Rassegna Epistemica: sviluppo e commercio internazionale

di Mauro Gilli

Secondo alcuni commentatori, tra le sue tante vittime, la crisi finanziaria in corso potrebbe presto annoverare la deregolamentazione e la liberalizzazione dei mercati. Gli attacchi al laissez-faire risultanti dal dissesto che ha colpito gli Stati Uniti potrebbero infatti colpire i tentativi di molti paesi (specialmente quelli in via di sviluppo) di adottare misure pro-mercato e di aprirsi ulteriormente ai commerci mondiali – l’unica strategia in grado di permettere loro di alleviare la povertà.

Lo sviluppo economico è un tema fondamentale a livello internazionale: malgrado i grandi progressi compiuti negli ultimi cinquant’anni (si pensi al Sudest Asiatico e alla Cina), molti paesi, in particolare quelli dell’Africa Subsahariana, non sono ancora riusciti ad imboccare la strada della crescita. Quali sono le cause? Quali le misure necessarie per rivoltare questa situazione? Su questi temi esiste una letteratura molto ampia che, nel sottolineare l’importanza dei commerci internazionali, riconosce allo stesso tempo come anche altri fattori giochino un ruolo chiave (le istituzioni, la geografia, le trappole della povertà, etc.)

Il nuovo numero de L’Arengo del Viaggiatore affronta questi argomenti grazie ad un’intervista (prima di una serie di altre interviste a illustri studiosi) a Jagdish Bagwathi, professore di economia internazionale alla Columbia University, e convinto sostenitore della liberalizzazione dei mercati. Oltre alla sua fama a livello accademico, maturata in più di trent’anni di intensa attività di ricerca, Bhagwati ha ottenuto grande popolarità grazie ai suoi frequenti interventi su quotidiani e mass media, e soprattutto grazie al suo In Defense of Globalization, una delle più chiare ed efficaci difese della globalizzazione economica pubblicata negli ultimi anni.

Nel corso dell’intervista condotta da Saki Bigio, Bhagwati affronta numerose questioni. In primo luogo, spiega come in molti Paesi in via di sviluppo, l’interventismo statale continui a rappresentare un grande ostacolo alla crescita. Il ruolo dello stato nelle strategie di sviluppo è stato uno dei temi centrali degli studi economici negli ultimi cinquant’anni. Dalle teorie del “Big Push” alla deregolamentazione dei mercati, i governi nazionali sono stati al centro dell’attenzione degli studiosi, sia nella veste di promotori della crescita economica, che in quella – meno utile- di ostacolo. In altre parole, il dibattito sul ruolo dello Stato in economia è al centro della storia del pensiero economico del ventesimo secolo, come hanno illustrato Daniel Yergin e Josef Stanislaw nel loro The Commanding Height: The Battle for The World Economy (una interessante trattazione di questo argomento può essere trovata anche nell’articolo di Albert O. Hirschman, “The Rise and Fall of Development Economics,” pubblicato in Essays in Trenspassing: Economics to Politics and Beyond). Inevitabilmente, questo dibattito continua ancora oggi per i paesi in via di sviluppo. E come ha sottolineato William Easterly (si veda il primo link in questa pagina), è possibile che la crisi in corso possa portare alcuni paesi ad abbracciare nuovamente le teorie sul ruolo dello stato in economia.

Nel corso dell’intervista, Bhagwati affronta un altro tema. Riferendosi agli altri fattori che ostacolano la crescita economica dei paesi in via di sviluppo, il professore della Columbia University sostiene che le “trappole della povertà” non esisterebbero. L’espressione si riferisce a quell’insieme di fenomeni, esterni alla volontà dei singoli paesi, che impediscono loro di iniziare un ciclo di sviluppo e uscire così dalla situazione cronica di povertà nella quale si trovano. Anche su questo tema non esiste consenso unanime. Paul Collier, Professore al St. Anthony’s College di Oxford, e Jeffrey Sachs, professore alla Columbia University, sono convinti del contrario. Non solo: ritengono inoltre che le trappole della povertà contribuiscano in maniera determinante a mantenere la condizione di sottosviluppo di gran parte dell’Africa Subsahariana. Pertanto, concludono, i paesi occidentali dovrebbero attivarsi per promuovere piani di sviluppo per aiutare questi Paesi ad “uscire” da queste trappole.

Sia Collier che Sachs sono autori di due best-seller: rispettivamenteThe Bottom Billion: Why The Poorest Countries Are Falling and What Can Be Done About It, e The End of Poverty: Economic Possibilities for Our Time. Adottando un approccio completamente diverso (Collier attraverso studi econometrici, Sachs tramite la sua esperienza diretta in molti di questi paesi), entrambi hanno raggiunto conclusioni analoghe: da soli, i paesi dell’Africa Subsahariana non potranno mai uscire dalla povertà. Alcuni fattori impedirebbero loro di avviare una strategia di sviluppo di successo: il mancato accesso ai trasporti marittimi (la via principale dei commerci internazionali) per i paesi senza alcuno sbocco sul mare; la presenza risorse naturali all’interno dei confini domestici (le risorse naturali bloccano lo sviluppo in due modi: da una parte, renderebbero difficile il consolidamento di un apparato amministrativo efficiente e moderno, promuovendo invece la corruzione e in generale la “bad governance“; dall’altra faciliterebbero lo scoppio di conflitti armati tra fazioni diverse mosse dalla volontà di impadronirsi di tali risorse); e infine la diffusione di malattie infettive come Malaria e AIDS (riducendo profondamente la produttività dei lavoratori, queste rendono vano ogni strategia di sviluppo).

Su questo ultimo punto Bhagwati sembra concordare, riconoscendo l’effetto negativo di queste malattie. Di parere diverso è invece William Easterly, professore alla New York University (citato in precedenza) e autore del best-seller The White Men’s Burden: Why the West’s Effort to Aid the Rest Has Done So Much Ill and So Little Good. Sulla base di un’analisi econometrica, Easterly conclude che le trappole della povertà non esisterebbero. Inoltre, aggiunge, la crescita dei Paesi Africani sarebbe sempre stata vicina alla media mondiale – dato che confermerebbe il suo scetticismo sulle trappole della povertà. Dato il ruolo nefasto che gli aiuti allo sviluppo hanno spesso avuto sui Paesi recipienti (come eloquentemente illustrato nel suo lavoro), è facile concludere, come fa Easterly, che l’unica soluzione per i Paesi in via di sviluppo sia quella di abbracciare il mercato, e sfruttare al massimo le possibilità che questo offre.

Come sottolineato, non esiste un consenso su questi temi. Il fatto che studiosi illustri come quelli citati abbiano opinioni divergenti ne è la prova più evidente. Da parte nostra possiamo limitarci a segnalare solo alcuni dei contributi in materia, e ringraziare gli amici dell’Arengo per la loro interessante iniziativa, aspettando l’uscita delle prossime interviste (Jeffrey Sachs, Anthony Giddens, e Sala-i-Martin).

(Oltre a quella segnalata qui, la seconda e terza parte dell’intervista a Bhagwati possono essere trovate qui: seconda parte; terza parte).

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