Macron, Fincantieri e la mancata acquisizione di STX

di Andrea e Mauro Gilli

A partire dal suo insediamento, il neo-presidente francese Emmanuel Macron ha preso una serie di decisioni che, progressivamente, sono apparse sempre più in contrasto con l’immagine che tanti se ne erano fatti, specie in Italia. Prima l’invito, subito accettato, al presidente americano Donald Trump a partecipare alle celebrazioni per la festa del 14 Luglio. Poi la decisione di chiudere le frontiere con l’Italia per quanto riguarda gli immigrati irregolari provenienti da Medio Oriente e Nord Africa. Solo pochi giorni fa la decisione di prendere le redini delle discussioni con la Libia per fermare l’ondata di profughi. E adesso, la nazionalizzazione STX, l’azienda cantieristica francese che solo pochi mesi fa il Presidente Hollande aveva accettato di vendere all’Italiana Fincantieri.


Ognuno di questi temi meriterebbe un’analisi approfondita. Per adesso, ci concentriamo sulla questione Fincantieri e sulle sue implicazioni macro-politiche. In primo luogo, STX è un’azienda operante nel settore della cantieristica sia civile che militare. STX era, fino a gennaio, parte di un più largo gruppo sudcoreano che ha però dichiarato bancarotta nel 2016. Di qui la necessità di liquidare gli asset aziendali, e di conseguenza la decisione di un tribunale sud coreano di accettare l’offerta di un tozzo di pane 79 milioni di euro fatta da Fincantieri (per il 66% del capitale).

Questa breve descrizione offre già di per sé alcuni importanti elementi di analisi. Come mai la capogruppo è fallita? E come mai qualcuno (Sarkozy), in passato, aveva accettato di vendere STX ai sudcoreani? Senza addentrarci in profondi studi di mercato, è cosa nota che il settore della cantieristica soffra di un eccesso di capacità produttiva, che i margini siano ridotti e tutti i governi, alla luce della natura labor-intensive del comparto, abbiano un interesse politico a proteggere i livelli occupazionali (di qui la passata decisione francese).

STX, come altri operatori quali Fincantieri, non opera però solo nel settore civile, ma anche in quello militare. Il dato è importante perché l’approvvigionamento militare è sottoposto a regole e logiche particolari. Su tutte, basti pensare che il processo di integrazione dei mercati europei iniziato nel 1952 ha visto, fin dall’inizio, l’esclusione della produzione di armamenti. A tutt’oggi, nonostante ripetuti tentativi, non esiste un libero mercato dei sistemi d’arma in Europa.

Questa eccezione non è particolarmente sorprendente. Proprio come l’inaspettato voltafaccia francese dimostra, nessun Paese può sapere quali saranno le preferenze, le strategie e gli obiettivi dei suoi pari a livello internazionale. Ciò significa pertanto che nessun Paese può del tutto escludere a priori un attacco militare da parte di altri Stati o, più semplicemente, che forniture militari provenienti dall’estero possano essere interrotte come strategia di coercizione politica. E questi sono tutt’altro che situazioni ipotetiche come dimostrato dal blocco dell’export militare americano verso Francia e Gran Bretagna durante la Guerra di Suez o dall’interruzione degli approvvigionamenti bellici francesi verso Israele durante la Guerra dei Sei Giorni (ma di casi analoghi ce ne sono anche più di recente). Di qui, pertanto, la necessità/volontà da parte di molti Stati di avere una produzione militare domestica così da poter soddisfare le proprie esigenze operative in caso di bisogno.

