L’India, gli Usa e il fattore Teheran

di Andrea Gilli e Daniele G. Sfregola

La recente approvazione americana del disegno di legge d’attuazione dell’accordo di cooperazione nucleare con l’India ha segnato un passaggio significativo per la repentina evoluzione dei rapporti bilaterali tra Washington e New Delhi. Il riconoscimento dello status nucleare di New Delhi suggerisce la volontà di Washington di far entrare l’India nel club dei grandi. C’e’ però da capire fino a quando questa posizione non sarà in contraddizione con gli stessi interessi americani.

E’ un problema di medio periodo, ma porselo già ora può aiutare a valutare meglio la politica americana verso l’India e verso l’Asia intera negli anni che verranno. Le relazioni tra questi due Paesi sono storicamente segnate da un particolare dato: le istituzioni democratiche che li accomunano non hanno mai determinato una comune linea di politica estera. Ne consegue che, nonostante il ravvicinamento strategico post 11 settembre 2001, un’analisi del legame indo-statunitense è inquadrabile in un’ottica di realismo politico, di interessi ed obiettivi geopolitici più che di motivazioni inerenti la dottrina della diffusione della democrazia nel mondo. Ciò è tanto vero se si considera che la tradizione diplomatica dei due Stati è profondamente diversa.

Sin dai tempi di Woodrow Wilson, la condotta internazionale americana risente del sostrato idealista, periodicamente manifestatosi in via implicita od esplicita: la “splendente città sulla collina” si percepisce eccezionalmente diversa dal resto del mondo. Questo atteggiamento è quanto mai distante dalla tradizione indiana di politica estera. La via indiana alla democrazia è più simile ad una sorta di riconciliazione pragmatica con la propria strutturale multietnicità, la pluralità di lingue e di religioni dei suoi cittadini. Va da sé che, con tali premesse, il profilo diplomatico del Paese non si delinea: manca, insomma, la tensione morale e la concezione fiduciosa nello strumento democratico come oggetto di esportazione nel mondo. Ma se questo non ha tradizionalmente permesso una comune definizione dei rispettivi obiettivi internazionali nel passato, ciò ha comunque evitato la rottura definitiva durante i momenti più critici della guerra fredda. Il “non allineamento” indiano ha accentuato la deminutio di integrazione del subcontinente dal resto dell’Eurasia, accelerando un processo storico cominciato nel periodo coloniale e rendendo difficoltose le relazioni con Washington per via dell’atteggiamento terzista del governo di New Delhi rispetto alla dicotomia Usa-Urss.

Oggi, invece, il governo indiano persegue un interesse compatibile con quello statunitense: evitare che emerga una potenza egemone nella vasta area che va da Singapore al porto di Aden. A tal fine, l’India ha bisogno degli Stati Uniti per recuperare nei tempi più stretti lo status di grande potenza regionale a proiezione globale; gli Stati Uniti hanno bisogno dell’India per tenere sotto controllo la vorticosa crescita cinese nella regione, ma anche per la “guerra al terrorismo” e per il progetto di riforma del mondo islamico caro all’amministrazione Bush, in considerazione delle tensioni sussistenti nella regione prossima allo Yemen. La rivalità indo-cinese, tuttavia, non è la sola chiave di lettura per la comprensione dell’azione di ravvicinamento americana a New Delhi. Cina ed India non hanno alcun interesse ad ingaggiare un confronto diplomatico o addirittura militare nel breve-medio periodo per l’egemonia del continente asiatico. Essi hanno più da perdere che da guadagnare da un’eventualità del genere. Ciò che ha accomunato sino ad oggi le strategie parallele di India e Stati Uniti è stata la necessità di preservare diplomaticamente un rapporto costruttivo, prima che competitivo, con Pechino. D’altronde, la strategia globale americana di off-shore balancing dovrebbe beneficiare di una partecipazione attiva di New Delhi al nuovo equilibrio asiatico, permettendo di rafforzare la stessa garanzia di Washington agli equilibri globali. Le nazioni agiscono di comune accordo quando i rispettivi interessi nazionali presentano obiettivi comuni. In un mondo unipolare, la crescente regionalizzazione degli equilibri sottostanti la leadership statunitense è un bene sia per l’America che per l’India, perché soddisfa gli interessi dei primi e dei secondi, assicurando al contempo la stabilità dell’area dell’Asia-Pacifico con positive ripercussioni finanche al Medio Oriente.

