La flat tax di Schwarzenegger

di Mario Seminerio

Cresce il numero di stati dell’Unione costretti a mettere le mani nelle tasche dei contribuenti per tentare di frenare l’emorragia delle casse pubbliche. Di fronte a buchi di bilancio che stanno diventando voragini, dall’inizio dell’anno sono 23 gli stati che hanno aumentato le tasse, ed altri 13 stanno considerando l’opzione in vista dell’approvazione del bilancio 2009-2010. Nella maggior parte dei casi questi inasprimenti d’imposta sono complementari a tagli dei servizi pubblici. Gli aumenti interessano le imposte sul reddito, sulle vendite e sulle imprese e prendono di mira un po’ tutto, dalle slot machines alle targhe personalizzate delle auto, ai pernottamenti in albergo (settore peraltro già in grave crisi), ad alcolici e tabacco.

Ma questo potrebbe essere solo l’inizio, visto che è pressoché certo che il deficit da colmare risulterà ben maggiore rispetto alle stime: ben 37 stati, secondo un sondaggio del Wall Street Journal, hanno visto cali del gettito fiscale superiori a quanto preventivato nel primo trimestre del 2009. L’inasprimento fiscale, che pare ineluttabile, finirà con il contrastare l’effetto espansivo del pacchetto di stimolo federale, ed aggraverà la recessione e la disoccupazione, che in molti stati ha già raggiunto picchi storici.

Nel frattempo la California di Arnold Schwarzenegger rischia di diventare uno stato-spazzatura, almeno per le agenzie di rating, che minacciano un declassamento di più livelli del merito di credito. Il governatore, dopo la bocciatura del suo recente progetto di bilancio, trovandosi a lottare per colmare un deficit di 24,3 miliardi di dollari solo sei mesi dopo aver dovuto alzare le tasse per coprire un buco da 40 miliardi, medita alcune misure drastiche, come tetti vincolanti alla spesa, l’abituale lotta agli sprechi e soprattutto l’introduzione di una sorta di flat tax statale che sostituisca una molteplicità di tributi.

Schwarzenegger si è posto in modalità “read my lips, no new taxes”, ed ha ammonito i Democratici che, senza tagli di spesa, entro poche settimane l’amministrazione statale potrebbe letteralmente chiudere per mancanza di risorse e finanziamenti. I tagli sono previsti anche per ambiti finora intoccabili, come educazione, Medicaid, pensioni, prigioni. In quest’ultimo caso i contabili di Sacramento hanno scoperto che lo stato spende per ogni detenuto 49.000 dollari, il 50 per cento in più della media nazionale, e Schwarzenegger sta pertanto meditando la privatizzazione delle carceri.

Tornando alla flat-tax, occorre premettere che la California è uno degli Stati americani con la maggiore progressività fiscale, con la seconda aliquota più elevata sui redditi personali, pari al 10,55 per cento, dopo New York che è al 12,62 per cento. Questa addizionale delle imposte federali sul reddito, oltre a determinare forte volatilità del gettito d’imposta durante il ciclo economico, sta inducendo molti californiani a trasferirsi nel vicino Nevada e addirittura in Texas, dove l’Irpef statale è assente. Una caratteristica del modello californiano di tax and spend è dato dal fatto che durante le espansioni la struttura molto ripida della curva d’imposta ed il pieno di tasse da essa indotta spingono i legislatori a spendere a mani basse; quando il ciclo rallenta, il gettito crolla ma non è possibile adottare misure di reversibilità della spesa pubblica, a causa delle insuperabili resistenze dei gruppi di pressione. Motivo per cui, alla fine, si giunge ad aumenti di tassazione ed il ciclo ricomincia. Ma questa volta siamo al capolinea.

Schwarzenegger ha nominato una commissione bipartisan per la riforma fiscale incaricata di esplorare la fattibilità di un’aliquota uniforme del 6 per cento su imprese e privati, con drastica riduzione delle deduzioni. A questo livello di aliquota, date le ipotesi di lavoro (che poggiano, vale la pena ricordarlo, su un forte ampliamento di base imponibile), le simulazioni indicano che lo stato sembra essere in grado di raggiungere il pareggio di bilancio e smorzare la forte volatilità di gettito durante le varie fasi del ciclo economico e, cosa più importante, potrebbe tornare ad attrarre imprese. Non sappiamo come finirà, ma la California ha davvero poco tempo prima del collasso finale. Eventualità che, dato il peso economico dello stato, avrebbe pesantissime ripercussioni su tutti gli Stati Uniti.

Alcune considerazioni sulla proposta di Schwarzenegger. E’ utile e saggia, visto il livello patologico raggiunto dalla ripidità della curva statale dell’imposta sul reddito; avrebbe innegabili effetti positivi dal lato dell’offerta, riducendo le distorsioni; ridurrebbe evasione, erosione ed elusione fiscale, oltre ad arrestare e forse invertire la tendenza alla delocalizzazione di privati ed imprese; riuscirebbe anche a preservare la sostanziale progressività del sistema fiscale statale, perché riassorbirebbe in sé anche tributi, come la sales tax e le accise, che sono per definizione regressivi. Restano tuttavia irrisolti problemi politici, visto che per ridurre significativamente le aliquote occorre allargare la base imponibile tagliando le deduzioni, che sono saldamente presidiate dai gruppi d’interesse.

Ma esiste anche una più generale obiezione di merito riguardo la riduzione della volatilità di gettito che una flat tax causa. A pochi viene da riflettere circa il fatto che, se in un paese fosse in vigore esclusivamente una flat tax, gli stabilizzatori automatici dal versante dell’imposta sul reddito semplicemente non funzionerebbero, e non ci sarebbe quindi né stimolo espansivo durante le recessioni né restrizione durante le espansioni, lasciando il peso della correzione ciclica interamente sulle spalle della politica monetaria. Come noto, in assenza di fenomeni di fiscal drag, durante una recessione il reddito nazionale si riduce. Per effetto della progressività della curva delle aliquote, tuttavia, la il gettito fiscale si riduce in proporzione al reddito nazionale, e ciò induce un effetto espansivo. L’opposto accade durante le espansioni. Con una flat tax questo ovviamente non avverrebbe, ed occorrerebbe costituire quello che gli anglosassoni chiamano un rainy day fund, cioè accantonare risorse fiscali da utilizzare per sostenere il reddito durante le recessioni. Pur se non infattibile, una simile soluzione finirebbe con l’essere rimessa alla discrezionalità del legislatore, in merito al finanziamento ed all’utilizzo del fondo di emergenza, introducendo elementi di “volatilità” politica che è invece fondamentale evitare.

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