Quali prospettive per l’Afghanistan – Parte I

di Andrea Gilli

Il teatro afghano ha assunto una crescente importanza politica negli ultimi mesi. Merito in primo luogo dei successi raggiunti in Iraq. Colpa anche dei crescenti attentati nel Paese. E risultato dovuto anche alla volontà della nuova amministrazione americana di risolvere definitivamente questo puzzle. In questo articolo proviamo a riepilogare brevemente le maggiori sfide che devono essere sormontate nel Paese.

Come avevamo sottolineato tempo fa, la nuova amministrazione americana (insieme al precedente e attuale Segretario della Difesa) ha deciso di perseguire obiettivi minimi in Afghanistan. Democrazia, libertà, diritti umani sono rimandati sine die. Per ora, gli sforzi sono concentrati sulla sicurezza e stabilità interna. Ridurre gli obiettivi non significa però avere necessariamente successo. Le sfide poste dall’Afghanistan sono infatti tali per cui anche questi obiettivi minimi rischiano di non essere raggiunti.

Le sfide da affrontare sono principalmente di tre tipi. Sfide interne all’Afghanistan. Sfide internazionali. E sfide interne all’America: il Paese che di fatto guida la guerra in Afghanistan e senza la quale non vi sarebbe alcuna operazione militare. In questo articolo ci concentriamo sulle prime. Altri due articoli seguiranno per esaminare gli altri due capitoli.

Sfide interne all’Afghanistan

Le minacce presenti sul teatro afghano sono numerose. Un recente rapporto pubbilcato dal Center for Naval Analysis riassume quelle relative alle operazioni di counterinsurgency. In particolare, dall’inizio di quest’anno si è parlato di applicare la famosa “surge” all’Afghanistan. Un primo passo è stato fatto: come Petraeus ha stabilito il dialogo con gli ex-saddamiti di Anbar, così in Afghanistan si è cercato di dialogare con i talebani. Ciononostante, alcune differenze rimangono presenti tra i due teatri e queste rischiano quanto meno di rappresentare degli enormi ostacoli al successo in loco.

1. In Iraq, la principale causa delle violenze era il settarismo (sciiti contro sunniti contro curdi, etc.). In Afghanistan, il nemico è l’assenza dello Stato e il malgoverno. Nel primo caso, la soluzione consiste nel dare autonomia alle varie etnie perché queste si possano autogovernare. Nel secondo caso, bisogna riuscire a portare politiche eque ed efficaci – cosa che l’Afghanistan non ha mai visto nella sua storia. Parte della guerriglia è infatti diretta proprio contro le politiche governative, locali o regionali che vengono viste come ingiuste, coercitive e corrotte.

2) Al Anbar vedeva poche potenti tribù al suo interno in grado di raccogliere consenso in maniera efficace e in poco tempo. In Afghanistan le tribù sono molte, divise e in competizione. Riuscire ad unirle o farle cooperare è molto più difficile. E ciò rende più arduo sia il raggiungimento della stabilità che del buon governo.

3) Questa situazione è dovuta alla peculiare storia afghana, in particolare al ruolo dei famosi warlords che la guerra al terrorismo ha ulteriormente rafforzato in quanto, in quel particolare frangente, erano l’unica alternativa ai talebani. Il risultato, attualmente, è aver conferito ulteriore potere ad una struttura feudale mentre l’obiettivo è di portare l’Afghanistan verso la modernità. Un po’ come fare un buco in una barca mentre si cerca di riportarla a riva. In altre parole, per aver sicurezza, ci siamo affidati a tanti Don Rodrigo. Questi Don Rodrigo, con i loro comportamenti brutali, iniqui e corrotti, hanno però alienato le simpatie verso il governo ridando legittimità ai talebani.

4) Parte del successo del modello Al Anbar può essere spiegato dalle fratture che si sono create tra i sunniti iracheni e Al Qaeda in Iraq. In breve, mentre i primi volevano evitare la dominazione sciita e, allo stesso tempo, sconfiggere gli americani, i secondi volevano imporre uno stato islamico. Se all’inizio i fini erano simili, progressivamente i due gruppi si sono trovati alle corde, specie perché i metodi di finanziamento di Al Qaeda hanno ridotto gli introiti dei sunniti e, dall’altra, i loro modi spicci e violenti sono andati sempre meno piacendo alle popolazioni locali. Per gli americani è stato così un gioco facile inserirsi tra i due contendenti per isolare Al Qaeda. Lo stesso processo è più difficile in Afghanistan, dove gli attori sono molteplici (almeno cinque: i talebani, l’Haqqani network, Hezb-Islami Gulbuddin (HiG), TNSM, e i talebani pakistani), frammentati sia politicamente che geograficamente e dove le cause di attrito gli uni con gli altri sono minori. In particolare, questi rispettano i costumi e le norme locali (di cui difatti sono parte) e anziché intaccare gli interessi economici delle tribù spesso ne sono parte integrante.

