La politica estera di Obama

di Mauro Gilli

Le recenti scelte in politica estera dell’Amministrazione Obama hanno suscitato una certa sorpresa – e in molti casi sgomento – tra gli osservatori. A fronte delle grandi aspettative sulla capacità del presidente in persona di restituire all’America un’immagine positiva a livello internazionale, Obama si è trovato a dover prendere delle decisioni in palese contrasto con due dei pilastri fondanti della società americana: la convinzione che sia dovere degli Stati Uniti trasformare le altre società, promuovendo diritti umani, democrazia e libero mercato; e, dall’altra parte, l’idea che l’America sia un paese che non si arrende di fronte ai nemici, e che è disposta a pagare ogni prezzo per raggiungere i suoi obiettivi.

Come risultato, molti di quelli che condividono questi due postulati si sono convinti che i primi mesi di presidenza democratica siano un chiaro fallimento, un arretramento rispetto al passato. Non solo Obama starebbe mettendo in secondo piano il suo dovere di promuovere i principi e i valori occidentali; ma starebbe addirittura venendo a patti con i nemici. Le dichiarazioni di Hillary Clinton in Cina e la decisione di cercare il dialogo con i nemici di sempre, l’Iran, ma soprattutto i talebani in Afghanistan, sono le decisioni incriminate.

Ovviamente, quando le analisi si mischiano con considerazioni morali, il rischio è quello di non fare bene nè l’uno nè l’altro. Da parte nostra, crediamo chei critici di Obama, presi dalla foga denigratoria, si siano dimenticati di considerare due aspetti di primo piano in politica internazionale: la forza relativa degli attori coinvolti; e la loro strategia.

Veniamo al primo aspetto, la forza relativa. Una delle lezioni principali dell’economia politica è che esiste una differenza sostanziale tra volere e potere. Matematicamente, il primo concetto è espresso dalle curve di indifferenza, il secondo dal vincolo di bilancio. In altre parole, le scelte di ogni attore sono vincolate dalle sue possibilità. Possedere una Ferrari è probabilmente il sogno di ogni italiano. Il fatto che non tutti gli italiani hanno una Ferrari è spiegato proprio da questa differenza, quella tra volere e potere.

Lo stesso principio è valido a livello internazionale. Tutti gli stati vogliono promuovere i propri interessi (tra cui può rientrare anche la diffusione dei propri valori). Se questa strategia diventa troppo costosa, però, può essere necessario ridimensionare gli obiettivi che si vogliono raggiungere. Ovviamente, questa non è una scelta obbligata: malgrado i costi proibitivi, un Paese può decidere di non modificare la sua strategia, correndo consapevolmente il rischio di trovarsi in bancarotta. Oppure, più ragionevolmente, può decidere, almeno per il momento, di accettare la realtà, e focalizzarsi sui bisogni essenziali.

Facciamo di nuovo un esempio. Un operaio che decida di fare un mutuo sulla casa per comprarsi una Ferrari, sperando di vincere al superenalotto, sta dimostrando di non essere disposto a sacrificare i suoi obiettivi. Gli va dato credito per la tenacia, non certo per la lungimiranza: non dovesse vincere, non avrà più nè la casa, nè la Ferrari. Questo, per esempio, è lo stesso rischio che gli Stati Uniti corrono in Afghanistan, se non modificano la loro strategia alla nuova realtà: non solo potrebbero non raggiungere gli obiettivi attuali, ma potrebbero anche perdere quanto fin’ora ottenuto. Per trarre le corrette conclusioni, è però opportuno analizzare il caso cinese, quello iraniano e quello afghano in dettaglio.

La politica verso la Cina

La politica di distensione verso la Cina (ma anche verso la Russia) che Hillary Clinton ha voluto promuovere è, in verità, la continuazione della strategia diplomatica adottata verso Pechino fin dagli anni ’70. L’unica differenza di rilievo è che mentre l’amministrazione Bush, in alcune occasioni, si è lasciata andare ad alcune orazioni retoriche sulla democrazia in Cina (da sottolineare, che queste disquisizioni non siano mai state seguite da alcunchè di concreto), Hillary ha preferito evitare alcun tipo di menzione. Un cambio radicale rispetto al passato? Non proprio, se consideriamo i fatti. Abissale se consideriamo le parole.

Per quale motivo Hillary non ha voluto dire neanche una parola sui diritti umani? La questione è semplice. Ogni azione ha dei costi e dei benefici. In questo caso, mentre i benefici sarebbero stati pressochè nulli, i costi sarebbero potuti essere considerevoli. Gli Stati Uniti hanno bisogno della Cina, in particolare in questo momento. Malgrado le sbadate dichiarazioni del Segretario al Tesoro Geithner della scorsa settimana, se la Cina smettesse di finanziare il deficit commerciale americano, la crisi in atto potrebbe assumere dimensioni maggiori rispetto a quelle attuali.