Tornando a STX e alla cantieristica navale più in generale, vi è dunque una logica politica dietro un approccio più o meno autarchico rispetto alla produzione d’armamenti. Questa logica, però, deve essere coerente con alcuni principi base dell’economia per produrre i risultati sperati e non, invece, inutili sprechi di risorse. Detto in altri termini, poiché le risorse economiche sono per definizione scarse, ogni Paese deve valutare attentamente gli ambiti nei quali è opportuno adottare una politica più autarchica date le proprie esigenze militari. L’economia, e il buon senso, sono abbastanza utili a tal fine. Dati i propri vantaggi comparati e i propri bisogni operativi, bisogna cercare di concentrarsi negli ambiti in cui, per via degli enormi investimenti iniziali o delle competenze tecnico-scientifiche estremamente avanzate che sono richieste, le barriere all’ingresso sono elevate, i produttori sono dunque molto pochi e pertanto il comparto è caratterizzato, anche per i suoi rischi, da extra-profitti.

Prendiamo l’esempio di Israele — un Paese circondato da Paesi più grandi e con intenzioni bellicose, di limitate dimensioni geografiche e demografiche, e che ha vissuto in uno stato di guerra, di guerriglia o di minaccia imminente quasi ininterrottamente fin dalla sua fondazione nel 1948. Non potendo sobbarcarsi il peso di un’intera industria aerospaziale (che sarebbe eccessivo per il suo limitato budget militare), Israele si è specializzato in tecnologie avanzate, come sensori, missili di precisione e altri strumenti di intelligence, droni e robotica, sistemi di gestione di comando e controllo, e cybersecurity.

STX può essere considerato parte di questo comparto?

Ma neppure per sogno. In primo luogo, il business militare di STX è estremamente limitato. Dunque è totalmente irragionevole pensare che la Marine Nationale rimarrebbe senza navi da guerra: d’altronde, i due principali attori navali francesi sono Naval Group (precedentemente chiamata DCNS), che opera principalmente nella costruzione di piattaforme navali e sottomarine e Thales, che produce invece sistemi navali e missilistici. C’è poi una considerazione accessoria, l’eccesso di capacità produttiva caratterizza non solo il settore della cantieristica civile ma anche quello militare, soprattutto all’interno della NATO dove oltre alla Francia, anche la Spagna, la Gran Bretagna, l’Italia, la Germania, la Svezia e in parte anche la Polonia sono in grado di produrre navi da guerra avanzate — e ovviamente gli Stati Uniti. In altre parole, la Francia avrebbe diverse opzioni per soddisfare i propri bisogni militari, qualora STX dovesse mai chiudere.

Analizzati i fatti, è ora possibile procedere con le implicazioni. Cosa significa tutto ciò?

Ogni Paese ha le sue Alitalia. L’Alitalia francese si trova a Saint-Nazaire, dove sono siti i cantieri di STX. Tutti i Paesi piegano tanto le regole europee che quelle quelle del buon senso ai dettami di considerazioni di politica elettorale. C’è chi lo fa di più (l’Italia), e c’è chi lo fa di meno (la Francia). Il nuovo esecutivo francese, molto verosimilmente, ha realizzato che la vendita a Fincantieri di STX avrebbe potuto portare, nel breve-medio termine, alla sua chiusura o ad un suo forte ridimensionamento. Per mere ragioni elettorali, Macron non ha voluto tollerare questo rischio (che probabilmente sarebbe emerso a ridosso delle prossime elezioni). Chi in Italia brinda o celebra la scelta francese non ha capito che stiamo parlando di uno spreco di risorse pubbliche. Ognuno è libero di adottare la politica industriale più demenziale che vuole (come il Venezuela insegna), ma questa non dovrebbe essere confusa con tratti di acume o intelligenza. Non allineare le decisioni politiche alla logica economica significa semplicemente, nel breve tempo, non rispettare i contribuenti e, nel lungo termine, indebolire la crescita economica. Macron può legittimamente perseguire altri fini, ma non è una ragione per imitarlo.

