La nuova (?) strategia americana: tagli al Pentagono e focus sul Pacifico

di Andrea Gilli

Ieri il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha presentato la nuova visione strategica americana per gli anni a venire. Per assenza di tempo, faccio solo qualche breve considerazione. Possibilmente nei prossimi giorni tornerò in maniera più approfondita sul tema.

Mi pare che i dati importanti siano tre.

In primo luogo, gli Stati Uniti con questo documento dicono che, una volta che le risorse diminuiscono, bisogna focalizzarsi sul core business, sulle cose importanti e smettere di inseguire sogni. Le cose importanti che gli Stati Uniti devono fare sono, principalmente, mantenere la stabilità in Asia centrale e prevenire l’egemonia cinese nella zona. I sogni da abbandonare sono il nation-building, counter-insurgency e (di conseguenza) la promozione della democrazia. Niente di nuovo. Scriviamo da anni che gli Stati Uniti erano costretti a questa rotta e così è stato.

In secondo luogo, gli Stati Uniti programmano dei tagli importanti al loro bilancio militare: 450 miliardi di dollari in dieci anni. Fra qualche settimana, quando il Dipartimento della Difesa porterà al Congresso il suo bilancio annuale avremo ulteriori dettagli. Per il momento possiamo solo dire due cose, prima che la realtà (leggi: dagli incompetenti giornalisti italiani) venga stravolta. Gli Stati Uniti riducono principalmente il personale: i tagli maggiori si avranno sulla struttura dello US Army e sullo US Marine Corps. Portaerei e F-35 (sembra) saranno salvi. In secondo luogo, la loro posizione egemone non viene intaccata: il loro bilancio militare rimarrà ampiamente il più grande al mondo. Va poi aggiunta l’enfasi su forze speciali, sensori e automazione: nell’era della globalizzazione, della specializzazione produttiva e delle tecnologie avanzate, è assolutamente logico e condivisibile.

Infine, non si può non rilevare (unendo i primi due punti) come la strategia tratteggiata dal presidente Obama ricordi straordinariamente le prescrizioni offerte da anni dai realisti americani. In particolare, l’idea di fondo ricorda enormemente la strategia dell’off-shore balancing e riecheggia le linee di politica estera avanzate da George W. Bush prima di essere eletto. Nel 2001, John J. Mearsheimer, docente di Scienza Politica all’Università di Chicago, terminava il suo masterpiece affermando che la storia aveva ri-iniziato a muoversi, e la minaccia cinese era all’orizzonte. Proprio per i casi della storia, a dare consacrazione a quelle idee è stato alla fine il presidente del multilateralismo e del Nobel per la pace. Non stupiamoci, però. Alla fine, John F. Kennedy scrisse la sua tesi di laurea rieccheggiando le idee di Edward H. Carr.

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