La strage di Parigi, i conti tornano – se si conosce la logica

di Andrea Gilli e Mauro Gilli

Sul Blog di Beppe Grillo è apparso un articolo che solleva dei dubbi sull’attacco terroristico alla redazione del giornale satirico parigino Charlie Hebdo. Precisalmente, il suo autore, Aldo Giannuli, ricercatore confermato in Scienze Politiche all’Università Statale di Milano e già consulente di numerose procure italiane sottolinea una serie di contraddizioni (via Corriere). Onestamente, non si capisce se Giannuli stia chiedendo agli inquirenti chiarezza su una serie di apparenti contraddizioni (ma non pensiamo che sia così sprovveduto: l’attacco è avvenuto ieri e per mettere insieme i pezzi di un puzzle servono inchieste che, spesso, richiedono mesi se non anni) oppure, e sarebbe più preoccupante, se stia adombrando, in tipica tradizione italica, la possibilità di piste oscure e occulti supersovrani che da una stanzetta (di Parigi) manovrano l’umanità (come la conclusione dell’articolo suggerisce).

Il problema non sta tanto nella visione del mondo di Giannuli – che può legittimamente credere a tutti i complotti che vuole – ma nel fatto che le contraddizioni da lui sollevate non sono tali, almeno ad una qualunque persona con una competenza elementare in materia, come uno studente di Scienze Politiche al primo anno che abbia frequentato un seminario introduttivo sul terrorismo e sull’anti-terrorismo.

Giannuli inizia avanzando dubbie macchinazioni. Come mai – si chiede – un obiettivo tanto sensibile quale la redazione di Charlie Hebdo “era così debolmente protetto?” Quasi tutti gli studenti delle Facoltà di Legge, Scienze Politiche ed Economia devono studiare Economia Politica al primo anno. Al centro dell’Economia Politica si trova il concetto di scarsità delle risorse: la teoria economica è nata infatti per ottimizzarne l’allocazione. Cosa significa che le risorse sono scarse? Per esempio che il numero di poliziotti a disposizione per proteggere obiettivi sensibili è limitato mentre il numero di potenziali obiettivi è praticamente infinito (giudici, diplomatici, polizia, politici, forze armate, monumenti simboli, infrastrutture, personaggi pubblici, etc.). Niente di sconvolgente, la forza (e debolezza) del terrorismo sta tutta qui: può spostare l’attenzione su obiettivi più appetibili quanto le risorse per colpire bersagli più importanti non sono disponibili. A livello tattico, è infatti difficilissimo debellarlo. (A livello strategico, invece, questa sua sua debolezza si rivela letale). Che dunque ci fossero solo due poliziotti a difesa della redazione di Charlie Hebdo non è particolarmente sorprendente: è infatti materialmente impossibile garantire totale sicurezza a tutti i potenziali obiettivi. Inoltre, la redazione, di recente, aveva informato le forze di polizia di sentirsi meno in pericolo (probabilmente sulla base del minor numero di minacce telematiche).

Giannuli, poi, si chiede come sia possibile che i servizi di sicurezza francesi si possano far “fregare in questo modo da tre ragazzi.” A quanto pare, aggiunge, “sembra che non abbiano alcun controllo dell’ambiente jihadista presente sul proprio territorio, al punto di non essere capaci di monitorare neppure i reduci dalle guerre mediorientali.” Anche queste considerazioni lasciano perplessi. Monitorare gruppi organizzati è relativamente semplice: controllare, invece, micro-cellule autonome è estremamente difficile. E’ emerso, però, che i due sospetti attentatori fossero sotto sorveglianza: segno che contrariamente a quanto sostiene Giannuli, l’intelligence francese è ben attenta. Purtroppo, come spesso accade in questi casi, anticipare gli attentati è quasi impossibile, specie se i terroristi prendono semplici ma efficaci contro-misure o se non vi è sufficiente cooperazione tra diverse agenzie di sicurezza. L’affermazione sui reduci dai conflitti mediorientali è parimenti discutibile: da mesi, l’intelligence dei Paesi europei sottolinea il rischio legato al ritorno di cittadini europei che hanno combattuto in Siria e sulle difficoltà intrinseche legate al loro controllo. In Francia ci sono 6 milioni di musulmani: assumendo un rapporto uomini-donne di 1:1 e di giovani-anziani di 2:1, significa 2 milioni circa di persone. Tolti gli individui già noti alle forze dell’ordine, è estremamente difficile monitorare chi, in possesso di passaporto francese, si reca all’estero per andare a combattere in Siria.

