Come e perché in Italia anche la crisi è un’anomalia

di Mario Seminerio –  © Liberal Quotidiano

L’evoluzione della crisi economica mostra alcune caratteristiche ormai ben definite. In particolare l’esplosione di deficit e debito pubblici, causata dalle misure di stimolo adottate dai governi ma anche dal crollo delle entrate fiscali indotto dal vuoto prodottosi nei livelli di attività economica. E’ l’effetto dell’ormai noto “paradosso del risparmio”, quello per cui famiglie ed imprese tentano contemporaneamente di ripagare il debito, e ciò crea il crollo della domanda, che a sua volta determina la riduzione dell’occupazione, che riduce il reddito, che contrae ulteriormente la domanda, in un infernale circolo vizioso. I paesi stanno affrontando questo fenomeno in modo differenziato: gli Stati Uniti, il Regno Unito ed il Giappone attraverso un forte aumento della spesa pubblica che include l’attivazione di misure di sostegno ai redditi; i paesi dell’Unione europea in ordine sparso e con intensità dello stimolo insufficiente, sul piano qualitativo e quantitativo. Riguardo il primo aspetto, si pensi all’assenza di coordinamento tra paesi in surplus commerciale, cioè che hanno un modello di sviluppo basato sull’export, e quelli in deficit (cioè che hanno basato in prevalenza la propria crescita sui consumi), e che determina il proliferare di interventi nazionali frammentati e del tutto insufficienti, che depotenziano uno stimolo che spesso è disegnato per attivarsi in modo tardivo rispetto alla congiuntura.

Il paese che più di altri porta la responsabilità di queste misure disfunzionali è la Germania, caratterizzata da un modello economico basato sull’export ad alto valore aggiunto, perseguito anche con interventi di riduzione aggressiva del costo del lavoro, spinta dalle delocalizzazioni di inizio decennio, e con una domanda interna debole. La Germania oggi non è in grado, ammesso di averne la volontà politica, di trasformarsi in locomotiva d’Europa orientando la crescita sulla domanda interna, anche per contribuire a far ripartire quei paesi, come Irlanda e Spagna, che hanno accumulato negli anni un forte deficit delle partite correnti, e che si accingono ad attraversare un periodo di deflazione, che è quanto accade quando si debbono correggere gli squilibri delle partite correnti in un contesto di cambio fisso. E’ un processo molto doloroso, di cui si ha l’impressione che i governi coinvolti non abbiano ancora realizzato appieno le conseguenze. In questo contesto, non stupisce che la Germania subisca un crollo dell’export (intra- ed extracomunitario), che provoca una voragine delle entrate fiscali. La dichiarata indisponibilità del governo di Grande Coalizione ad espandere il deficit, soprattutto a poche settimane dalle elezioni generali, e le stesse dichiarazioni del Cancelliere Angela Merkel, che ha difeso il modello di sviluppo basato sull’export, considerandolo “non modificabile” (con qualche ragione, viste sia l’inerzia di adottare un cambiamento così drammatico, sia il progressivo invecchiamento della popolazione, che spinge in direzione di un indebolimento strutturale dei consumi interni), sono destinati a mantenere l’Europa in una condizione di fragilità strutturale, ed a limitarsi a sperare nella improbabile ripresa statunitense per cavarsi d’impaccio.

Come si pone l’Italia in questo contesto congiunturale e strutturale? Dall’inizio della crisi il governo ha battuto il tasto dell’ottimismo e della “diversità” del nostro paese rispetto alle cause della crisi. Una posizione che rischia di rivelarsi miope ed accelerare il declino del paese. Vi sono infatti due modelli di sviluppo: quello basato sull’export e quello basato sui consumi interni, variamente combinati tra essi. La Francia, ad esempio, da sempre ha un’elevata incidenza dei consumi interni sul Pil, e sta mostrando una contrazione dell’attività relativamente meno grave di quella della Germania. L’Italia, per contro, ha consumi delle famiglie stagnanti, e che nel primo trimestre si sono ulteriormente indeboliti, sottraendo alla crescita lo 0,7 per cento contro lo 0,5 per cento del quarto trimestre 2008. Quanto al nostro commercio estero, nel primo trimestre ha sottratto alla crescita ben lo 0,6 per cento, e soprattutto sembra confermare una tendenza in atto, visto che nel quarto e nel terzo trimestre 2008 l’interscambio commerciale con l’estero aveva sottratto al Pil rispettivamente lo 0,5 e lo 0,4 per cento. Per trovare un (esile) contributo positivo del commercio estero alla crescita occorre andare indietro nel tempo, al secondo trimestre dello scorso anno, quando il contributo fu positivo per solo lo 0,1 per cento. Le nostre esportazioni stanno soffrendo e ciò, a livello intracomunitario, è da mettere in relazione anche al vero e proprio crollo dell’export tedesco nell’ultimo anno.