L’accordo di cooperazione nucleare con New Delhi acquisterà un significato pratico decisivo soltanto se sarà evitata la retorica della corsa al riarmo nucleare in funzione anti-cinese. L’India non ha interesse a forzare la Cina su questo campo, obbligandola a sposare con ancora più convinzione i programmi nucleari iraniani e pakistani. Gli Stati Uniti non hanno interesse a ritrovarsi dinanzi ad una replica in salsa asiatica delle tragedie europee della prima metà del Novecento, quando ciò che li lega agli interessi indiani è la definizione del nuovo equilibrio regionale multipolare a prevalenza americana. Se dunque nel breve periodo l’interesse primario degli Stati Uniti consiste nel favorire la crescita indiana, al fine di disporre di un fidato alleato che, oltre a controllare l’Oceano indiano in virtù di un’eccezionale flotta militare, possa incidere in Asia Centrale, Medio Oriente e sudest asiatico e sia anche in grado di controbilanciare la Cina, nel lungo termine l’obiettivo di Washington è evitare che l’India da potenza regionale con respiro globale si trasformi in una potenza mondiale con egemonia regionale. Ciò rappresenterebbe una vera sconfitta per Washington, perché segnerebbe definitivamente la multipolarizzazione del mondo, ovvero la fine dell’era americana come la si è conosciuta sinora. L’India continua infatti ad affermare almeno da una decina d’anni l’indissolubilità del suo legame con gli Stati Uniti, concetto ribadito anche in circostanze singolari (come all’indomani della condanna espressa dall’amministrazione Clinton contro i test nucleari sviluppati dall’ex Gemma della Regina nel 1998), ma dall’altra parte non manca mai di ricordare la sua predilezione per un mondo multipolare, nel quale, come è evidente, i suoi margini di manovra sarebbero ben più ampi di quelli attuali e nel quale, soprattutto, vanterebbe a tutti gli effetti un profilo da potenza mondiale.

Al momento i due Paesi sono interessati ad approfittare dei comuni benefici che la loro alleanza potrà generare. In particolare, gli Stati Uniti acquisteranno l’unico alleato asiatico che, nel caso, è in grado di competere con la Cina nel medio-lungo periodo. Allo stesso tempo, l’India, in virtù della sua posizione geografica, potrà svolgere la funzione di “poliziotto” del sudest asiatico e di tutto l’Oceano indiano. In quest’ottica si inquadra la strategia marittima indiana e lo sviluppo delle sue capacità di seapower, una sorta di Dottrina Monroe del subcontinente. In tal modo, l’America si preoccuperà di un teatro operativo in meno. E soprattutto l’India risulterà d’ausilio agli Stati Uniti nel nuovo Great Game centrasiatico che investe un’area nella quale terrorismi di varia matrice, interessi geostrategici (di Cina, USA, India, Iran e Russia: le grandi potenze di oggi, escludendo Teheran) e soprattutto risorse energetiche (petrolio e gas) si mischiano, unendo una delle zone più esplosive del pianeta, il Medio Oriente, con quella che ne segnerà il futuro, l’Asia. L’India, dall’altra parte, otterrà il sostegno tecnologico e militare della più forte potenza al mondo, vedrà riconosciute le sue ambizioni regionali e internazionali e rafforzerà la difesa dei suoi interessi nazionali. Interessi che al momento vedono in primo piano la minaccia pakistana alla sicurezza e a seguire la sete di risorse energetiche del Paese. Ciò nel breve termine si trasferisce su due piani particolarmente delicati per Washington: da una parte l’alleanza con il Pakistan, dall’altra l’ostilità all’Iran.

Man mano che l’alleanza con l’India si rafforza, quella con il Pakistan viene sottoposta ad una crescente pressione, in primo luogo dall’India stessa, che negli anni passati ha sistematicamente protestato a voce alta in occasione dei trasferimenti di armamenti a Islamabad. L’ossessione indiana della sicurezza dal Pakistan complica l’azione della diplomazia americana. Mantenere un ruolo equilibrato tra l’intesa con il Pakistan nella lotta ad Al Qaeda e la crescente collaborazione con l’India sarà oltremodo complesso, a causa della storica rivalità tra i due Paesi. In tal senso, senza una definitiva stabilizzazione del Kashmir, appare particolarmente ardua l’impresa della stabilizzazione dell’Asia meridionale. L’amministrazione Bush si è dimostrata abile, sin qui, nel tenere a mente che le ossessioni nazionali portano i governi ad interpretare le azioni di Washington non in base alle affermazioni dei portavoce americani ma alla luce dei propri sentimenti e dei propri interessi di sicurezza. Ma se gli Stati Uniti sono il più importante alleato attuale dell’India, l’Iran ne è il secondo: la cooperazione militare tra i due Paesi – esercitazioni congiunte comprese – cresce costantemente, anche in virtù dei floridi rapporti commerciali (petrolio e gas). Se l’America vorrà mantenere salda l’alleanza con New Delhi, allora sarà chiamata a risolvere il dilemma iraniano: sacrificare l’intera azione verso l’India, inasprendo la pressione contro l’Iran, oppure farsi piacere i mullah e consolidare il proprio ruolo egemonico? Per avere al proprio fianco la Gemma della Regina, l’unica risposta possibile è quella di Realpolitik e passa per un compromesso con Teheran.