Nel passaggio successivo, Giannuli si chiede dove gli attentatori si siano procurati le armi. “Portate appresso dalla Siria? E i francesi se le sono fatte passare sotto il naso?” Le armi leggere circolano con estrema facilità. La recente tragedia del traghetto incendiatosi al largo delle coste pugliesi ha messo in luce il traffico di esseri umani: se le nostre frontiere sono così porose, qualcuno può davvero pensare che sia più difficile favorire il commercio di armi? Giannuli poi avanza un’ipotesi davvero singolare: che le armi utilizzate siano state fornite dalla criminalità e, dunque, che rintracciarne l’origine sia più facile. Gli attentatori hanno usato i famosi Kalashnikov AK-47, l’arma leggera più diffusa al mondo, spesso prodotta quasi artigianalmente: senza numeri di serie, è pressoché impossibile giungere al fornitore iniziale.

Al quarto e quinto punto, l’articolo si concentra su un’apparente contraddizione: da una parte, i due attentatori avrebbero mostrato un discreto livello di addestramento nell’uso delle armi automatiche, dall’altro avrebbero commesso degli errori troppo banali, come l’aver dimenticato la carta d’identità sulla macchina. Giannuli si interroga: “ma voi dove avete mai visto dei terroristi che vanno a fare un’azione portandosi appresso la carta di identità che, poi, dimenticano in auto?”  La confusione in questa serie di battute evidenzia il richiamo iniziale alla cautela e alla necessità di far procedere le indagini.

In primo luogo, qualunque azione di forza, anche se condotta dagli individui meglio addestrati e preparati, è costretta ad incappare in quella che Clausewitz chiamava fog of war: la difficoltà di seguire i piani stabiliti di fronte alla concitazione del momento, l’emergere di imprevisti e la resistenza avversaria. Inoltre, è vero che i terroristi hanno mostrato freddezza e addestramento – doti tipiche di chi ha ricevuto un addestramento militare – ma questo non equivale alla capacità di eseguire perfettamente i propri piani. Di esempi in questo senso certamente non ne mancano. Si pensi ad esempio al caso del computer di Al-Zawahiri (il vice di Osama Bin Laden). Per mancanza di diligenza da parte del suo braccio destro, il computer finì al mercato di Kabul dove fu acquistato in modo del tutto fortuito da un giornalista americano del Wall Street Journal, per poi ovviamente finire in mano alla CIA (si veda questo video per una discussione). Il computer conteneva l’anagrafe di Al Qaeda, con tanto di numeri di telefono, indirizzo del rispettivo paese, copia di carta di identità, passaporto, numero di figli, etc. degli operativi dell’organizzazione terroristica in giro per il mondo. Se vogliamo parlare di errori bizzarri, finanche assurdi, commessi da terroristi preparati e organizzati, questo è chiaramente uno di quelli più lampanti. Ovviamente, è anche lungi dall’essere l’unico: dagli istruttori di attacchi suicidi che si fanno saltare in aria per sbaglio, ai terroristi giapponesi che devono emettere un comunicato per informare il governo di aver svolto un attentato (di cui appunto nessuno si era accorto), gli esempi non mancano. Come ha scritto in un recente libro Mark Mazzetti del New York Times relativamente ad uno dei terroristi più esperti in esplosivi, Ibrahim al-Asiri, la sua competenza è stata più volte “compromessa dall’incompetenza dell’operativo che portava la bomba.

Tornando all’attentato a Parigi, non vi è dunque nulla di particolarmente strano nel fatto che abbiano fatto degli errori. Inoltre, la carta d’identità trovata, a quanto pare, appartiene ad una persona estranea ai fatti. Potrebbe essere stata dimenticata o si potrebbe trattare di un tentativo degli attentatori di depistare le indagini, specie nelle fase iniziali. Di nuovo, quindi, nulla di strano o sospetto (come sospetta Giannuli). D’altronde, come i casi di cronaca nera suggeriscono, condurre indagini investigative è tutt’altro che facile, e specie nelle fasi iniziali è facile seguire piste errate o interpretare erroneamente degli indizi. Non sappiamo in quali tribunali italiani Giannuli sia abituato a lavorare ma generalmente servono mesi, se non anni, per raccogliere tutte le prove e giungere ad una ricostruzione accurata dei fatti. Il nostro, invece sembra pensare che nel giro di poche ore sia possibile raccogliere e soprattutto divulgare tutti i dettagli di un attacco terroristico, come se questi fossero completamente e ordinatamente disponibili in un chip. (Senza contare, poi, che proprio per favorire le indagini, specie quando si tratta di rintracciare dei fuggitivi, è essenziale non rendere pubbliche tutte le informazioni in possesso degli inquirenti per evitare di favorire gli assalitori).