Ciò ci porta ad una seconda riflessione. In Italia leggiamo e sentiamo già ogni tipo di fantasia, tra quelli che gridano alla mancanza di rispetto nei nostri confronti a quelli che chiedono al nostro governo colpi di reni simili a quelli di Macron, fino a quelli — i migliori — che ricordano come noi, invece, abbiamo permesso in passato alle aziende francesi di comprare i nostri gioielli. Per comprare, e vendere, bisogna però essere sempre in due. Se la Francia non vuole più vendere, non è necessario un PhD in economics: bastano le pagine estive sul calciomercato della Gazzetta per capire che non li possiamo obbligare. Chi chiede all’Italia di seguire le orme francesi dovrebbe ricordarsi che noi, in realtà, abbiamo già proceduto in direzione opposta, quotando Fincantieri (leggi: facendo cassa). Perché funziona così, ogni Paese ha le sue Alitalia, ma nessuno può permettersi di avere tante Alitalia (a meno di finire come il Venezuela): quindi a forza di bruciare soldi pubblici nell’altoforno degli investimenti strategici e di sistema, il nostro Paese è rimasto al verde e ha dovuto vendere sul mercato una quota di Fincantieri. Questo punto ci porta alle acquisizioni cross-border tra Francia e Italia. Se la Francia compra aziende italiane in grado di espandersi anche all’estero mentre l’Italia è ridotta a comprare dei cantieri francesi in dissesto con il solo scopo, verosimilmente, di ammazzare la concorrenza consolidarli — oltretutto alla stratosferica cifra di 79 milioni di euro, ovvero il prezzo di piccole start-up nella Silicon Valley — forse bisognerebbe prendere atto di quanto il nostro Paese stia precipitando.

In terzo luogo, nell’ultimo anno vi è stato un forte attivismo da parte delle istituzioni europee per promuovere maggiore cooperazione e integrazione nel campo della difesa europea. Con l’elezione di Trump, prima, e di Macron, dopo, tanti si sono tuffati nella retorica dell’Europa indipendente che sfida gli Stati Uniti e finalmente si impone come attore di primo piano nelle dinamiche militari mondiali. Il caso di STX deve far riflettere. Quando si dice che ci vuole “più Europa della difesa”, ciò che molti non capiscono è che più Europa significa consolidamento industriale, e quindi meno posti di lavoro, licenziamenti, gente a casa. Possiamo spalmarci addosso tutta la retorica più appiccicosa che vogliamo, ma questo è un processo doloroso. Se neppure Macron, ancora fresco di vittoria elettorale, è in grado di accettare la potenziale perdita di posti di lavoro in un cantiere di secondo piano, vale forse capire, in fretta, che i sogni di un’esercito europeo e un’Europa che influisce sulle dinamiche regionali delle zone circostanti sono solo delle chimere.

Infine, vale la pena chiedersi cosa tutto ciò significhi per la NATO. L’Europa conferma, ancora una volta, che la sicurezza, la difesa e il suo ruolo internazionale sono assolutamente secondari a questioni domestiche che né riguardano né influenzano gli scenari militari globali. Solo due mesi fa, tanti celebravano Angela Merkel che riteneva gli Stati Uniti non più un partner affidabile. E’ la stessa Merkel, che per mere ragioni di politica interna, bloccò nel 2012 la fusione tra EADS e BAE Systems, giusto per chi ha un po’ di memoria storica (se così si possono chiamare accadimenti di soli 5 anni fa). Ritornando al caso di STX, il messaggio è chiaro: la Francia continuerà a sperperare risorse per finanziare attività non redditizie e non politicamente rilevanti a scapito, logicamente, sia di ricerca in campi di primaria importanza che di capacità operative. Perché a chi se lo dimenticasse, la Francia — quella dell’imponente parata militare del 14 Juillet — non era in grado di intervenire da sola in Mali nel 2013, contro un esercito di contadini e casalinghe.

Tutto ciò avviene, intanto, pochi giorni dopo le proteste della Commissione Europea contro le nuove sanzioni varate dal Congresso USA contro la Russia e l’accordo energetico Nord Stream 2 tra Russia e Germania volto a legare più strettamente i due Paesi. In altri termini, ognuno è libero di credere che Trump stia affossando la NATO e che Macron e Merkel rafforzeranno invece la sicurezza europea contro l’aggressività russa e l’isolazionismo americano. Però ad un certo momento sarebbe forse anche il caso di smettere di credere alle favole

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