Le facili illusioni della sinistra internazionale

di Andrea Gilli

Con l’elezione di Barack Obama (nero, democratico e pure molto a sinistra per gli standard americani) a presidente degli Stati Uniti d’America, la sinistra internazionale sembra segnare una vittoria schiacciante. Soprattutto in Europa, Obama è accolto e percepito non solo come la novità (che in effetti è) ma anche come una sorta di discontinuità drammatica rispetto alle due recenti presidenze di George W. Bush.

Per quanto chi scrive nutra una certa simpatia per Obama e soprattutto per il suo messaggio di freschezza e di rinnovamento, non è possibile non rilevare i rischi intrinseci in questo innamoramento collettivo. Innamoramento che più che descrivere un personaggio lo sta a tratti romanzando o idealizzando, facendolo cosi divenire nettamente differente dalla realtà.

Con la politica estera Americana di George W. Bush, la sinistra ha infatti avuto un facile alibi. Il comportamento dell’America era colpa del texano, del cowboy. Gli insulti seguivano a ruota. Repubblicano dunque militarista. Il gioco era fatto e le masse erano accontentate.

Ora il problema che la sinistra rischia di correre è che ben presto Obama la deluderà. La sua presidenza non sarà, infatti, così distante da quelle che abbiamo conosciuto fino ad oggi.

Tre elementi, in particolare, dovrebbero suggerire moderazione. In primo luogo, il sistema internazionale continua a vedere gli Stati Uniti in primo piano. Nonostante l’eredità di Bush sia parecchio pesante (per Washington, in primis), e il declino relativo dell’America sia oramai iniziato, il prossimo Presidente continuerà a guidare il più forte Paese del mondo. Le previsioni più ottimiste, per esempio, danno la Cina in grado di pareggiare gli Stati Uniti verso il 2020. Obama ha tempo di essere eletto due volte e vedere altri due presidenti salire alla Casa Bianca prima che ciò avvenga. Dunque, se è vero il motto che chi ha una pistola la usa, allora è verosimile pensare che, alla luce del loro strapotere, gli Stati Uniti continuino ad agire nel breve termine con uno spirito fondamentalmente unilateralista. Con Obama magari cercheranno maggiore cooperazione, ma certo non metteranno in discussione i loro obiettivi. Per capirsi meglio – un conto è definire di concerto con gli altri i propri interessi, un conto è trovare un accordo per raggiungerli. Il multilateralismo di Obama riguarda solo questo secondo punto – non il primo.

Per chi sobbalzerà dalla propria sedia, alla lettura di queste parole, basta ricordare che Clinton lanciò almeno tre operazioni militari (Sudan, Afghanistan, e Kosovo) senza alcun voto favorevole dell’ONU. Si guardò bene dal ratificare il CTBT, Kyoto o il TPI e mostrò progressivamente sempre minore interesse per le iniziative multilaterali.

Il secondo elemento riguarda la cultura americana e gli interessi americani. La cultura Americana ha alcune precise specificità. Queste si uniscono agli interessi strategici americani. E’ assai difficile che Obama possa contraddire entrambi. Fa parte di quella cultura, in primo luogo. Ed è stato eletto per difendere quegli interessi.

La prima delusione arriverà dunque dall’Iraq, dove non ci sarà alcun ritiro affrettato. Obama non sarà Zapatero. Il ritiro, se avverrà, avrà luogo solo quando il controllo di Washington sul Medio Oriente sarà stato rafforzato. Lo stesso vale per questioni quali lo scudo missilistico, il trattato di Kyoto o il tribunale penale internazionale. In nessuno di questi campi Obama farà delle concessioni. Vuoi perché contraddirebbe la cultura Americana (per esempio sulla sacralità della sovranità statunitense) vuoi perché ciò intaccherebbe gli interessi strategici di Washington.

Ciò non vuol dire che Obama sarà arrogante e sprezzante come Cheney. Anzi, verosimilmente sarà molto cooperativo. Ma proprio su questo aspetto si cela l’ultima grande insidia per la sinistra internazionale. Chiunque abbia parlato o conosca un Democratico Americano sa che, nella vulgata liberal, l’opposizione europea alle politiche americane era dovuta solo e unicamente all’arroganza di Bush. In altri termini, con Clinton al potere, l’Europa avrebbe seguito gli Stati Uniti in Iraq. Non è necessario dire che in Europa la si vede o vedrebbe un po’ diversamente. Purtroppo, però, i Democratici, ed Obama, si aspettano proprio questo: maggiore cooperazione europea. A partire dall’Afghanistan, ma non è improbabile che delle richieste vengano inoltrate anche a proposito dell’Iraq. Insomma, Obama vorrà più muscoli da parte dell’Europa. L’Europa da Obama invece si aspettava una politica meno muscolare. Questa contraddizione sarà pesante. L’unico vantaggio della sinistra è di non essere al potere e quindi poter nicchiare.

In conclusione, l’elezione di Obama è da salutare con una certa soddisfazione. Il primo nero che diventa presidente. Il primo nero che vuole andare oltre la ancora pesante divisione razziale che mina gli Stati Uniti. Un presidente che vuole riportare cooperazione internazionale e multilateralismo. Chi però sta cantando troppe lodi ad Obama rischia di essere presto deluso. L’America rimane l’America. Con o senza Obama.

P.S.: questo articolo, ovviamente, vuole anche essere un avvertimento ai circoli conservatori, che in in Obama vedevano il demonio.

Annunci