Il dubbio successivo riguarda il ritardo dei soccorsi e, in particolare il mancato blocco dell’intera zona che, secondo Giannuli, poiché Parigi “non ha un traffico scorrevolissimo”, non avrebbe dovuto porre particolari problemi. In primo luogo, il ritardo dei soccorsi dipende, fondamentalmente, da quanto questi sono stati chiamati. Assumiamo che l’attacco sia durato 15 minuti in tutto. Se i primi soccorsi sono stati lanciati all’inizio dell’operazione, le forze di polizia avrebbero avuto 15 minuti per intervenire. Se però i soccorsi sono stati lanciati solo successivamente, diciamo dopo 10 minuti, i tempi di intervento si riducono notevolmente. In 5 minuti, una volante può arrivare sul posto. Lo stesso arco di tempo, però, non è sufficiente per bloccare il traffico di Parigi. Inoltre, in quella zona il traffico non è particolarmente intenso alle 11 di mattina, contrariamente a quanto sostiene Gianuli. Infatti, da cosa sappiamo una pattuglia è giunta sul posto e ne è scaturito un inseguimento.

Insomma, il testo proposto sul blog di Beppe Grillo dal dott. Aldo Giannuli più che mostrare contraddizioni e aree grigie nell’attentato alla sede di Charlie Hebdo evidenzia quello che qualunque persona, anche solo con una conoscenza minima del terrorismo e dell’anti-terrorismo, capirebbe molto facilmente: portare a termine azioni violente non è facile e gli errori, anche banali, sono più la regola che l’eccezione. Sono proprio questi errori, d’altronde, che permettono alle unità anti-terrorismo di sgominare delle cellule e di sventare gli attacchi, e agli investigatori di identificare i colpevoli. Inoltre, raccogliere tutti i dati e ottenere un quadro chiaro e completo dell’attentato e degli attentatori richiede tempo. Non meno importante, è facile intuire che le forze dell’ordine vogliamo mantenere alcuni dettagli segreti per non avvantaggiare gli attentatori. Ciò spiega perché, specie nelle fasi iniziali, non tutti i pezzi del puzzle si incastrano facilmente.

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6 Replies to “La strage di Parigi, i conti tornano – se si conosce la logica”

  1. Ho una visione complottista anch’io: Beppe Grillo da un annetto sta facendo di tutto per sputtanare gli M5S, perchè ci guadagna troppo poco rispetto quanto si aspettava.
    Non fosse altro per le varie uscite, lodi a Bossi, capodanno 2014-2015 con Briatore, ritiro dell’intervista di Genova, complottismo sull’omicidio matteotti, la battuta errata che la mafia non scioglie i bambini nell’acido, ecc…

    Una sfilza senza fine.

  2. I dubbi rimangono.
    Come non sono mai stati dissipati quelli sull’attentato a Bruxelles, nel maggio scorso, ai danni di due agenti israeliani.
    L’attentatore sembrave essere stato identificato come Mehdi Nemmouche, cittadino francese e pure catturato a Marsiglia, in Francia.
    Senza dubbi, ma poi non se ne è saputo più nulla.
    È stato mai condannato? Individuati complici/mandanti?
    Forse che Andrea e Mauro Gilli, che la sanno così lunga, possonofornire qualche chiarimento?

  3. Ok ragazzi… Studi politici ed economici ma imparate anche un po’ di italiano… “Quando” e non “quanto”… Ne avete fatti 2 o 3 di questi errori…

  4. Tutto molto ragionevole. Resta comunque il fatto che questi non erano cani sciolti che in un momento di delirio, armati alla buona con un coltello da cucina, si sono scagliati sul primo che passa.
    Hanno dovuto procurarsi le armi (e, per quanto diffusi, un movimento di almeno quattro kalashnikov non dovrebbe passare inosservato); hanno dovuto procurarsi le informazioni sulle persone, individuate per nome (ok, c’è la rete: ma dodici nomi?); hanno dovuto pianificare l’azione per coordinarsi (erano due, chiamiamoli così, “team”). Insomma possibile che l’intelligence francese abbia recettori così poco sensibili da non recepire un movimento del genere? Gli interrogativi di Giannuli sono fondati, e ce li siamo fatti tutto. E indicano non connivenza o gombloddo, ma superficialità.

    1. Guardando all’operazione, direi che il livello di complessità organizzativa era medio. Sono andati quando c’era la riunione di redazione, ben armati, e addirittura non erano mai stati nel posto (altrimenti non avrebbero sbagliato l’indirizzo): segno che quindi, per non allertare le autorità, altri hanno fatto monitoraggio per loro. Dall’altra parte, non avevano un piano di fuga realistico se non, appunto il martirio cosa che però, inevitabilmente, porterà anche all’identificazione dei loro complici e quindi alla neutralizzazione del network che li ha sostenuti.

      Quindi? Quindi è vero che non erano cani sciolti, ma non sembra neppure che operassero con un’organizzazione estremamente complessa: di qui le difficoltà relative all’intelligence.

      Ciò detto, tutte le agenzie di sicurezza commettono errori: il libro linkato, quello di Amy Zaghart, mostra situazioni ben più paradossali rispetto all’11 settembre.

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