Lo studente che vendeva merendine e la scuola dei mediocri

di Andrea e Mauro Gilli – @Strade

Nel settembre 2015 Ahmed Mohammed, un liceale di Dallas, portò a scuola l’orologio che aveva costruito artigianalmente a casa. Docenti e compagni si allarmarono, confondendo il congegno con una bomba e così il giovane Ahmed venne addirittura ammanettato. Dal presidente Barack Obama al fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, lo studente ricevette immediato supporto morale.

L’arresto sollevava infatti due questioni fondamentali legate alla stessa identità americana. Da una parte, c’era una chiara questione etnico-religiosa: se il giovane Ahmed si fosse chiamato Robert Hyde pochi si sarebbero probabilmente sentiti minacciati dalla sua invenzione. L’America però è storicamente stata un Paese di approdo per sfuggire le persecuzioni religiose e dunque questa deriva potenzialmente islamofoba è una minaccia per i suoi valori fondanti. Dall’altra, c’era però anche una questione di innovazione e imprenditorialità. La stessa innovazione su cui si è sviluppata la società americana e che ha permesso all’America di diventare il Paese più ricco e potente al mondo grazie a personaggi quali Steve Jobs, Elon Musk, Bill Gates e molti altri. Ma se l’America inizia a punire chi si pone dei limiti e cerca di superarli, prima o poi questa smetterà anche di essere l’America.

Abbiamo aperto questa parentesi perché la storia è, per certi versi, tremendamente simile a quella registrata di recente a Torino, dove un giovane studente dell’Istituto Pininfarina è stato sospeso da scuola dopo aver creato un mercato nero delle merendine. Si noti come lo studente sia recidivo: avrebbe tenuto la stessa condotta lo scorso anno, contribuendo così alla sua bocciatura (almeno secondo la stampa locale). La scuola ora starebbe pensando ad una punizione esemplare. Tutta la vicenda per noi è indecente. Una punizione è necessaria, ma per i docenti, non certo per il giovane e intraprendente studente.

In primo luogo, c’è un chiaro problema istituzionale. La scuola dovrebbe occuparsi di formare gli studenti per il mondo del lavoro e per la loro vita. Che uno studente venga sospeso (e forse anche bocciato – non lo sappiamo, ci fermiamo alle informazioni disponibili) per via di una sua condotta che ha creato del benessere senza nuocere praticamente a nessuno, è sconvolgente. Ammesso e non concesso che lo studente fosse nel torto, da questi nuovi – e autoproclamatisi – detentori della verità pubblica (i suoi docenti), ci aspetteremmo la volontà di correggere, non punire, gli errori.

In secondo luogo, c’è un problema culturale. Il comportamento dei docenti incarna perfettamente il cancro che sta ammazzando l’Italia: l’dea che l’innovazione debba essere autorizzata e regolamentata. Lasciamo perdere che Warren Buffet, uno dei più ricchi uomini al mondo, iniziò la sua carriera di investitore smerciando gazzosa, proprio come il giovane studente del Pininfarina. E lasciamo pure perdere che, stando alla prospettiva dei docenti, gli schiavi non dovevano ribellarsi in quanto la schiavitù era regolare in quanto sancita per legge. Il problema di fondo è che l’evoluzione umana è proceduta storicamente disintegrando le regole esistenti, non rispettandole. Il contrabbando e la pirateria, favorendo la creazione di un sistema di prezzi internazionali, hanno progressivamente indebolito le pretese dello Stato assoluto – che invece fondava il suo potere su prezzi centralizzati – e così favorito in ultima istanza la democrazia in Europa: possibile che nessun docente della scuola ne sia al corrente? Allo stesso modo, nessuno dei docenti di storia della scuola è a conoscenza del fatto che stringenti regole contro l’imprenditorialità sono alla base del declino italiano alla fine del Rinascimento?

Il dramma purtroppo non si ferma qui. Secondo il preside della scuola, lo studente sarebbe stato punito anche a fini “rieducativi”, ovvero per insegnargli la legalità. Vendere merendine a scuola, secondo il suddetto, non sarebbe un’attività legale. Su quali basi il preside giunga a queste conclusioni non ci è dato saperlo. Ci chiediamo se il preside abbia mai comprato un libro usato ad una bancarella, su amazon o su ebay: i venditori avevano una licenza? Quindi dove si troverebbe la differenza tra queste attività – tutte legali – e quanto fatto dallo studente? Qui scorgiamo due problemi enormi. Da una parte c’è la pericolosa pretesa di trasformare la propria etica personale in legge, peraltro senza conoscerla a fondo. Dall’altra, c’è la preoccupante tentazione di arrogarsi poteri e diritti senza le necessarie competenze: siamo sicuri che, in caso di manifesta illegalità, la scuola sia chiamata a sanzionare e non invece a contattare le autorità competenti? Non vorremmo che qui ad aver commesso l’illecito sia qualcun altro…

A proposito di legalità, inoltre, vorremmo anche chiedere al preside quanti docenti ha punito, negli ultimi anni, per essersi assegnati liberamente ore di supplenza fittizie con il solo scopo di incrementare il proprio stipendio. Pratica – questa sì – illegale e purtroppo non solo molto diffusa, ma anche raramente sanzionata. Ci aspettiamo decine di segnalazioni agli organi competenti data la presenza di un tale integerrimo sceriffo della legalità.

Infine, c’è un problema economico e industriale. Abbiamo fatto prima i nomi di Zuckerberg, Jobs, Gates, Musk. La lista potrebbe però andare avanti per paginate. Quanti sono gli italiani che hanno creato innovazioni rivoluzionarie negli ultimi decenni? Ce ne sono pochi, e quei pochi – con alcune lodevoli eccezioni – non stanno certo in Italia. Ciò non stupisce. La scuola italiana, da questa esperienza, ne esce male: anzi, malissimo. Quando Zuckerberg studiava ad Harvard, gli dissero che l’università voleva aiutarli ad inventarsi, non a trovare, un lavoro. La scuola italiana riesce non solo a fare l’opposto, ma pure a fare peggio: questa punisce gli spiriti creativi e appassionati per premiare i mediocri. In questo caso si parla di merendine e bevande analcoliche. Ma la situazione non sarebbe stata diversa se lo studente avesse inventato un’azienda come Uber ($51 miliardi di valore). Nell’era oramai tramontata dei travet che lavorano per la grande industria, il modello scolastico basato sulla supina obbedienza poteva forse anche funzionare.

Nell’era dell’informazione e dell’innovazione orizzontale, un tale approccio non può che portare al collasso economico-sociale di un Paese. Cosa fare, dunque? Il primo ministro Renzi ha più volte, direttamente o indirettamente, imitato Barack Obama. Secondo noi, non dovrebbe farsi fuggire questa occasione. Inviti lo studente a Palazzo Chigi. Gli chieda scusa e poi dia una punizione esemplare ai docenti coinvolti.

Per quanto riguarda lo studente, vorremmo usare molte parole per qualificare i suoi docenti, ma siamo limitati dal codice penale e precisamente dalla sezione relativa alla diffamazione. Comprendiamo bene la sua frustrazione, e quella di suoi altri colleghi, che devono confrontarsi giornalmente con individui intenti ad imporre la propria mediocrità sugli altri. L’unica consolazione è che tale mediocrità non è per nulla scontata: taluni la hanno elevata a proprio stile di vita (i docenti in questione), altri invece la vivranno solo come un breve periodo della propria vita (gli studenti) che presto lasceranno alle loro spalle.

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