Da qui i dati sempre più negativi sulla contrazione del Pil italiano, che è ormai tra le più serie dell’Area Euro. Ecco perché le professioni di ottimismo da parte del governo sono fuori luogo e (soprattutto) pericolose: l’Italia è sprovvista di motori di crescita, perché bloccata dalla stagnazione dell’attività sul versante dell’export, mentre ha una domanda interna in stato comatoso. Certo, non tutto può essere imputato all’azione governativa. La profondità della crisi ed il limitato (o più propriamente nullo) margine di manovra fiscale impediscono di adottare interventi d’urto che si risolverebbero, nel breve termine, in un aumento significativo del deficit. Ma ciò non toglie che il governo non sta facendo assolutamente nulla dal versante delle liberalizzazioni, che sono la chiave di volta per innescare un aumento strutturale della crescita, potenziale ed effettiva. Anzi, quotidianamente giungono notizie di iniziative finalizzate a smantellare quel poco di liberalizzazioni adottate negli anni precedenti ad esempio su parafarmacie, servizi di trasporto pubblico locale, assicurazioni, e dopo la sconcertante operazione-Alitalia, un esempio da manuale di costruzione di una posizione dominante domestica di cui abusare, in sfregio agli interessi di consumatori e contribuenti. Le “prediche inutili” del presidente dell’Antitrust testimoniano dell’assenza di un’agenda strategica per spezzare il dominio degli incumbent in settori critici per la crescita di lungo termine del paese, o più propriamente di un disegno restauratore di rendite di posizione che parassitano le energie vitali del paese. Con un mercato del lavoro ancora fortemente duale, dove la precarietà è destinata a pagare un conto pesantissimo alla crisi, e a portare sulle proprie spalle quasi tutto il peso dell’aggiustamento. Un paese che liberalizza contribuisce ad aumentare la produttività totale dei fattori, e quindi ad innalzare strutturalmente la crescita economica, reperendo in tal modo risorse per un welfare realmente universalistico. Un paese che mira solo a congelare lo status quo è condannato al declino, ed a raggiungere rapidamente condizioni di crisi sociale profonda. Per questo motivo le tattiche dilatorie mirate ad attendere che la il mondo riparta e ci porti con sé sono garanzia di un aggravamento della nostra crisi di struttura.

Vi è poi anche una problematica molto rilevante relativa alla gestione dello stock di debito pubblico, l’ambito in cui alcuni esponenti di governo e maggioranza credono di vedere il nostro paese in cammino verso l’equiparazione con i paesi con i quali ci confrontiamo. Secondo il Fondo Monetario Internazionale (e si tratta quasi certamente di stime per difetto), in Germania il debito 2010 si attesterà all’87 per cento, con un aumento di 19 punti percentuali. In Giappone l’incremento sarà di 30 punti percentuali al 227 per cento, mentre negli Usa il balzo sarà di 27 punti, al 98 per cento. In Francia, l’aumento sarà di 13 punti percentuali all’80 per cento. L’Italia veleggerà comunque verso il 120 per cento del Pil, quindi non vi sarà nessun “aggancio in discesa”. E proprio in questo aspetto il nostro paese ha una vulnerabilità maggiore: come noto, il rapporto debito-Pil si autoalimenta ogni volta che il tasso reale pagato sullo stock di debito eccede il tasso di crescita reale dell’economia. Con una crescita del Pil che negli ultimi anni è rimasta prossima a zero, solo il conseguimento di ampi avanzi primari, frutto in prevalenza di aumento della pressione fiscale, ci ha permesso di stabilizzare e piegare il rapporto debito-Pil. In più, e ciò che è peggio, in questo momento ci troviamo in un ambiente certamente disinflazionistico e potenzialmente deflazionistico, e poiché lo stock di debito non paga tassi nominali negativi, il tasso reale sul debito rischia di crescere in modo significativo, e con esso il rapporto debito-Pil. Per questo motivo occorre fare l’impossibile per liberare la crescita del paese con terapie d’urto, portandola a superare il tasso d’interesse reale pagato sul debito, che è (lo ricordiamo) determinato dal tasso d’interesse reale “globale” maggiorato di un premio al rischio specifico per il paese, funzione della percezione di sostenibilità del debito e delle prospettive di crescita.

Se al momento della ripresa l’Italia non riuscirà a crescere in modo sostenuto e costante, il rischio è quello di entrare in una traiettoria esplosiva del rapporto debito-Pil, a cui potrebbe contribuire una crisi di fiducia degli investitori esteri nel nostro debito, posseduto per oltre la metà da non residenti.

Magnificare un improbabile “modello-Italia”, dotato di un sistema di protezioni di welfare frammentato e storicamente centrato sulla grande impresa, e credere ancora alla leggenda del paese dotato di grande capacità di risparmio, nel momento in cui la stessa sta scomparendo, soprattutto in un contesto di declino del Pil pro-capite che è in atto da ben prima della crisi, vuol dire cullarsi nell’illusione di avere trovato la ricetta per superare una crisi epocale che può essere affrontata solo liberando la crescita e tagliando la spesa improduttiva per ridurre soprattutto la ormai patologica pressione fiscale sul lavoro, che ci vede al primo posto in Europa, retaggio di un modello di welfare ormai fallito.

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