Obama alla guerra di Russia: Alcune perplessità

di Andrea Gilli e Mauro Gilli – Strade

Due giorni fa l’amministrazione Obama ha deciso di espellere 35 diplomatici russi dagli Stati Uniti. La sanzione arriva come risposta all’interferenza russa nelle elezioni americane. Onestamente, siamo un po’ perplessi da quanto sta succedendo. Pur non avendo condotto ricerca nel campo dell’intelligence, i recenti sviluppi sollevano, secondo noi, una serie di interrogativi interessanti.

Facciamo, brevemente, il punto della situazione. Elezioni americane presidenziali del 2016, Donald Trump vince a sorpresa. Pochi giorni prima del voto Wikileaks pubblica una serie di documenti che gettano cattiva luce su Hillary Clinton e le persone che la circondano. Trump, tramite Twitter, rilancia queste notizie che, insieme all’intervento dell’FBI sulle inchieste a carico di Hillary Clinton e delle presunte notizie farlocche, secondo la vulgata popolare, avrebbero finito per alterare l’esito del voto a favore del miliardario tycoon newyorchese.

Nelle settimane successive, FBI e CIA hanno affermato di avere le prove che la Russia avrebbe preferito Trump alla presidenza degli Stati Uniti d’America e che, pertanto, ne avrebbe cercato di aiutare l’ascesa, hackerando gli account di posta elettronica del circolo Clinton e pubblicandone i contenuti.

Il 29 dicembre, è uscito il rapporto che “inchioderebbe” la Russia e da cui è sorta la reazione americana. Il dato secondo noi interessante è che nel documento si dice che gli attori coinvolti sarebbero “likely”, verosimilmente, associati con la Russia. Qui c’è la nostra prima sorpresa. Se le agenzie americane hanno trovato conferma del collegamento tra questi attacchi cybernetici e il governo russo, questa cautela è sorprendente.

Si potrebbe obiettare che la riserva ha ragioni pratiche: il governo americano non vuole compromettere le proprie fonti. Ma affermare che il governo russo è dietro queste attività non comprometterebbe alcuna fonte. Magari ci sfugge qualcosa, ma qualcuno sarebbe soddisfatto, giusto per fare un esempio, se un rapporto ufficiale a proposito della strage di Ustica o della strage di Bologna identificasse i “verosimili” responsabili?

Andiamo oltre, perché questo non è il nostro unico dubbio. Interferire nelle elezioni della più antica democrazia al mondo, in una tornata elettorale particolarmente concitata e in cui non solo l’esito finale non è stato anticipato ma è anche risultato da uno scarto di poche centinaia di migliaia di voti significa sferrare un attacco diretto a quel Paese. Su questo punto ci sono pochi dubbi.

Cosa significa, però, interferenza? Di sicuro sarebbe di una gravità inaudita se gli attacchi informatici avessero attaccato i software dei seggi elettorali per alterare l’esito dei voti. Di sicuro sarebbe molto grave se questi attacchi avessero manipolato i media in collegi chiave per influenzare l’affluenza o le opinioni di voto. Ad oggi – e ripetiamo, ad oggi – l’evidenza in questa direzione manca. Ciò che sappiamo, appunto, è che la posta elettronica di John Podesta, una sorta di braccio destro di Hilary Clinton, è stata violata. A sua volta, da questa casella di posta elettronica sono emersi scambi e messaggi non certo edificanti. Vergognoso? Violare la posta elettronica di una persona è un reato. Ma le informazioni rivelate non sono false.

A nostro modo di vedere, questo è un elemento centrale. Assumiamo che una gola profonda del Team Clinton, disgustata da certi comportamenti, avesse girato queste email a wikileaks (o ad un altro organo qualsiasi). L’effetto sulle elezioni – positivo, negativo o nullo che sia stato – non sarebbe cambiato. In questo caso, stando almeno alla reazione dell’amministrazione Obama, la gola profonda e il Bob Woodward della situazione si vedrebbero però accusati di aver interferito con le elezioni, e quindi con il processo democratico, americano. Con quali conseguenze? Immaginiamo penali. Questo aspetto ci pare abbastanza preoccupante, perché se la nostra elaborazione logica è solida, le implicazioni non sono esattamente esaltanti per la libertà di stampa, soprattutto alla luce dell’eredità di Obama sul tema. In breve, alle prossime elezioni la pubblicazione di informazioni che possono alterare l’esito elettorale può portare alla galera?

Proprio le conseguenze dell’interferenza estera sulle elezioni americane sono un altro aspetto che ci lascia perplessi. Come detto, questa interferenza – se illegale, fraudolenta o illegittima – è di una gravità inaudita. Dunque richiederebbe una reazione ragionata ma severa. Non solo come forma di deterrenza futura ma anche come punizione. Il nostro dubbio è semplice: espellere 35 diplomatici russi è davvero la mossa più dura che si può prendere? Ci sono, e forse ci saranno, altre sanzioni. Ma a noi il conto non torna. Vista la costernazione creata da questo caso, la reazione sembra troppo blanda. Alternativamente, se non è possibile infliggere una punizione più dura, il dubbio è che il caso stia venendo esagerato?

Non lo sappiamo, per ora ci limitiamo a delle domande. Ciò che sappiamo, o almeno ci pare sapere, è che per punire la Russia e probabilmente delegittimare Trump, Obama ha finito per uscire come il grande sconfitto da questo caso, almeno al momento. La reazione russa, prima, e del presidente eletto, Donald Trump, dopo, lo hanno infatti messo nell’angolo.

Anche in questo caso, è utile un breve riepilogo dei fatti. Dopo l’annuncio dell’espulsione dei diplomatici russi, il ministero degli esteri russo aveva annunciato una risposta dello stesso tenore (espulsione di diplomatici americani a Mosca, interdizione all’accesso della residenza estiva dell’ambasciatore americano, e chiusura della scuola anglo-america). Ieri, però, il presidente Vladimir Putin è intervenuto con un messaggio sarcastico affermando di non voler reagire alle provocazioni di Obama e invece di aspettare con felicità l’arrivo di Trump. 1-0 per Putin.

Purtroppo anche Trump poi è intervenuto, e la situazione è ulteriormente peggiorata per Obama. Prendendo una decisione (affrettata), l’attuale presidente ha difatti tolto una patata bollente dalle mani del suo successore. Ragioniamo. Obama poteva finire il proprio mandato consegnando a Trump un rapporto dettagliato sull’interferenza russa nelle passate elezioni. Poteva, poi, in rispetto delle istituzioni, deferire proprio a Trump qualsiasi decisione in merito alla reazione da adottare contro la Russia. In questa maniera, Obama avrebbe certificato l’influenza di Mosca, da una parte, e messo in difficoltà Trump, dall’altra, che si sarebbe così trovato costretto a reagire per evitare di passare per colluso con Mosca.

Obama, invece, ha deciso di intervenire, finendo per fare un enorme regalo a Trump. Poiché gli USA hanno già reagito, non è necessario infierire oltre contro Mosca. Sad, per concludere alla Donald Trump.

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