L’India, gli Usa e il fattore Teheran

8 pensieri su “L’India, gli Usa e il fattore Teheran”

  1. Non sono d’accordo con la conclusione, trovandola anzi contraddittoria sostanzialmente con il corpo dell’articolo.

    Non si capisce perché l’intera azione verso l’India debba intendersi sacrificata in presenza di un inasprimento della pressione contro la teocrazia iraniana.

    Farsi piacere i mullah significa praticamente accettare che si dotino della Bomba. Essere realisti in questo caso significa prendere atto che se gli psicopatici di Teheran avessero avuto intenzione di accettare un compromesso, l’avrebbero già fatto.
    Gli sono state sottoposte fior di offerte, aiuti, incentivi, e quant’altro.
    Ma a loro interessa solo avere l’arma nucleare; null’altro!

    Orbene, un Iran atomico, e governato da fanatici di tipo messianico, sarebbe nell’interesse dell’India?
    Io ne dubito molto.

    E i discorsi sulla dipendenza energetica valgono fino ad un certo punto.
    In realtà è Teheran ad essere molto più dipendente dalla vendita di gas e petrolio di quanto non lo siano gli acquirenti.
    Noi abbiamo sopportato l’embargo totale del 1973, e 10 anni di petrolio iracheno tolto quasi totalmente dal mercato, non vedo perché non potremmo sopportare un’astinenza da quello iraniano.
    Pagando ovviamente un prezzo, è chiaro.
    Ma infinitamente minore di quello che pagherebbe l’Iran, la cui economia è inesistente (come ogni società chiusa che si rispetti) se smette di vendere petrolio.

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  2. Definire “spicopatici” gli attori internazionali è un utile esercizio retorico. Ma risulta essere di poco aiuto se si vuole analizzare seriamente la situazione mediorientale.

    Di incentivi all’Iran, diversamente da quanto affermato, non ne sono stati dati. Se non la non adozione di sanzioni economiche. Sanzioni che, come l’Iran aveva capito, avranno ancora bisogno di molto tempo prima di essere adottate (Cina, Russia e ora anche Francia si oppongono).

    Quindi la strategia iraniana, più che “psicopatica” sembra essere molto razionale: dopo il regime change in Iraq, Teheran ha capito che la strada per il nucleare era l’unica in grado di salvaguardare la rivoluzione del 1979.

    Una soluzione, dunque, esiste: e passa per un patto di controassicurazione (simile a quello inventato da Bismark con l’allora impero zarista).

    D’altronde, diversamente da quanto scritto, i prezzi petroliferi non permettoo molti spazi di manovra. Sopratttto adesso che, con la crescita economica cinese e indiana, il regime di quasi-monosponio occidentale nell’acquisto di petriolio è ormai terminato.

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  3. Definire psicopatico uno come Ahmadinejad ed il metodo di governo dell’attuale dirigenza iraniana è un semplice chiamar le cose con il loro nome, un esercizio di buon senso insomma.
    Ma sono sicuro che la vostra scuola nel 1938 bollava come esercizio retorico anche il definire psicopatico Hitler.
    Monaco fu un capolavoro “realista”.

    L’ultima offerta europea conteneva incentivi molto, molto sostanziosi.
    Ed era un’ottima proposta anche quella russa di arricchire l’uranio sul proprio territorio, con garanzie internazionali riguardo la fornitura.

    Ma gli ayatollah vogliono la Bomba. E questo è tutto.
    (per inciso, ripeto la domanda: un Iran nucleare è nell’interesse indiano?)

    Ma non per preservarsi dal “regime change”; l’intera comunità internazionale, Stati Uniti in testa, cesserebbe qualsiasi pressione, una volta che l’Iran smettesse di perseguire quello scopo. I dividendi politici a livello internazionale sarebbe alquanto cospicui.
    A quel punto il cambiamento di regime potrebbe intervenire solo tramite spinte interne, ed in tal caso il possedere la Bomba non aiuterebbe per niente.
    Purtroppo essi la vogliono per aumentare la loro impunità nell’esportazione della loro rivoluzione, con i metodi violenti che hanno sempre usato.
    Per perseguire la loro visione “millenarista”, tanto per esercitare retorica nuovamente.

