Alesina e Giavazzi scoprono il deficit

di Mario Seminerio – Il Fatto Quotidiano

Mentre attendiamo fiduciosi che si concretizzi la leggendaria ripresa, quella che di solito consente ai governi di vaticinare l’alba di una nuova era, dobbiamo prendere atto che la crisi fiscale del nostro paese è sempre più soffocante, e che mancano risorse anche solo per tentare alcune riforme minimali. E’ tuttavia confortante che alcuni economisti editorialisti, di quelli che da anni tracciano la via per la salvezza, stiano giungendo lentamente a prendere consapevolezza che ciò che manca oggi è la domanda aggregata, e che senza di essa le riforme dal lato dell’offerta, quali quelle del mercato del lavoro e le liberalizzazioni, non sono sufficienti a determinare il rilancio dell’economia, pur essendo ovviamente necessarie.

La costruzione europea, come noto, non prevede stimoli fiscali su scala continentale, lasciando i singoli paesi a perseguire il feticcio del 3 per cento di deficit-Pil, che di per sé non significa assolutamente nulla né è garanzia di virtù fiscale, come il nostro paese sta sperimentando sulla propria pelle. Che fare, quindi? Già un anno addietro Alessandro Penati, dalle colonne di Repubblica, chiedeva provocatoriamente una tregua fiscale fatta di aggressivi tagli di tasse senza copertura, per finanziare riconversioni produttive e riduzioni di costo del lavoro. Ovviamente, in simile situazione, il deficit esploderebbe, e servirebbe quindi un patto politico europeo fatto di tagli futuri di spesa, con tutti i rischi di promesse non mantenute che ciò implicherebbe.

Negli ultimi giorni anche Francesco Giavazzi ed Alberto Alesina hanno rilanciato l’idea di tagli di tasse fatti in deficit, eventualmente da barattare con un commissariamento europeo. Non accadrà nulla di tutto ciò, ovviamente, ma è confortante osservare che, sia pure con ritardo, anche i gran sacerdoti dell’ossimorica austerità espansiva hanno scoperto che servirebbe una transizione fatta con stimoli fiscali, cioè in deficit. Meglio tardi che mai.

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