AVIO: Che FARE?

2 pensieri su “AVIO: Che FARE?”

  1. Grazie per la chiara analisi espressa con un linguaggio lineare e comprensibile a tutti, nonostante la complessità dei prodotti e delle imprese coinvolte. Anche la sua sintesi finale, orientata al metodo con cui il caso è stato finora dibattuto, mi aiuta a capire (spero) il punto.
    Rifraso con parole mie per verificare se davvero ho appreso: prima di pensare alle teorie filosofico-economistiche, è opportuno valutare le forze competitive in gioco e poi decidere se partecipare al gioco e come.
    Il valore dell’impresa (intendendo anche l’indotto) dipende dalla capacità dell’impresa stessa di competere. Come peraltro l’azienda ha egregiamente fatto finora, ma non si sa per quanto ancora potrà farlo. La difesa “dell’italianità” via CDP o altro, non garantisce di per sé alcuna protezione o vantaggio. Per sopravvivere, specie in un ambiente tecnologico particolarmente competitivo, l’azienda deve sempre crescere di valore. Per alimentare la crescita, l’impresa deve poter disporre di risorse (umane, tecniche, finanziarie) adeguate al tasso di innovazione. Siano esse autogenerate dal successo nel mercato o siano fornite da un investitore. L’erosione del valore invece si determina quando l’impresa non ha le risorse necessarie.
    A quanto pare, il comportamento degli attuali venditori (Cinven) sembra indicare che non ritengano interessante investire oltre in quell’impresa. Quindi è logica conseguenza che, se non vendessero e non investissero, il valore dell’impresa scenderebbe nel tempo.
    Come Paese siamo quindi al punto in cui è obbligatorio chiederci se sia opportuno riportarci a casa un’impresa destinata probabilmente a perdere valore nel tempo.
    Se il Paese interviene, potremmo assistere ad un altro caso Alitalia dove in nome di una teorica “italianità” e di un business per nulla distintivo (in quel caso), abbiamo perso l’investimento del primo passaggio e ora ci apprestiamo a perder anche il secondo investimento. Senza per questo risolvere alcuno dei problemi fra i quali la disoccupazione. E con un enorme aumento della spesa pubblica del tutto ingiustificato.
    Ammesso che il Paese decidesse di considerare di giocare la partita Avio in vista di obiettivi ancora da comprendere, la domanda successiva sarebbe: esistono investitori italiani (pubblici o privati) in grado di fornire risorse in volume adeguato?
    Se non ne esistono, sarebbe preferibile vendere ad un investitore straniero al valore corrente, ancora ragionevolmente buono. Prendendosi il rischio che, nonostante le dichiarazioni, il compratore straniero sia effettivamente interessato a far crescere il valore dell’azienda. Il che è possibile, anzi probabile, dato l’ammontare dell’investimento per l’acquisto. Naturalmente è anche, marginalmente, possibile che l’acquisto sia invece orientato allo smantellamento locale dell’impresa.
    Ma per quale motivo dovrebbero smantellare l’impresa in Italia? Se dagli scenari escludiamo psicotici complotti mondiali, si presume che gli investitori sposterebbero persone e competenze fuori dal paese solo nel caso in cui le condizioni del sistema paese non fossero favorevoli alla crescita e alla competitività dell’impresa. Cosa purtroppo assai probabile.
    Peraltro credo che molte delle persone qualificate, i talenti, sceglierebbero anche loro, e molto volentieri, di trasferirsi in un qualche paese più favorevole al loro merito e alla loro capacità.
    Poiché finora l’impresa è stata in grado di competere, pur vivendo in questo costoso sistema paese, c’è da chiedersi: con quali azioni il paese può diventare attrattivo abbastanza da invitare e trattenere nuovi investitori?
    In via teorica ci sono diverse opzioni possibili.
    Lo stellone – sperare che il compratore straniero non si porti via le risorse. Sappiamo però che la repulsività del paese (costi, incertezze del diritto e complessità) spinge nella direzione “fuori dall’Italia”.
    Bloccare il passo – ad altro investitore straniero (ora l’81% del capitale è già straniero) che si può realizzare solo facendo rientrare in Italia le quote e facendo uscire dal paese il notevole prezzo di acquisto. Con relativo aumento della spesa pubblica. Non entro nel merito della possibile posizione di forza del venditore che debba negoziare con un compratore (lo Stato) sotto pressione politica. La pressione politica farebbe certamente lievitare il prezzo a spese dei cittadini tutti per accontentare i pochi o tanti, nessuno lo sa, che reclamano l’”italianità”.