    I prezzi petroliferi sono irrilevanti.
    I termini della questione sono: l’Occidente pagherebbe un prezzo se il petrolio iraniano smettesse di fluire; l’Iran sarebbe occupato se smettesse di vendere petrolio.

    Lo venderebbe solo a Cina ed India?
    Difficile se non riesci ad estrarlo; ed è molto difficile estrarlo se ti ritrovi con le infrastrutture necessarie ridotte in polvere.

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  4. gentile Maehdros,

    Lei possiede certezze che io purtroppo non ho.

    Mi limito solo a sottolineare come l’appeasement del 1938 non fosse figlio della Realpolitik, ma piuttosto delle tesi wilsoniane che, prima fecero venire appetito alla “bestia”, e poi rifiutarono il mezzo militare per combatterla. Ogni testo di storia delle relazioni internazionali che possa essere definito tale e’ esplicito su questo punto. Mi permetto quindi di consigliarle Ennio Di Nolfo, Storia delle Relazioni Internazionali: 1919-1999 (2a ed.)(Roma-Bari: Editori Laterza, 2000). Piu’ modestamente, e recentemente i due autori di questo articolo ne hanno scritto uno proprio sull’appeasement.

    Nota finale: definendo pazzi o deficienti quelli con cui ci si confronta si va davvero da poche parti. Oltre al fatto che, se fossimo di fronte ad un problema di pazzia collettiva, servirebbero degli psichiatri, non dei diplomatici o dei militari.

    Cari saluti, AG.

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  5. beh, consigliare la lettura del di nolfo è proprio una cattiveria.

    mi chiedo poi quando l’iran abbia mai esportato violentemente la rivoluzione. non da ieri l’iran è un paese sotto attacco: dal colpo di stato che ha reinstaurato lo scià, alla guerra lunga e sanguinosa con l’irak. e pure ora non è che tiri una gran bella aria.

    ad ag: piuttosto: come la vedi la competizione tra india e pakistan sull’afghanistan (uno dei miei temi di discussione preferiti, come vedi)?

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  6. Gentile Gilli,
    le mie certezze non differiscono molto dalle sue, né in quantità, né nella forma espositiva.

    L’unica differenza è che io non ho la pretesa di suggerirle le fonti alle quali dovrebbe abbeverarsi.
    Mi permetto di farlo però con l’ancor più gentile Kamau, ma solo per fargli presente diverse cosette che sembra ignorare rispetto a quelle bravissime persone che opprimono la civiltà persiana da una trentina d’anni:
    http://www.city-journal.org/html/16_2_iran.html

    Tra l’altro la storia delle relazioni internazionali non è altro che la cronologia di una serie infinita di errori di valutazione commessi. E non vedo cosa possa escludere valutazioni errate da parte di chi scrive un libro al riguardo, chiunque egli sia.

    Riguardo il definire psicopatico chi lo psicopatico fà, ciò magari non porta da nessuna parte; ma azzarderei che la rinuncia a tale definizione porta dritto alla catastrofe.

    Leggerò con piacere l’articolo segnalato, ma se la tesi sostenuta è quella anticipata della colpa wilsoniana per la vergogna di Monaco, ho il sospetto che aumenterà il nostro disaccordo nella materia.

    Saluti altrettanto cari

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  7. Mi permetto un appunto.

    Definire “spicopatico” un nemico non è di alcun aiuto, ecco il problema. E soprattutto è una via più semplice rispetto al tentativo di capire davvero la situaizone di un Paese. Se lei avesse ragione, quando Ahmadinejad è andato a New York, gli Stati Uniti avrebbero dovuto tentare di falo fuori. Non lo hanno fatto: evidentemente non sapevano che Ahmadinejad o meno, la situazione non sarebbe cambiata.

    D’altronte, si diceva lo stesso con Stalin: morto lui, l’URSS sarebbe cambiata. Abbiamo visto quanto fatto dal “non psicopatico Kruscev”.

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