5) Norme e costumi tribali. La più forte e gerarchizzata struttura tribale irachena ha permesso dei compromessi con le norme tribali di Al Anbar e quindi, in definitiva, minori ostacoli all’azione americana. L’assenza di governo, sia centrale che regionale che locale, e la più eterogenea e frammentata natura delle tribù afghane rendono le norme tribali afghane molto più importanti (il Pashtunwali). Ciò significa, in altri termini, che l’azione americana o deve autolimitarsi, per non alienare le simpatie delle popolazioni locali, o è costretta a continue interruzioni e ostracismi nel caso in cui verranno violati i codici tribali Pashtun.

6) In Iraq, la guerriglia si scatenava principalmente nelle città. Oltre al modello Al Anbar, gli sforzi americani si sono concentrati negli insediamenti urbani. L’Afghanistan è sprovvisto di questi grossi centri urbani. La sua popolazione vive prevalentemente nelle aree rurali e così, dunque, anche la guerriglia ha una natura differente. Di questo punto se ne occupa il prossimo paragrafo. Il significato della diversa struttura amministrativa e socio-economica è semplice: offrire sicurezza ad una popolazione dispersa è molto più complicato che portarla ad una popolazione accentrata. Senza contare, inoltre, le difficoltà di monitorare grosse zone ostili e poco conosciute, di ottenere intelligence affidabile e per la logistica.

7) Anziché ricorrere agli IEDs, la guerriglia afghana (nel sud) ricorre maggiormente a raids, imboscate e attacchi veloci (per una descrizione del suo funzionamento, vedere qui e qui). Sfruttando sia la propria resistenza agli ambienti ostili, che la propria conoscenza del terreno, la variegata macchia talebana è in grado dunque di portare a termine anche attacchi di maggiore portata. Ciò significa che gli americani devono riuscire a combinare una risposta flessibile in grado sia di neutralizzare gli IEDS (che richiedono i famosi MRAP: grossi e poco maneggevoli veicoli corazzati da terra) che di rispondere ad attacchi semi-convenzionali, per i quali invece è necessario un equipaggiamento leggero e il supporto dell’aviazione.

8 ) Un altro problema deriva dal finanziamento della guerriglia. Ad Al Anbar, Al Qaeda si finanziava con il contrabbando di petrolio. Le truppe americane hanno dovuto semplicemente combattere questo contrabbando (lasciando che prosperasse quello dei sunniti) per vincere hearts, minds and wallets. La situazione afghana è più complessa. L’economia nazionale si regge quasi esclusivamente sulla coltivazione dell’oppio. Governo centrale e coalizione internazionale lavorano per sradicare questa coltura. Poiché però la legittimità e il sostegno al governo centrale dipendono dai warlords locali, lo sradicamento forzoso dell’oppio avviene solo contro i piccoli contadini. Il risultato è duplice: questi finiscono per abbracciare i talebani, mentre la coltivazione dell’oppio non subisce alcuna significativa riduzione.

9) Infine, se gli insorgenti di Al Anbar potevano spesso muoversi liberamente in Siria per ripararsi dalle controffensive americane, essi non hanno mai neppure vagamente goduto della libertà di cui dispongono gli afghani verso il confine pakistano. Il centro “direzionale” dei talebani è a Quetta (qui si costruiscono gran parte degli IEDs), i pakistani di origine pashtun non vengono percepiti come combattenti stranieri, e in generale il confine è labile e ciò permette sia rifornimenti che ritirate strategiche ogni qual volta la situazione tattica e operativa sia compromessa.

L’Afghanistan non è perso. E’ solo un territorio diverso da quello iracheno e probabilmente più difficile in quanto le già fragilissime istituzioni moderne presenti in Iraq sembrano quasi inesistenti in Afghanistan.

Questo articolo si è soffermato sulle sfide che la counterinsurgency deve affrontare. Come si è visto, però. esse hanno una natura più politica che militare, e dunque rappresentano in definitiva le sfide del Paese stesso. L’ultimo punto ci ha portato a trattare di Pakistan. Nel prossimo articolo approfondiremo meglio le sfide internazionali che minano il successo in Afghanistan: il Pakistan è solo una di queste.

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