroduzione della leva obbligatoria. E’ una proposta discutibile e quasi astorica, soprattutto alla luce dello stato delle nostre forze italiane (che hanno problemi di eccesso, non di carenza, di personale). Poiché però viene da un politico autorevole con un ampio e crescente seguito, è utile discuterne le problematicità.

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La strage di Parigi, i conti tornano – se si conosce la logica

di Andrea Gilli e Mauro Gilli

Sul Blog di Beppe Grillo è apparso un articolo che solleva dei dubbi sull’attacco terroristico alla redazione del giornale satirico parigino Charlie Hebdo. Precisalmente, il suo autore, Aldo Giannuli, ricercatore confermato in Scienze Politiche all’Università Statale di Milano e già consulente di numerose procure italiane sottolinea una serie di contraddizioni (via Corriere). Onestamente, non si capisce se Giannuli stia chiedendo agli inquirenti chiarezza su una serie di apparenti contraddizioni (ma non pensiamo che sia così sprovveduto: l’attacco è avvenuto ieri e per mettere insieme i pezzi di un puzzle servono inchieste che, spesso, richiedono mesi se non anni) oppure, e sarebbe più preoccupante, se stia adombrando, in tipica tradizione italica, la possibilità di piste oscure e occulti supersovrani che da una stanzetta (di Parigi) manovrano l’umanità (come la conclusione dell’articolo suggerisce).

Il problema non sta tanto nella visione del mondo di Giannuli – che può legittimamente credere a tutti i complotti che vuole – ma nel fatto che le contraddizioni da lui sollevate non sono tali, almeno ad una qualunque persona con una competenza elementare in materia, come uno studente di Scienze Politiche al primo anno che abbia frequentato un seminario introduttivo sul terrorismo e sull’anti-terrorismo.

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Andrea Gilli e Mauro Gilli, articolo su Security Studies

di redazione

La ricerca di Andrea Gilli e Mauro Gilli sulla diffusione del terrorismo suicida è di recente stata pubblicata dalla rivista accademica Security Studies. Nell’articolo, i due autori dimostrano – utilizzando sia i metodi quantitativi che quelli qualitativi – come il terrorismo suicida sia semplicemente un’innovazione tattica, pertanto spiegazioni sia culturali che organizzative abbiano poco fondamento. L’articolo non è liberamente disponibile online ma può essere richiesto agli autori. Qui di seguito riportiamo l’abstract:

What explains the adoption of military innovations? In this article, we assess the empirical validity of adoption capacity theory by reconsidering one methodologically important case analyzed by Michael Horowitz: the diffusion of suicide terrorism. We show that, when addressing problems in Horowitz’s research design, the case of suicide terrorism fails to support adoption capacity theory. We argue that, in order to account for the diffusion of this innovation, one needs to take into consideration the tactical incentives to overcome technologically superior enemies. The results of our quantitative and qualitative analyses suggest that terrorist groups fighting against very powerful states in terms of conventional capabilities are more likely to employ suicide attacks than those fighting against poorly equipped ones. Our findings are important because they provide systematic evidence in support of Kalyvas and Sànchez-Cuenca’s argument that suicide terrorism is driven by tactical considerations and because they provide confidence in the external validity of Berman and Laitin’s hardness of targets hypothesis. Our results also question Lyall and Wilson’s finding that highly mechanized armies are inherently inadequate to win counterinsurgency operations. The superior conventional capabilities of a counterinsurgency army might in fact make traditional insurgent tactics ineffective and thus give insurgents an incentive to adopt suicide attacks.

“And the winner is…The European Union”

di Mauro Gilli

Con un po’ di ritardo intervengo sul Premio Nobel per la Pace all’Unione Europea. Ne hanno scritto in molti, quindi eviterò di riproporre considerazioni già presentate altrove. Il premio Nobel Per la Pace viene generalmente attribuito sulla base di una di queste tre considerazioni: un riconoscimento per gli sforzi e l’impegno dimostrati (ad esempio il Premio Nobel assegnato agli attivisti per i diritti umani come Aung San Suu Kyi e Liu Xiaobo), un riconoscimento per il raggiungimento di un importante risultato (ad esempio il premio a Yassir Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin per aver raggiunto gli accordi di Oslo), oppure per spingere due parti in conflitto verso la pace (il premio a Henry Kissinger e Lu Duc Tho nel 1973).

Il premio all’Unione Europea, almeno stando al comunicato del comitato, rientrerebbe nella seconda categoria in quanto giustificato dal contributo che le istituzioni europee avrebbero dato per “più di sei decenni… alla pace e alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani in Europa.”

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L’Italia, l’esasperazione e gli atti estremi

di Mauro Gilli

Un anno e mezzo fa, in un post su Epistemes richiamavo l’attenzione sulla possibilità che la situazione economica e politica italiana potesse promuovere forme di violenza più o meno organizzata, motivate dal senso di frustrazione e avulsione della popolazione. Gli avvenimenti di ieri di Bergamo rendono quanto scritto allora particolarmente attuale.

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Evasione fiscale e il “merito” di essere italiani – alcune riflessioni

di Mauro Gilli

Secondo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, chi evade le tasse non meriterebbe di essere italiano. Ognuno è libero di avere le proprie opinioni, ma quando queste opinioni sono basate su una concezione astorica dello stato e travisano profondamente l’evoluzione del rapporto tra stato e cittadini, è opportuno mettere le cose in chiaro. In particolare se a cadere in questi errori è il Presidente della Repubblica.

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Considerazioni sul declino relativo americano e sull’ascesa di nuove potenze – Unipolarity is here to stay

di Mauro Gilli e Andrea Gilli

Alcuni anni fa, su Epistemes e altrove (1 e 2) illustrammo le cause del declino relativo americano e dell’ascesa di nuove potenze. Anche se molte di quelle considerazioni rimangono valide, dopo anni passati a studiare in modo approfondito queste questioni, siamo arrivati a chiederci se le nostre conclusioni, e così quelle di altri come Fareed Zakaria e Richard Haas, non fossero state troppo affrettate.

E’ bene fare chiarezza. Quanto noi e altri hanno scritto sul declino relativo degli Stati Uniti non era basato su valutazioni approssimative, ma sulla letteratura esistente in relazioni internazionali, economia politica, e altre scienze sociali. Ad alcuni anni di distanza, abbiamo iniziato a chiederci se la letteratura esistente offra davvero una chiave di lettura per il futuro, oppuse se non sia basata su assunti impliciti ormai non più validi. In questo articolo affrontiamo la questione.

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