La politica estera italiana in Afghanistan

di Andrea Gilli

La recente uccisione del Caporalmaggiore Di Lisio ha portato ad un ennesimo, breve ma intenso, dibattito sulla presenza italiana in Afghanistan. Il timbro finale è arrivato con una lettera del Ministro degli Esteri Franco Frattini al Corriere della Sera. In questo articolo cerchiamo di esaminare sia la politica italiana in Afghanistan che le posizioni espresse dalla Farnesina.

La politica, e quella estera in particolare, è fatta sia di fatti che di parole. Retorica e populismo sono infatti due tratti fondamentali della politica. In parte perché non tutti i cittadini possono esattamente capire il merito delle politiche realizzate. In parte perché non tutti i cittadini hanno il tempo per capire queste politiche. In parte perché la politica è anche fatta di emozioni e sentimenti: e la retorica serve a svegliare proprio questo meandro dell’universo sociale.

Un eccesso di retorica, però, porta ad insoddisfazione, dubbi e perplessità. La politica è fatta anche di fatti: parole ed emozioni non possono soddisfare i bisogni umani. Retorica eccessiva finisce quindi per minare la stessa legittimità e continuità delle politiche che si portano avanti. La lettera che il Ministro Frattini ha inviato al Corriere della Sera, a nostro modestissima opinione, rischia di andare in questa direzione.

Il pensiero del Ministro può essere riassunto nei seguenti punti:

1)  “il motivo per il quale siamo impegnati [in Afghanistan], dove peraltro l’Italia vanta una storica presenza, è fondamentalmente uno: difendere la nostra sicurezza nazionale e la sicurezza dell’Occidente di fronte alla minaccia del terrorismo globale” visto che “[l]’Afghanistan è stato e resta il principale incubatore della rete terroristica che fa capo ad Al Qaeda.”

2) per questa ragione, “soltanto un Afghanistan stabile, con istituzioni forti e capace di auto-governarsi potrà garantire che da quel Paese non provengano in futuro nuove minacce.”

3) “oltre a garantire la sicurezza del territorio attraverso le nostre truppe, stiamo aiutando con risorse economiche e personale civile a ricostruire le istituzioni di quel paese” anche grazie al “coinvolgimento degli attori regionali.”

Alla luce di queste affermazioni, l’unica cosa che possiamo fare è verificare se esse resistono alla prova dei fatti. Il Ministro parla in primo luogo di una gravissima minaccia alla nostra sicurezza nazionale dalla portata enorme tale quasi, a leggere le parole scritte al Corriere, da richiedere i massimi sforzi del nostro Paese. A questa gravissima minaccia il nostro Paese risponde schierando 2.795 soldati. Non esattamente un dispiegamento impressionante di forze (il nostro esercito conta circa 180.000 effettivi). E prevalentemente a Nord e nell’Ovest, mentre la situazione è più difficile a Sud e ad Est.

Non vogliamo qui minimizzare il contributo del nostro Paese, ma questi numeri e queste informazioni non sembrano esattamente indicare che l’Afghanistan sia in cima alle preoccupazioni strategiche dell’Italia. E difatti, la seconda asserzione del Ministro non è corretta: e ciò spiega le ragioni del nostro modesto impegno in Afghanistan. Dire che il Paese centrasiatico resta il principale incubatore di Al-Qaeda significa offrire una rappresentazione molto parziale della situazione in loco visto che, come diversi studiosi hanno sottolineato, la strategia alleata in Afghanistan ha spinto i membri di Al-Qaeda in Pakistan. Membri che, inoltre, hanno visto la struttura della propria organizzazione ridursi sensibilmente per via della continua decapitazione del suo vertice. Senza contare le debolezze intrinseche di Al Qaeda. In altre parole, la nostra presenza serve per evitare che il Paese sprofondi nel caos e, in secondo luogo, che Al-Qaeda possa rimettervi le radici. Se tanto la minaccia terroristica ci spaventa, i nostri sforzi dovrebbero allora, oltre ad essere maggiori, anche venire indirizzati verso il sud del Paese e verso il Pakistan. E ciò, ora, non sta succedendo.

La seconda asserzione secondo la quale la nostra sicurezza dipende dalla stabilità dell’Afghanistan è corretta. Anche in questo caso, sorgono però alcune domande: l’Italia è in Afghanistan dall’inizio della guerra al terrorismo. La nostra presenza è sempre stata trainata: non è mai sembrato che ci fosse una strategia, ma piuttosto si mirasse alla gestione del quotidiano. Se della stabilità dell’Afghanistan ne abbiamo fatto una ragione così importante, come mai il nostro Paese non ha mai cercato di fare pressione sugli Stati Uniti perché si abbandonasse la politica del non-dialogo con i talebani? Unica vera soluzione per ritrovare e riportare la stabilità in Afghanistan: soluzione che di fatto viene perseguita attualmente – sull’onda della strategia di Petraeus del dialogo con i saddamiti in Iraq.

Sul terzo punto valgono grosso modo le stesse considerazioni: quanto è costato ostracizzare a lungo l’Iran? La guerra in Afghanistan è attesa ad una recrudescenza nei prossimi mesi: alcuni cruciali passaggi politici uniti alla volontà di Al-Qaeda di minare le operazioni americane nel momento di maggiore difficoltà per gli Stati Uniti suggeriscono infatti un crescere delle difficoltà, e anche dei morti. Purtroppo, è facile che i caduti aumentino anche tra le nostre fila.

Se la tragica morte di un nostro soldato ha portato tanto scompiglio, allora è chiaro che la nostra presenza in Afghanistan ingloba dei problemi. Vi sono due ipotesi alternative: o la guerra, e le sue ragioni, non sono spiegate a dovere; oppure questa operazione manca di un suo fondamento. Se si azzardano spiegazioni che spesso non resistono alla prova dei fatti il risultato può essere dirompente: l’opinione pubblica può finire per credere prive di fondamento operazioni militari che invece ne hanno.

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