    In entrambi i casi non sappiamo se gli investitori, stranieri e pubblici, metteranno a disposizione risorse sufficienti ad aumentare il valore dell’impresa. Non sappiamo nemmeno se possa avvenire sul territorio italiano.
    Nel primo caso (investitore straniero) può essere possibile e probabile; un investimento di quella portata sarebbe incongruente se non vi fosse l’intenzione di ricavarne maggior valore futuro. Bisogna però che il paese risolva il problema della repulsività del paese. Altrimenti il maggior valore verrebbe creato fuori del paese.
    Nel secondo caso, il compratore italiano, a questo punto solo pubblico, dovrebbe sborsare non solo il notevole prezzo, ma dovrebbe mettere sul tavolo le risorse imponenti per far crescere l’impresa. Valore che non conosciamo e che non necessariamente il paese ha nelle sue casse, a meno di tassare nuovamente e pesantemente gli italiani. Il gioco vale la candela? Il caso Alitalia la dice lunga su questo genere di operazioni forzose, e finanziariamente tirate per i capelli.
    Ai miei occhi entrambi gli scenari mi sembrano ugualmente pericolosi oltre che inefficaci.
    Passo quindi ad una proposta di approccio piuttosto provocatoria, ma che intende sfidare la capacità del governo, del Parlamento e dell’apparato burocratico (giustizia inclusa) a mobilitarsi per l’attrattività del paese. A sperimentare soluzioni più coerenti con una agguerrita concorrenza globale.
    1. Il governo crei una “zona di sperimentazione” sull’attrattività del paese. In essa gli operatori che si classificano “italianità”, dallo Stato abbiano finanziamenti (prestiti) adeguati per rendersi attrattivi sulle varie dimensioni delle risorse da rendere disponibili. In altri termini si tratta di finanziare quasi del tutto il cuneo fiscale, riconoscere alla zona franca gli stessi, o migliori, benefici fiscali sull’energia che sono riconosciuti alla regione a statuto speciale, dirottare i sussidi fiscali dalle generiche imprese a questo gruppo, finanziare il pagamento delle tasse con presiti, o meglio, garanzie speciali.
    2. Il cuore della zona di sperimentazione sia un centro di ricerca e sviluppo a livello europeo, eventualmente anche finanziato dall’Europa, in cui si progettino e si prototipino le nuove tecnologie per l’impresa in questione, e altre. Con il coinvolgimento delle università, delle imprese dell’indotto e di altre competenze di qualità.
    3. Nel caso l’impresa e l’indotto non producano valore, occupazione e qualità dei talenti, tutti gli operatori della zona franca che hanno fallito l’obiettivo, restituiscano il finanziamento ed escano dal sistema
    4. Se il funzionamento della zona franca desse invece risultati positivi in termini di occupazione, valore delle imprese, dei talenti, si potrebbe prolungare l’esperimento, anzi estenderlo ad altre aree/rete di impresa di distintivo valore aggiunto.
    La descrizione è sintetizzata in modo da rendere leggibile la logica sottostante che è:
    • l’italianità tradotta in concreto (possibilmente eccellente), in valore delle imprese, in valore delle tecnologie e prodotti, in valore dei talenti
    • l’investitore straniero investe in Italia (attrattività di capitali). Il paese non aumenta la spesa pubblica per pagare il prezzo dell’impresa fuori dell’Italia. (contenimento del debito pubblico). Costo che grava sulla comunità senza dare alcun valore, anzi esponendo quel prezzo alla sua perdita completa di valore. Non partecipazione al rischio di impresa a carico dell’investitore.
    • Il paese investe in Italia nelle distintività effettive dei talenti e delle imprese. Tutti valori che restano per definizione in Italia, qualsiasi sia l’esito dell’impresa.
    • Il Paese investe nella sperimentazione di un modello socio-economico mirato a far crescere l’eccellenza italiana invece di sprecare fondi in aiuti a pioggia incontrollati
    • Le imprese della rete in questione rischiano e investono insieme. Con l’aiuto dei cittadini italiani, che vorranno restituiti loro finanziamenti, o quantomeno saranno bloccati, se il sistema non produrrà abbastanza valore in occupazione, talenti e attrattività.

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.