Dieci buone ragioni per non tassare le “rendite”

di Benedetto Della Vedova (con Piercamillo Falasca e Mario Seminerio) – Articolo apparso, in versione ridotta, su Il Giornale

“La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme” (articolo 47 della tanto lodata Costituzione italiana);

“Il risparmio non è un flusso finanziario che va al consumo, anzi è la rinuncia ad un consumo presente per ottenerne uno futuro. Il profitto sul risparmio (gli interessi) è il prezzo di questa rinuncia. Tassare gli interessi vorrebbe dire creare una discriminazione tra consumi presenti e futuri, vorrebbe dire bloccare il movimento fisiologico dell’attività economica, produttiva e di investimento.” (Luigi Einaudi)

Ecco dieci buone ragioni per opporsi alla minacciata “armonizzazione delle rendite finanziarie” che, per come si presenta, risponde al furore ideologico più che alla razionalità economica.

1. Altro che “rendite” finanziarie: si tratta del risparmio delle famiglie. Secondo la più recente indagine campionaria di Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie (dati 2004, la prossima pubblicazione – con dati 2006 – sarà disponibile tra qualche settimana), considerando le attività finanziarie detenute dalle famiglie, il 25,1% dei titoli di stato e il 23,6% di azioni, fondi comuni e altri titoli è nelle mani di famiglie con a capo un impiegato o un operaio; il 43,9% dei titoli di stato e il 36,9% di azioni, fondi comuni e altri titoli è appannaggio delle famiglie dei pensionati. Nel nostro paese, in assenza di un robusto “secondo pilastro” di previdenza integrativa, è cresciuto un “terzo pilastro”, quello degli investimenti con funzione previdenziale.

2. Se si dovesse applicare la nuova aliquota su tutti i titoli in circolazione e stante l’attuale stock di attività finanziarie, dal comparto famiglie l’erario ricaverebbe maggiori entrate per circa 5 miliardi di euro annui (la riduzione dell’aliquota sui depositi in conto corrente dal 27 al 20% comporterebbe un risparmio di appena 800 milioni di euro). Dei 5 miliardi di euro, circa 2 deriverebbero dai nuclei con un capofamiglia pensionati; poco meno di 1 miliardo dalle famiglie degli impiegati; circa 250 milioni di euro dagli operai. Se la nuova aliquota fosse applicata solo sulle nuove emissioni, l’extra-gettito dalle famiglie per il 2008 ammonterebbe a poche centinaia di milioni, per poi crescere negli anni successivi.

3. Una misura che produce maggior gettito per le casse dello Stato è una forma di “inasprimento” fiscale, non di “armonizzazione”. Per avere un allineamento tra conti correnti e altre attività finanziarie a parità di gettito, si dovrebbe fissare la nuova aliquota ad un valore prossimo al 14%.

4. Sembra che il governo voglio usare il gettito di questa misura come copertura per una riforma dell’Irpef sui lavoratori dipendenti. Sarebbe una scelta avventata: il gettito derivante da inasprimento della tassazione delle attività finanziarie è aleatorio e non predeterminabile. In presenza di un’inversione di tendenza dei mercati finanziari, si rischia un effetto boomerang.

5. L’ipotesi di un’applicazione “mirata” della nuova tassazione, applicando l’aliquota del 20% solo alle nuove emissioni, esentando i titoli di stato o prevedendo meccanismi di esclusione dei pensionati e dei piccoli risparmiatori, creerebbe una segmentazione pericolosa dei mercati finanziari, dando luogo a distorsioni sui prezzi dei titoli e complicando la gestione del debito pubblico (forse ci si dimentica quanto avvenne nel 1987 e 1988 quando, per i titoli pubblici, si passò dalla esenzione alla tassazione del 6.25% e poi al 12,5%).

6. L’introduzione di meccanismi di esenzione di particolari categorie di percettori di reddito da capitale, ipotizzata dal sottosegretario Grandi, sarebbe possibile solo attraverso l’inserimento dei redditi da capitale nelle dichiarazioni dei redditi, ossia facendo cadere il vantaggio della tassazione separata e aprendo la strada all’assoggettamento dei redditi da capitale alla tassazione ad aliquota marginale. A nostro giudizio, una prospettiva nefasta.

7. Come mostra un recente studio della Banca d’Italia, un inasprimento della tassazione sul risparmio può forse permettere un aumento di breve periodo dei consumi (si risparmia meno, si consuma di più), ma inibisce l’aumento dello stock di risparmio utile per finanziare gli investimenti e la crescita economica di lungo periodo. In più, una maggiore tassazione dei redditi da interesse deprime l’offerta di lavoro (a che serve lavorare di più se il risparmio, frutto del mio lavoro, verrà pesantemente tassato?).

8. Il governo farebbe bene a valutare i dati forniti da Assogestioni, dove si evidenzia la vera e propria fuga dai fondi di investimento italiani: meno 21 miliardi nei soli mesi da settembre a novembre 2007. Sicuramente hanno influito la scarsa fiducia verso i mercati finanziari ed una minore disponibilità economica delle famiglie, ma due anni di annunci e smentite sull’aumento della tassazione hanno certamente contribuito ad alimentare il clima di incertezza. A capo di Assogestioni c’è oggi Marcello Messori, uomo di fiducia di Vincenzo Visco: c’è chi vi vede una pericolosa liason ideologica tra chi dovrebbe rappresentare i risparmiatori e chi li tassa.

9. Si assiste nel mondo ad un trend di crescita dei profitti non accompagnato da un eguale andamento dei salari (la quota di incremento della produttività catturata dal lavoro diminuisce a favore di quella acquisita dal capitale). Invece che chiedere ideologici interventi redistributivi sulle rendite, una politica responsabile dovrebbe porsi il problema di come sostenere la trasformazione del reddito dei lavoratori da “puro” salario a ricchezza più variegata, che includa i redditi da capitale. In una prospettiva di lungo periodo, va promossa – e non disincentiva con la tassazione – una maggiore propensione verso gli investimenti finanziari diversi dalla “casa”. Una fetta troppo elevata del surplus familiare italiano, infatti, va nella casa, creando il paradosso di famiglie forti nel patrimonio e debolissime nel reddito.

10. Una delle motivazioni ricorrenti per giustificare la riforma è quella secondo cui un’aliquota al 20% permetterebbe un allineamento della tassazione ai regimi vigenti negli altri paesi europei. Se è vero che in Europa la tendenza è avere aliquote sul risparmio superiori a quelle italiane, è altrettanto vero che – da tempo – in tutto il continente si assiste ad una graduale ma costante riduzione della tassazione sul reddito. In più, a rendere poco efficace il confronto tra paesi vi è poi la considerazione del ruolo previdenziale e non speculativo che le attività finanziarie svolgono in Italia.

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