© L’Opinione delle Libertà

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8 Comments

  1. Non sono d’accordo con la conclusione, trovandola anzi contraddittoria sostanzialmente con il corpo dell’articolo.

    Non si capisce perché l’intera azione verso l’India debba intendersi sacrificata in presenza di un inasprimento della pressione contro la teocrazia iraniana.

    Farsi piacere i mullah significa praticamente accettare che si dotino della Bomba. Essere realisti in questo caso significa prendere atto che se gli psicopatici di Teheran avessero avuto intenzione di accettare un compromesso, l’avrebbero già fatto.
    Gli sono state sottoposte fior di offerte, aiuti, incentivi, e quant’altro.
    Ma a loro interessa solo avere l’arma nucleare; null’altro!

    Orbene, un Iran atomico, e governato da fanatici di tipo messianico, sarebbe nell’interesse dell’India?
    Io ne dubito molto.

    E i discorsi sulla dipendenza energetica valgono fino ad un certo punto.
    In realtà è Teheran ad essere molto più dipendente dalla vendita di gas e petrolio di quanto non lo siano gli acquirenti.
    Noi abbiamo sopportato l’embargo totale del 1973, e 10 anni di petrolio iracheno tolto quasi totalmente dal mercato, non vedo perché non potremmo sopportare un’astinenza da quello iraniano.
    Pagando ovviamente un prezzo, è chiaro.
    Ma infinitamente minore di quello che pagherebbe l’Iran, la cui economia è inesistente (come ogni società chiusa che si rispetti) se smette di vendere petrolio.

  2. Definire “spicopatici” gli attori internazionali è un utile esercizio retorico. Ma risulta essere di poco aiuto se si vuole analizzare seriamente la situazione mediorientale.

    Di incentivi all’Iran, diversamente da quanto affermato, non ne sono stati dati. Se non la non adozione di sanzioni economiche. Sanzioni che, come l’Iran aveva capito, avranno ancora bisogno di molto tempo prima di essere adottate (Cina, Russia e ora anche Francia si oppongono).

    Quindi la strategia iraniana, più che “psicopatica” sembra essere molto razionale: dopo il regime change in Iraq, Teheran ha capito che la strada per il nucleare era l’unica in grado di salvaguardare la rivoluzione del 1979.

    Una soluzione, dunque, esiste: e passa per un patto di controassicurazione (simile a quello inventato da Bismark con l’allora impero zarista).

    D’altronde, diversamente da quanto scritto, i prezzi petroliferi non permettoo molti spazi di manovra. Sopratttto adesso che, con la crescita economica cinese e indiana, il regime di quasi-monosponio occidentale nell’acquisto di petriolio è ormai terminato.

  3. Definire psicopatico uno come Ahmadinejad ed il metodo di governo dell’attuale dirigenza iraniana è un semplice chiamar le cose con il loro nome, un esercizio di buon senso insomma.
    Ma sono sicuro che la vostra scuola nel 1938 bollava come esercizio retorico anche il definire psicopatico Hitler.
    Monaco fu un capolavoro “realista”.

    L’ultima offerta europea conteneva incentivi molto, molto sostanziosi.
    Ed era un’ottima proposta anche quella russa di arricchire l’uranio sul proprio territorio, con garanzie internazionali riguardo la fornitura.

    Ma gli ayatollah vogliono la Bomba. E questo è tutto.
    (per inciso, ripeto la domanda: un Iran nucleare è nell’interesse indiano?)