Allo stesso tempo, parlare pubblicamente di democrazia e diritti umani in Cina non sarebbe servito a molto (per essere sinceri, non servono proprio a nulla), se non a infastidire la leadership cinese, e rallegrare l’opinione pubblica americana. In altre parole, poiché la presidenza Obama ha finora goduto di un livello di consenso interno discretamente alto, non è ancora arrivato il momento di usare la politica estera e i diritti umani come arma di creazione di consenso di massa. Sollevare il tema dei diritti umani significava solamente correre dei rischi, che gli Stati Uniti in questo momento, non possono correre.

L’Iran

Veniamo ora al caso dell’Iran. Innanzitutto, per chi se lo fosse dimenticato, è opportuno ricordare alcuni fatti di primaria importanza per capire le relazioni con questo paese. In primo luogo, l’Iran prese parte alla conferenza internazionale di Berlino del 2001 con la quale si definì il futuro dell’Afghanistan post-talebano. Inoltre, dopo l’inizio dell’operazione Enduring Freedom collaborò significativamente con gli Stati Uniti consegnando loro membri di Al-Qaeda e guerriglieri talebani catturati mentre cercavano illegamente rifugio nel territorio iraniano.

Sfortunatamente, questi fatti furono messi volentieri da parte dall’Amministrazione Bush e dalla schiera di “opinionisti” convinti che l’Iran fosse il più pericoloso nemico dell’Occidente. Non c’è dunque da stupirsi se, di lì a poco, le relazioni tra i due paesi degenerarono. E quando l’Iran offrì a Washington di abbandonare il suo programma nucleare, riconoscere Israele  e ristabilire le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti in cambio di una garanzia da parte di questi ultimi relativamente alla sua sicurezza, a Washington soffiava il vento della vittoria (eravamo nel mese di maggio 2003 appena qualche settimana dopo il rovesciamento del regime iracheno), e ci si illuse che l’Iran sarebbe stato il prossimo paese travolto dall’onda democratica in Medio Oriente. Le cose sono andate diversamente, e gli unici travolti sono stati i soldati americani in Iraq. Non dall’onda democratica, ma dall’onda di attacchi suicidi, a cui l’Iran decise di contribuire più o meno indirettamente.

Dopo due anni, con l’elezione di Ahmadinejad, l’Iran divenne definitivamente il nuovo nemico dell’Occidente nell’immaginario collettivo (è importante ricordare a proposito che Ahmadinejad sostituì il riformista Khatamì. Quando l’Iran era guidato da quest’ultimo, molti “esperti di Iran” ci dicevano che Khatamì non contava nulla, perchè il potere era in mano dell’ayatollah supremo Khamenei. Quando Ahadinejad fu eletto, di colpo in bianco gli stessi esperti di Iran iniziarono a dirci che il potere si trovava nelle mani del Presidente della Repubblica Islamica e non più in quelle dell’ayatollah supremo).

Su Epistemes sono apparsi nel corso degli ultimi tre anni numerosi articoli nei quali spiegavamo come mai trattare con l’Iran fosse inevitabile. Quando sui giornali italiani si discettava ancora di improbabili bombardamenti israeliani, di fantomatiche guerre stellari, di ancora più improbabili attacchi nucleari contro Israele, su Epistemes spiegavamo che, prima o poi, gli Stati Uniti si sarebbero trovati a dover trattare con l’Iran per via della sua rilevanza geostrategica. Quel giorno è arrivato. Sarebbe potuto arrivare prima (alcuni degli articoli pubblicati in precedenza possono essere raggiunti attraverso i seguenti link: 1, 2, 3, 4, 5, 6).

L’Iran è  un paese centrale nel panorama mediorientale e centrasiatico. Le sue riserve di gas sono tra le più grandi al mondo, mentre quelle di petrolio lo rendono il quarto produttore. Inoltre, attraverso lo Stretto di Hormuz, che è controllato direttamente da Teheran, passa più del 40% del petrolio mondiale trasportato via mare. Infine, l’Iran vanta una certa influenza sui gruppi sciiti iracheni, su Hezbollah in Libano e soprattutto su alcuni gruppi in Afghanistan. Confinando sia con l’Afghanistan che con l’Iraq, è palesemente ovvio che ogni strategia rivolta a migliorare la situazione interna a questi ultimi richieda la cooperazione di Teheran.

