Rafsanjanì e il futuro dell’Iran

di Andrea Gilli

Durante la preghiera di venerdì scorso, Akbar Hashemi Rafsanjanì ha alzato i toni e puntato il dito contro il regime, contro le presunte frodi e ha sottolineato la necessità di mantenere il doppio carattere identitario della Repubblica Iraniana: sia quello islamico che quello democratico. Molti sono rimasti sorpresi dalle virulente parole usate dall’ayatollah. Noi lo siamo meno. Come abbiamo ampiamente scritto in passato, l’Iran ha una complessa struttura interna. Ogni cambiamento democratico sarà portato da stravolgimenti interni – non favoriti dall’esterno. E soprattutto, quella in atto, più che essere una lotta contro il regime è una lotta al suo interno.

Rafsanjanì, in particolare, svolge un ruolo centrale. Questi non è solo una delle parti più importanti dell’establishment, ma è anche l’uomo che si è saputo arricchire maggiormente durante e attraverso l’era islamico-repubblicana dell’Iran. Gli attacchi populisti di Ahmadinejad si rivolgono principalmente nei confronti della sua figura e della ricchezza che questi ha accumulato. Non deve dunque stupire che l’ayatollah continui a tenere alta la tensione nel Paese. Fin quando la sua posizione e le sue ricchezze (e quelle di tutti i suoi associati) saranno minacciati, è inverosimile che Rafsanjanì decida di serrare le fila.

Piuttosto, proprio alla luce di questo dato, si possono identificare tre sviluppi possibili per le rivolte in Iran.

1) Ahmadinejad fa marcia indietro e abbandona la battaglia contro Rafsanjanì. In questo modo, le proteste rientrerebbero e la stabilità interna verrebbe ristabilita. Questa sarebbe la via più veloce ma è anche insidiosa, in quanto indebolirebbe l’attuale presidente. Non solo l’attuale lotta di potere verrebbe lasciata inconclusa (a tutto beneficio di Rafsanjanì), ma anche la legittimità di Ahmadinejad verrebbe messa in discussione. Questa opzione dunque è verosimile solo in caso di un attacco militare esterno o di una forte intromissione esterna negli affari del Paese. Di fronte ad una forte minaccia, il Paese si ricompatterebbe e queste divisioni verrebbero rimandate sine die;

2) Khamenei trova un compromesso tra Rafsanjanì e Ahmadinejad, probabilmente chiedendo in cambio la testa di uno dei due (Rafsanjanì) e lo scontro interno al regime viene sedato. Questa è fondamentalmente l’opzione minima. Lo status quo viene mantenuto, a condizione di cambiamenti minimi, soprattutto nella composizione di alcune istituzioni chiave. Poiché nessuna delle due fazioni sarebbe totalmente soddisfatta, questo sarebbe anche un equilibrio precario pronto a rompersi alla prima scossa. Fondamentalmente, a Rafsanjanì, in cambio della sicurezza dei suoi assets, verrebbe chiesto di rinunciare ad alcune cariche. A Queste accederebbero dei suoi fidi, così che lo squalo mantenga sostanzialmente il suo potere. Dall’altra parte, i sostenitori di Rafsanjanì smetterebbero di protestare, ponendo così fine alla crisi della Repubblica islamica. I manifestanti intenti ad ottenere vere riforme rimarrebbero in mezzo a queste due fazioni e da soli. Per loro le prospettive sarebbero davvero nere.

3) La terza possibile soluzione contempla una vittoria di Ahmadinejad. In quel caso, le proteste si fermano, la fazione capeggiata da Rafsanjanì e Moussavi viene estromessa dal potere e la Repubblica islamica osserva due stravolgimenti. Uno istituzionale, nel senso che le istituzioni del Paese vengono riformate profondamente per riflettere meglio il nuovo assetto del potere interno. E uno socio-economico, nel senso che una parte importante dell’establishment, delle industrie e dei politici esce di scena.

La strada che l’Iran prenderà dipende sia dall’oggettivo potere relativo delle varie fazioni che dalla valutazione soggettiva del loro potere relativo che, infine, dalla loro tenuta interna. Tutte variabili che purtroppo non siamo in grado di stimare.

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