Un po’ di realismo sull’attentato di Berlino e su Anis Amri

di Andrea Gilli e Mauro Gilli @Strade

Scriviamo a caldo qualche considerazione sull’attentato avvenuto a Berlino lunedì scorso e sul successivo fermo che ha portato all’uccisione di Anis Amri, il presunto colpevole.

Come oramai da diversi anni, ogni volta che l’Europa viene colpita da un attentato terroristico si sentono voci molto sbilenche in tutte le direzioni. C‘è chi chiede di espellere tutti i musulmani, chi chiede più Europa, chi chiede di integrarsi con la Russia: manca solo chi chiede di uscire dall’Euro, ma ci stiamo attrezzando.

Partiamo dai fatti. Anis Amri è sbarcato in Italia in seguito alla Primavera Araba, è stato arrestato e, in carcere, è stato radicalizzato. Lo abbiamo scritto all’indomani dell’attentato a Charlie Hebdo: individui con percorsi personali difficili (Amri era stato sbattuto fuori di casa) sono particolarmente vulnerabili alla radicalizzazione, e ciò avviene spesso in situazioni molto specifiche, precisamente laddove è possibile stabilire dei forti rapporti personali: il carcere, più che la moschea, è uno di questi. Ciò ovviamente non significa che non si possa essere radicalizzati in moschea, ma se guardiamo agli attentatori che hanno colpito l’Europa negli ultimi due anni, per quasi tutti il percorso comune è simile: piccoli furti, carcere, radicalizzatione e poi attentati. Amri si differenzia dagli altri in quanto non è figlio di immigrati.

In secondo luogo, il cancelliere tedesco Angela Merkel e la sua politica migratoria in questo caso non sembrano avere nulla a che fare con l’attentato. Ciò non significa che attentati passati o futuri non siano stati agevolati dall’apertura ai profughi siriani ma, finora, il contributo è stato al massimo indiretto se non nullo.

Il fermo che ha portato all’arresto di Amri non ha nulla a che fare con l’Europa e con i vantaggi della cooperazione europea. Anzi, tutta la questione mostra in realtà le debolezze strutturali di Schengen e della libera circolazione degli individui nel Vecchio Continente. Se si crede alla cooperazione europea, bisogna chiamare i fatti con il loro nome. Con un mandato di espulsione, Amri è passato prima dalla Sicilia a Berlino, e quindi ha attraversato almeno due frontiere, quella dall’Italia all’Austria e dall’Austria alla Germania. Una volta che ha commesso l’attentato, questo ha poi attraversato altre due frontiere, quella franco-tedesca e poi quella franco-italiana. Amri è stato poi fermato e ucciso a Sesto San Giovanni non grazie alla cooperazione in intelligence con la Germania, ma semplicemente per un regolare controllo di documenti dovuto al fatto che girovagava da solo di notte. Si potrebbe ipotizzare che ciò sia comunque avvenuto grazie ai rinforzati controlli imposti all’indomani dell’attentato di Berlino: ma ciò è successo anche all’indomani dell’11 settembre. Non si capisce dunque cosa c’entri l’Europa. Lo diciamo a chi chiede ripetutamente un FBI europea.

C’è stata poi molta speculazione relativamente al fatto che Amri abbia lasciato i propri documenti sul TIR. Guido Olimpio, secondo noi, ha già discusso tutti gli aspetti a proposito. Le tesi complottistiche vanno bene per chi non capisce o per chi non conosce.

Infine, veniamo all’assenza di attacchi terroristi in Italia. Il Post ha scritto un interessante articolo sul tema. La tesi di fondo è che la nostra intelligence sarebbe più brava di quella degli altri Paesi europei e ciò si dovrebbe a sua volta all’esperienza guadagnata dalla lotta al terrorismo rosso e contro la mafia. Ci sono numerose ragioni per essere scettici.

Primo: l‘Italia non è l’unico Paese europeo ad aver affrontato, in passato, la minaccia domestica di gruppi terroristici. La Spagna ha combattuto l’ETA. La Francia ha combattuto ETA e vari gruppi terroristi di matrice arabo indipendentista e islamica. La Gran Bretagna ha combattuto l’IRA e vari gruppi terroristi islamici. La Germania aveva la RAF. Non si capisce dunque per quale motivo i nostri apparati di sicurezza abbiano potuto imparare più dagli altri dall’esperienza passata, e quindi da dove derivi il loro presunto vantaggio competitivo.  Un discorso analogo vale per la lotta alla mafia: questa ha sicuramente ottenuti degli importanti successi, ma ci sono anche numerose macchie, quali le lunghissime latitanze di alcuni individui (Provenzano su tutti).

Secondo: come detto al tempo dell’attacco a Charlie Hebdo, l‘Italia non ha le banlieue, non ha un’enorme popolazione composta da figli di immigrati che vivono in condizioni socio-economomico precarie. Questo dato asciuga le pozze di risentimento nelle quali il radicalismo, prima, e il terrorismo, dopo, riescono a svilupparsi. E ciò non è merito di nessuno.

Terzo (e collegato): le più ridotte comunità islamiche sono poi anche più facilmente monitorabili. A questo proposito vale la pena farsi delle domande – che, nel momento in cui scriviamo sono solo tali. In particolare, se i nostri servizi di sicurezza sono migliori degli altri, come mai un uomo che aveva mezza Europa sulle sue tracce è voluto tornare proprio in Italia? Forse in Italia godeva di supporto logistico? Allora la nostra intelligence ha perso qualcosa. Forse questi ha potuto appurare la minore intensità dei controlli di sicurezza già in passato? Allora non c’è da essere molto tranquilli. Oppure è tornato in Italia per pura casualità: è venuto da noi come poteva andare altrove. Cosa è certo è che nonostante la diffusione di software per la ricognizione facciale, Amri è riuscito a passare indenne attraverso due delle più grosse stazioni ferroviarie italiane, quelle di Torino e Milano.

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