Quali prospettive per l’Afghanistan – Parte II

di Andrea Gilli

In un precedente articolo, abbiamo esaminato le prospettive dell’Afghanistan in particolare concentrandoci sulle sue sfide interne che minano la stabilità e la ricostruzione.

In questo articolo, vogliamo concentrarci su quei fattori internazionali che rischiano di ostacolare le operazioni alleate nel Paese.

Poiché un prossimo articolo esaminerà i fattori interni alla politica americana che rischiano di ostacolare la missione Enduring Freedom, in questo articolo ci focalizziamo sui tre attori che hanno un ruolo maggiore sul futuro dell’Afghanistan: il Pakistan, la Russia e la NATO.

Pakistan

Il Pakistan rappresenta la maggiore incognita per l’Afghanistan. Le ragioni sono numerose. In primo luogo, gran parte dei membri di Al Qaeda si è trasferita in Pakistan. Le FATA ospitano talebani e membri della stessa Al Qaeda, e lo stesso vale per quasi tutta la zona di confine. Come ricordato nel precedente articolo, ciò significa che quando tatticamente e operativamente la situazione peggiora per i talebani, questi possono sempre trovare rifugio in Pakistan, proteggersi, riorganizzarsi, e così iniziare nuovamente l’offensiva. Gli USA stanno attaccando massicciamente con droni teleguidati (gli UAVs) le postazioni talebane in Afghanistan, ma la loro efficacia è ovviamente minore di un attacco di terra: attacco che però non può arrivare sia per ragioni politiche (relazioni con il Pakistan e la sua stessa stabilità interna) che tattiche (la difficoltà del territorio). L’ISI, il servizio segreto pakistano, inoltre, interviene in Afghanistan finanziando e indirizzando talebani e warlords in modo che non emergano o si rafforzino fazioni che possano rappresentare una minaccia all’influenza del Pakistan.

Purtroppo, gli ostacoli rappresentati dal Pakistan non possono essere risolti facilmente. Il Paese è da tempo in una crisi politica quasi irreversibile e ogni minima scossa potrebbe portare alla catastrofe: l’arsenale nucleare di Islamabad è infatti l’ultima cosa che Washington vuole far cadere in mano ai talebani.

Russia

La Russia svolge un ruolo fondamentale in Afghanistan in virtù sia della sua storica presenza in Asia centrale che dei suoi stretti rapporti con gli altri Paesi della zona. Fino al 2006, il territorio russo rappresentava la tratta necessaria per la logistica NATO e americana in Afghanistan. Progressivamente, con il raffreddamento delle relazioni tra Washington e Mosca, la logistica si è spostata sulle repubbliche centrasiatiche: Uzbekistan, Kyrgyzstan, e Turkmenistan. Il ritorno dell’Uzbekistan sotto la sfera russa, ha di fatto lasciato aperta solo l’opzione Kyrgyza che però ha iniziato a divenire instabile a inizio anno, quando il parlamento di Bishkek ha chiesto la chiusura della base americana di Manas. Non è una coincidenza che questo voto sia arrivato dopo un sostanzioso piano di aiuti varato a Mosca pochi giorni prima.

Il recente miglioramento delle relazioni tra Mosca e Washington sembra aver contribuito a risolvere la vexata quaestio. Avendo capito che le decisioni venivano prese al Cremlino, l’amministrazione Obama si è comportata di conseguenza. Questo capitolo rimane però in sospeso: come sottolineavamo nell’articolo sulle relazioni russo-americane, la recente armonia raggiunta dai due Paesi non può assolutamente essere data per scontata e soprattutto dipende sia dalla volontà americana che dalle pretese russe. Non è improbabile che, in caso di un nuovo scontro su Georgia, Ucraina o pipeline centrasiatiche, Mosca risponda chiudendo nuovamente i corridoi per l’Afghanistan. Per il momento, però, questo evento sembra avere basse probabilità. Ovviamente, se la missione in Afghanistan richiederà altri dieci anni di sforzi, i rischi e le possibilità di nuovi dissidi con Mosca sono molto probabili.

NATO

L’ultimo attore di rilievo in Afghanistan è la NATO: i suoi membri sono infatti impegnati militarmente sul posto. La missione ISAF ha mostrato, negli anni, la sua fiacchezza, tanto da essere rinominata dai soldati americani I Suck At Fighting. Tedeschi e italiani, in particolare, hanno dato un contributo modesto e ridotto, anche se alcuni recenti cambiamenti devono essere rilevati: per esempio il contingente italiano si doterà presto di carri armati e di caccia Tornado. Resta il fatto che gli europei, eccezione fatta inglesi e olandesi, sembrano poco interessati a combattere. Come aveva rilevato Troztky, la guerra è però interessata a loro. La domanda di fondo è se e come cambierà il loro contributo, man mano che la situazione peggiorerà anche nelle zone dove operano i loro contingenti.

Il Canada ha già deciso di ritirarsi dall’Afghanistan nel 2011. Il rischio è che, se morti e difficoltà dovessero aumentare, e parallelamente l’interesse americano a rimanere in loco dovesse calare, altri Paesi possano seguire. Ciò significherebbe, per l’Afghanistan, un futuro non troppo dissimile da quello nel quale lo si è lasciato quando le truppe sovietiche si ritirarono nel 1989. Ovviamente questa possibilità dipende dalle decisioni dell’attore più importante e maggiormente coinvolto: l’America. Il tema sul quale si concentrerà il prossimo articolo.

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