La dittatura dei dibattiti presidenziali in televisione

di Andrea Gilli

Oggi si vota in Iran. Le elezioni hanno un’importanza storica. Vengono in un momento di crisi del sistema internazionale. Vengono dopo cinque anni di radicalismo sotto Ahmadinejad. Soprattutto, esse rappresentano una sorta di “o ora o mai più” per l’Iran: le riforme politiche e soprattutto economiche di cui il Paese ha bisogno non possono più attendere molto. Il loro risultato avrà dunque un enorme impatto sia sulla politica interna che su quella internazionale.

Il primo elemento sul quale bisogna ragionare è che l’Iran, pur rimanendo una teocrazia, dove sia il corpo legislativo che quello esecutivo sono spesso sopraffatti da organi non elettivi quali il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione o dal Leader Supremo, ha importanti elementi democratici al suo interno. Il presidente e il Parlamento si rinnovano regolarmente. Le elezioni non sembrano soggette a brogli o violenze simili a quelle dell’Iraq saddamita. I candidati per le presidenziali addirittura si sfidano in televisione. Ciò non significa che l’Iran sia un gioiello di democrazia: il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione per esempio decide chi ammettere alla corsa elettorale. Il nostro punto è che, almeno chi crede che la democrazia sia la chiave di volta per risolvere le controversie internazionale, dovrebbe cercare di rafforzare questi elementi più che suggerire di spazzarli via attraverso operazioni militari aeree.

L’Iran rimane un Paese centrale dello scacchiere internazionale. La sua posizione (tra Medio Oriente, Caucaso e Asia Centrale), le sue dimensioni (70 milioni di abitanti, per una superficie pari a quella di Germania, Francia, Spagna e Polonia), le sue risorse (petrolifere e di gas) lo rendono infatti un elemento imprescindibile dell’ordine internazionale. Durante gli otto anni di George W. Bush, l’America ha pensato di poter fare a meno dell’Iran. I risultati li abbiamo visti sul fronte iracheno, afghano e nucleare. Nell’attuale fase di indebolimento relativo di Washington, l’Iran diventa ancora più importante – e necessario. Capire e ragionare con i suoi interessi e obiettivi, anziché ostracizzarli ex-ante, continua dunque ad essere la strategia per gestire i punti di tensione e l’ordine internazionale del Medio Oriente.

A ridosso delle elezioni in Francia, in Italia e negli Stati Uniti, abbiamo sempre sottolineato come, relativamente alla politica estera, gli elementi di continuità avrebbero prevalso su ogni tentativo di rottura radicale rispetto al passato. Anche nel caso iraniano, non bisogna farsi illusioni sul corso estero del Paese.

L’Iran continuerà ad ostracizzare Israele. Continuerà ad infiltrarsi in Iraq e Afghanistan. E soprattutto continuerà la sua corsa al nucleare. Se le democrazia con il pedigree non cambiano in maniera significativa la loro politica estera dopo un avvicendamento al potere, non si capisce come ciò possa accadere in Paesi meno democratici. Il punto centrale è che, se anche l’Iran dovesse democratizzarsi completamente, è difficile pensare che questi tre pilastri della sua politica estera vengano abbandonati.

L’Iran ha le potenzialità e le ambizioni per diventare una potenza egemone in Medio Oriente. La sua attività a Kabul e Baghdad è strumentale a questi fini. Se l’Iran diventasse una democrazia difficilmente cambierebbe rotta – almeno nel medio-lungo termine. Il discorso sul nucleare è analogo: il programma atomico è fortemente voluto dalla popolazione (il demos) sia per motivi di orgoglio nazionale che come strumento di arricchimento: la logica non molto peregrina è che se il fabbisogno energetico domestico venisse soddisfatto con l’energia nucleare, allora tutto il gas e il petrolio potrebbe essere esportato – con gli evidenti guadagni economici del caso.

Questa sera, o più probabilmente domani sapremo chi ha vinto le elezioni iraniane. A dispetto del risultato, conviene continuare a tenere presente gli elementi cha abbiamo sottolineato – perchè sono quelli che continueranno a contare nei prossimi anni.

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