Quanto detto sarebbe però irrilevante se ignorassimo gli aspetti che abbiamo menzionato all’inizio di questo articolo: la forza relativa di un paese; e la sua strategia. L’Afghanistan è sempre più instabile, e i successi degli anni passati potrebbero presto apparire come ricordi lontani. Se ciò accadesse, si tratterebbe di una sconfitta epocale per gli Stati Uniti: il loro status di paese più potente al mondo verrebbe inevitabilmente compromesso; allo stesso tempo, il terrorismo riceverebbe nuova linfa da questa “vittoria”.

Gli Stati Uniti, da parte loro, stanno attraversando un periodo difficile. Per via della crisi economica, le risorse disponibili sono inevitabilmente inferiori a quelle degli ultimi anni. Inoltre, per Washington anche le priorità sono cambiate, in quanto i problemi domestici distraggono e finiranno per distrarre molti degli sforzi dell’amministrazione Obama. Dunque, se la situazione in Afghanistan non ha fatto che peggiorare, mentre gli Stati Uniti si sono indeboliti sul piano internazionale, diventa chiaro che questi ultimi, da soli non possano raggiungere alcun risultato sicuro e stabile.

La scelta che spetta ad Obama, come precedentemente illustrato, è di priorità. Gli Stati Uniti potrebbero decidere di continuare con la politica del “non-dialogo” con l’Iran. Il costo di questa scelta sarebbe il rischio, serio e concreto, di mettere difinitivamente in forse il futuro dell’Afghanistan. Oppure, più razionalmente, gli Stati Uniti hanno la possibilità di mettere da parte la retorica degli ultimi anni, e chiedere l’aiuto dell’Iran. Come aveva detto il Generale Petreus, personaggio che non può certo essere accusato di vigliaccheria, per vincere in guerra bisogna fare compromessi. Che piaccia, o che non piaccia, questa è la politica. Questa è la guerra.

I talebani

Lo stesso identico discorso vale per i talebani. Dopo gli attacchi dell’11 settembre, si è diffusa la convinzione che i talebani siano tutti pazzi fanatici interessati solamente ad uccidere gli occidentali. Certamente questa caratterizzazione è vera per alcuni. Ma trattare come una verità assoluta quella che è una semplificazione superficiale è assai rischioso. Il rischio si trova proprio nel fatto che oggi, parlare di dialogo con i talebani, oggi, può apparire come una blasfemia.

In realtà, tra quelli che vengono comunemente identificati come talebani ci sono anche guerriglieri al soldo di signori della guerra (ossia, veri e propri “padroni” di un territorio che si sono imposti tramite l’uso della forza); popolazioni locali che si oppongono alla presenza americana; gruppi infiltrati dai servizi segreti pachistani, etc. Ciò non vuole dire che costoro siano brave persone. Questo è chiaro. Ma significa che tra i talebani ci sono individui che combattono per dei fini materiali ben chiari. Non si tratta quindi di soli pazzi fanatici.

Questo è l’aspetto importante da cogliere. Significa che parte del nemico contro il quale si combatte può essere “comprato”. Secondo un antico detto, se non puoi sconfiggerli, alleati con loro. Questo è il principio alla base della decisione di dialogare con i talebani. In questo gruppo eterogeneo è possibile rintracciare delle componenti con la quali, in cambio di cocnessioni di vario genere, si possono fare compromessi.

Ovviamente questo significherà mettere in secondo piano la democrazia, i diritti umani e tutte quelle altre belle cose che ci erano state promesse in merito all’Afghanistan. E già, pare propri che sarà così. Nuovamente, la decisione da prendere è di priorità. Obama potrebbe decidere di tirare diritto e continuare ad aspirare ad un Afghanistan democratico, trovandosi poi fra qualche anno in una situazione addirittura peggiore di quella attuale. Oppure, come vuole fare, può scegliere di decidere di mettere da parte per il momento i sogni riguardo la democrazia e i diritti umani, ma garantire, in cambio, la stabilità dell’Afghanistan.

Conclusioni

La politica internazionale richiede decisioni defficili. Queste possono essere basate su un’attenta analisi della realtà, scegliendo con attenzioni gli obiettivi raggiungibili, e i cui benefici siano maggiori dei costi. Alternativamente, un attore può anche decidere di basarsi su considerazioni astratte: invece di considerare il mondo reale come punto di partenza, può identificare il mondo ideale che vorrebbe raggiungere, e ignorare ogni altro aspetto.

Storicamente, chi ha perseguito la seconda strategia ha perso. Chi ha perseguito la prima ha vinto. La strategia di Obama è lungimirante perchè mira, prima di tutto, a raggiungere obiettivi che sono effettivamente raggiungibili. Ciò non vuole Obama dire che avrà sicuramente successo in Afghanistan – altri fattori giocheranno un ruolo fondamentale, ed è pertanto difficile fare previsioni. Almeno, però, la sua strategia non è destinata al fallimento fin dal principio.

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