Quali prospettive per l’Afghanistan – Parte III

di Andrea Gilli

In due precedenti articoli abbiamo visto quali ostacoli minano il futuro delle missioni Enduring Freedom e ISAF in Afghanistan. Ci siamo concentrati prima sulla particolare situazione socio-politica afghana e sulle difficoltà che essa tende a generare per le truppe americane e NATO nel Paese e poi sulle sfide provenienti da attori internazionali (Pakistan e Russia) o dalle loro possibili difficoltà in Afghanistan. In questo articolo ci concentriamo sugli Stati Uniti.

Quando si parla di guerra o operazioni militari, spesso ci si dimentica che si va in guerra perché lo si vuole. E come si decide di partire, si può anche decidere di tornare a casa. Questa decisione è difficile e sofferta, in quanto implica di abbandonare tutti gli investimenti (in soldi, in tempo e in uomini) fatti finora. Questa decisione è però tutt’altro che rara. Nel momento in cui le possibilità di vittoria paiono nulle, la ritirata diventa la strategia migliore. Gli Stati Uniti si sono ritirati dal Vietnam. L’URSS si è ritirata dall’Afghanistan. La Siria si è ritirata dal Libano. Ovviamente, questa scelta viene sempre bilanciata: si cerca di solito, quando si può, un accordo regionale che non comprometta la propria posizione geopolitica. E’ quanto fecero gli USA con la Cina nel 1972. In questo contesto non bisogna dimenticarsi un dato fondamentale: il nemico ha un unico obiettivo: far apparire nulle le possibilità di vittoria. L’obiettivo strategico intermedio si concentra dunque sul rendere più cupo possibile lo scenario (dimostrando così, se ci fossero ancora dei dubbi, che il nemico è tutt’altro che folle, cieco o ideologizzato, ma piuttosto cinico e razionale).

Ora Washington è nuovamente impegnata: questa volta in Afghanistan. Il futuro del Paese dipende quindi dalla volontà dell’America di continuare a rimanere nel teatro di guerra. Se gli Stati Uniti cedono, nessun altro Paese resterà a combattere i talebani. Per questo guardare alla volontà americana di combattere in Afghanistan è particolarmente importante. Questa volontà dipende da un insieme intrecciato di variabili.

In primo luogo, vi è la situazione in loco. A partire dal 2003 e poi soprattutto dal 2005, le vicende afghane sono andate precipitando. Il 2009 sarà probabilmente l’anno peggiore per le truppe americane: numero di morti, di attentati, di feriti sono tutti in drammatico aumento. Obama, con una certa lungimiranza, aveva deciso di focalizzare tutte le sue energie in questa operazione. Ciò, ovviamente, non garantisce però il successo. Dall’inizio dell’anno sono stati introdotti una serie di cambiamenti che spaziano dal dialogo con i talebani al rinforzo del contingente militare fino all’aumento degli attacchi militari nelle aree talebane in Pakistan. Pensare che però la situazione possa presto cambiare in meglio è abbastanza utopistico visti soprattutto i problemi che affliggono il Paese (che abbiamo ricordato nella Parte I).

Se i morti dovessero continuare a crescere, e le prospettive del Paese dovessero diventare sempre più grigie, la pressione interna contro la guerra potrebbe iniziare a montare.

Qui arriviamo alla seconda difficoltà. Il Presidente Obama è stato eletto principalmente per via della sua opposizione alla guerra in Iraq e per la sua volontà di riformare il sistema sanitario americano. Erroneamente, spesso si pensa che ciò faccia di Obama un pacifista e un socialdemocratico. Obama non è né l’uno né l’altro. Come ricordammo all’inizio della sua presidenza, Obama è un lettore di Reinold Niebuhr, un pragmatico in politica estera e un progressista in politica interna. Il suo elettorato, però, è molto più a sinistra di lui. Alla luce anche della crisi finanziaria non è impossibile che, nel caso in cui le vicende afghane precipitino, si crei in America un forte movimento di protesta contro la guerra che spinga la Casa Bianca a decisioni drammatiche. Il sostegno della stampa, il senso di simpatia che Obama crea sia per chi è che per come si presenta che per cosa rappresenta possono inibire queste pulsioni popolari. Non si può però ignorare questa possibilità. D’altronde, le proteste oceaniche contro la Guerra in Vietnam presero piede contro Lyndon Johnson. Inoltre, specie se la crisi economica dovesse continuare, la pressione perché i soldi degli americani vengano spesi per gli americani potrebbe crescere sensibilmente, mettendo ulteriore pressione sul Congresso e sul Presidente.

Questo capitolo ci porta all’ultimo fattore che dobbiamo tenere in considerazione: l’ascesa di nuove sfide. L’America si trova in un momento di grave crisi interna e circondata da focolai che crescono di giorno in giorno. L’economia è in piena recessione, il sistema finanziario va riformato per evitare nuove apocalissi, il sistema pensionistico deve essere aggiornato e Obama, per mantenere le sue promesse elettorali, deve mettere mano a sanità e istruzione – due capitoli che assorbiranno un’enormità di capitali. La difesa americana deve anche essere aggiornata, sia per tenere in considerazione le nuove sfide che i nuovi potenziali avversari. Intanto, l’instabilità cresce dal Messico all’Honduras, l’Iran e la Corea del Nord proseguono la loro corsa nucleare e la Cina e l’India chiedono di contare sempre di più nel panorama internazionale. Non è assolutamente inverosimile che drammatici sviluppi su uno qualsiasi di questi fronti portino l’America a riconsiderare fortemente la sua presenza in Afghanistan.

Obama ha infatti mostrato chiaramente di voler risolvere il puzzle afghano. Risolvere significa ridurre, progressivamente, il contributo dell’America proteggendo i suoi interessi strategici. Se ciò può avvenire dando una soluzione all’instabilità e all’insicurezza che affligge il Paese, tanto meglio. Altrimenti, la voglia dell’America di rimanere a lungo impegnata in operazioni di nation- e state-building sembra essere destinata a precipitare. In altre parole, Obama è ben disposto a dare una possibilità agli afghani, se questi non la vogliono o se diventa impossibile aiutarli, il presidente non è deciso a procedere ad ogni costo. La sua rielezione dipende, in fondo, dagli americani – non dagli afghani. Ed è dei primi, del loro benessere e della loro sicurezza, che Obama si deve preoccupare.

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