    Ma non per preservarsi dal “regime change”; l’intera comunità internazionale, Stati Uniti in testa, cesserebbe qualsiasi pressione, una volta che l’Iran smettesse di perseguire quello scopo. I dividendi politici a livello internazionale sarebbe alquanto cospicui.
    A quel punto il cambiamento di regime potrebbe intervenire solo tramite spinte interne, ed in tal caso il possedere la Bomba non aiuterebbe per niente.
    Purtroppo essi la vogliono per aumentare la loro impunità nell’esportazione della loro rivoluzione, con i metodi violenti che hanno sempre usato.
    Per perseguire la loro visione “millenarista”, tanto per esercitare retorica nuovamente.

    I prezzi petroliferi sono irrilevanti.
    I termini della questione sono: l’Occidente pagherebbe un prezzo se il petrolio iraniano smettesse di fluire; l’Iran sarebbe occupato se smettesse di vendere petrolio.

    Lo venderebbe solo a Cina ed India?
    Difficile se non riesci ad estrarlo; ed è molto difficile estrarlo se ti ritrovi con le infrastrutture necessarie ridotte in polvere.

  4. gentile Maehdros,

    Lei possiede certezze che io purtroppo non ho.

    Mi limito solo a sottolineare come l’appeasement del 1938 non fosse figlio della Realpolitik, ma piuttosto delle tesi wilsoniane che, prima fecero venire appetito alla “bestia”, e poi rifiutarono il mezzo militare per combatterla. Ogni testo di storia delle relazioni internazionali che possa essere definito tale e’ esplicito su questo punto. Mi permetto quindi di consigliarle Ennio Di Nolfo, Storia delle Relazioni Internazionali: 1919-1999 (2a ed.)(Roma-Bari: Editori Laterza, 2000). Piu’ modestamente, e recentemente i due autori di questo articolo ne hanno scritto uno proprio sull’appeasement.

    Nota finale: definendo pazzi o deficienti quelli con cui ci si confronta si va davvero da poche parti. Oltre al fatto che, se fossimo di fronte ad un problema di pazzia collettiva, servirebbero degli psichiatri, non dei diplomatici o dei militari.

    Cari saluti, AG.

  5. beh, consigliare la lettura del di nolfo è proprio una cattiveria.

    mi chiedo poi quando l’iran abbia mai esportato violentemente la rivoluzione. non da ieri l’iran è un paese sotto attacco: dal colpo di stato che ha reinstaurato lo scià, alla guerra lunga e sanguinosa con l’irak. e pure ora non è che tiri una gran bella aria.

    ad ag: piuttosto: come la vedi la competizione tra india e pakistan sull’afghanistan (uno dei miei temi di discussione preferiti, come vedi)?

  6. Gentile Gilli,
    le mie certezze non differiscono molto dalle sue, né in quantità, né nella forma espositiva.

    L’unica differenza è che io non ho la pretesa di suggerirle le fonti alle quali dovrebbe abbeverarsi.
    Mi permetto di farlo però con l’ancor più gentile Kamau, ma solo per fargli presente diverse cosette che sembra ignorare rispetto a quelle bravissime persone che opprimono la civiltà persiana da una trentina d’anni:
    http://www.city-journal.org/html/16_2_iran.html

    Tra l’altro la storia delle relazioni internazionali non è altro che la cronologia di una serie infinita di errori di valutazione commessi. E non vedo cosa possa escludere valutazioni errate da parte di chi scrive un libro al riguardo, chiunque egli sia.

    Riguardo il definire psicopatico chi lo psicopatico fà, ciò magari non porta da nessuna parte; ma azzarderei che la rinuncia a tale definizione porta dritto alla catastrofe.

    Leggerò con piacere l’articolo segnalato, ma se la tesi sostenuta è quella anticipata della colpa wilsoniana per la vergogna di Monaco, ho il sospetto che aumenterà il nostro disaccordo nella materia.

    Saluti altrettanto cari

  7. Mi permetto un appunto.

    Definire “spicopatico” un nemico non è di alcun aiuto, ecco il problema. E soprattutto è una via più semplice rispetto al tentativo di capire davvero la situaizone di un Paese. Se lei avesse ragione, quando Ahmadinejad è andato a New York, gli Stati Uniti avrebbero dovuto tentare di falo fuori. Non lo hanno fatto: evidentemente non sapevano che Ahmadinejad o meno, la situazione non sarebbe cambiata.

    D’altronte, si diceva lo stesso con Stalin: morto lui, l’URSS sarebbe cambiata. Abbiamo visto quanto fatto dal “non psicopatico Kruscev”.

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