Multipolarismo, sanzioni e promozione della democrazia

di Andrea Gilli

Da lungo tempo, Epistemes cerca di spiegare una serie di cambiamenti in atto nel sistema internazionale. Questi cambiamenti sono strutturali, riguardano cioè non solo il sistema internazionale nelle sue parti costituenti (stati, organizzazioni internazionali, gruppi non-statali, etc.) ma anche nel loro modo di interagire.

Questa transizione può essere descritta con vari termini che spaziano dal multipolarismo al declino americano fino alla fine dell’Occidente. Per quanto il loro significato vari, questi concetti hanno lo stesso minimo comune denominatore: l’indebolimento relativo di quel gruppo di Paesi che ha dominato il mondo dal 1500 in avanti.

Indebolimento significa minore capacità di influenzare e plasmare il corso della politica internazionale. E su questo processo abbiamo puntato i fari in tutte quelle situazioni nelle quali molti hanno chiesto l’intervento dell’Occidente a difesa di questioni etiche, morali o umanitarie. La nostra posizione è sempre stata la stessa: abbiamo sottolineato l’incapacità di intervenire e soprattutto la scarsa lungimiranza di chi chiede posizioni dure contro l’Iran, la Cina, la Russia o qualsiasi altra dittatura.

La ragione è semplice: la crescita economica di questi Paesi sta indebolendo la posizione monopsonistica di cui godeva l’Occidente. In altre parole, fino a ieri, la Cina poteva vendere i suoi beni solo all’Occidente, come il Sudan poteva vendere il petrolio solo all’Europa o all’America, e così via. Ciò ci permetteva di dettare loro condizioni (e prezzi). Oggi, se le nostre condizioni non sono accettabili, questi Paesi possono rivolgersi ad altri acquirenti.

Lo sviluppo industriale del BRIC e dei Paesi in via di Sviluppo più in generale sta infatti favorendo questa transizione. Non vogliamo comprare il petrolio del Sudan per via della sua politica in Darfur? La Cina (o l’India) non si fanno questi problemi. Un recente articolo apparso sul Corriere.it è abbastanza illuminante a riguardo. Non vogliamo fare affari con l’Iran? Ci pensa il gigante petrolifero cinese Cnooc. Riteniamo ripugnante la violenza del regime birmano? Cina, India e Russia non la pensano nello stesso modo. Questo pattern è evidente oramai da diversi anni. Nel 2000, il Pil congiunto di Cina, India, Russia e Brasile ammontava al 27% di quello americano. Nel 2007, la somma era già salita al 51%. Visti i differenziali nei tassi di crescita tra questi Paesi, il trend non può che accentuarsi.

La scorsa settimana rilevavamo come questi cambiamenti nella struttura economica mondiale intacchino il nostro stesso sistema universitario e il nostro mercato del lavoro. Ora vediamo come essi indeboliscano la nostra libertà di azione in politica estera, e con essa quella delle altre democrazie occidentali.

Ciò che stupisce è che l’opinione pubblica, e la classe politica con essa, non solo non si sia ancora resa conto di questi cambiamenti, ma anzi, come buona parte di essa continui a sostenere la necessità di dure prese di posizioni, sanzioni e condanne che, come l’articolo in questione dimostra, soddisfano una sola condizione: quella posta da Carlo Cipolla per definire la stupidità. Stupido sarebbe l’atteggiamento di chi non solo fa male agli altri, ma così facendo arreca danno anche a se stesso. L’articolo citato illustra chiaramente come non solo le nostre sanzioni non portino ad alcun risultato ma come anche, inibendo le nostre relazioni commerciali con questi Paesi, finiscano per privarci anche del poco leverage ancora a nostra disposizione.

L’era dei sogni, e del privilegio, è finita. Il mondo è cambiato. Non siamo più nel periodo post-Guerra fredda, siamo nella fase successiva. Non riusciamo ancora a capire le sue caratteristiche, ma un dato è tratto: l‘Occidente è più debole, e non possiamo fare niente per alterare questa situazione. La nostra politica estera, anziché identificare obiettivi sempre più ambiziosi, dovrebbe iniziare a prendere atto di questa situazione. Il più in fretta possibile.

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