Uscire dalla crisi. Quella italiana

di Mario Seminerio

Su l’Occidentale, Benedetto Della Vedova riflette sulle misure di contrasto alla crisi globale, ma anche di rilancio strutturale per l’asfittica economia italiana. Benedetto ritiene (correttamente, a nostro giudizio) che la proposta di detassazione delle tredicesime qui da noi potrebbe avere un positivo impatto sui consumi, a differenza dei tax rebates attuati nei mesi scorsi dall’Amministrazione Bush, visto che le famiglie italiane sono meno indebitate di quelle statunitensi, e verosimilmente destinerebbero il maggior reddito disponibile a consumi anziché ad abbattimento del debito. Ma Della Vedova suggerisce soprattutto di attivare interventi permanenti e strutturali, come la riduzione di un punto delle aliquote dell’imposta personale sui redditi.

L’aumento del reddito disponibile potrebbe essere ottenuto anche attraverso la restituzione integrale ed automatica del fiscal drag, mentre misure di ulteriore riduzione del cuneo fiscale stimolerebbero la domanda di lavoro da parte delle imprese. E ancora:

“Per affrontare il problema dei working poor, i lavoratori poveri, si potrebbe considerare l’introduzione di una forma di imposta negativa, che garantisca un reddito minimo senza disincentivare l’offerta di lavoro e senza aggravare di costi insostenibili le imprese che operano in condizioni di bassissima redditività.”

Serve inoltre un decisivo impulso per riformare la contrattazione collettiva, in modo da legare stabilmente la retribuzione alle condizioni di produttività di singoli comparti produttivi ed aziende. Solo così sarà possibile porre le condizioni per la crescita di lungo periodo, che a sua volta produce migliori standard di vita e risorse fiscali da destinare anche al welfare. Complementare alla riforma della contrattazione collettiva vi è poi la riforma degli ammortizzatori sociali, che devono essere disegnati su basi universalistiche, ponendo fine all’ennesimo dualismo italiano tra insider iperprotetti (come i fortunati dipendenti Alitalia, per restare sulla stretta attualità) ed outsider sulle cui spalle pesa per intero il costo dell’aggiustamento del sistema. Ogni anno, decine di migliaia di lavoratori perdono il posto senza psicodrammi mediatico-politici sulla “italianità” ma soffrendo assai più laceranti drammi privati, resi tali proprio dalla scarsa o nulla permeabilità del diaframma che in Italia separa garantiti e precari, e che spesso trasforma la perdita del posto di lavoro in un viaggio di sola andata verso la precarietà permanente.

Il problema resta sempre quello: come finanziare questi interventi? Oggi esiste un rischio:

E’ vero, la crisi fiscale è grave e l’indebitamento grava come cento macigni. Ma è altrettanto vero che la diminuzione della spesa attuata con la finanziaria e i recuperi di efficienza della pubblica amministrazione, se non accompagnate da misure che diano respiro all’economia, rischiano di avere, keynesianamente, un accentuato impatto pro-ciclico. Anche dal punto di vista dei conti pubblici, del resto, il primo rischio da scongiurare è il circolo vizioso tra aliquote d’imposta elevate e bassa crescita.

A nostro giudizio, occorre anche una grande operazione di allargamento della base imponibile per poter ridurre, a parità di gettito, le aliquote nominali e stimolare in questo modo l’offerta. Ma occorre anche rompere l’ultimo tabù: lavorare tutti più a lungo, come recentemente richiesto anche dalla Banca d’Italia. Ciò permetterebbe di liberare risorse finanziarie, oggi allocate ad una spesa pensionistica ipertrofica, e utilizzarle per irrobustire una rete di protezione fatta di ammortizzatori sociali resi, come detto, universalistici. E, a questo proposito, non guasta mai ricordare una enorme responsabilità:

Il Governo Prodi ci ha lasciato in dote l’assurdo fardello di dieci miliardi di spesa previdenziale aggiuntiva in dieci anni, per assicurare a qualche centinaio di migliaia di cinquantottenni di lasciare subito il lavoro. Bisogna recuperare quelle e altre risorse per una spesa sociale che, dal punto di vista degli interessi diffusi, sia meno suicida e iniqua di quella attuale.

L’attuale governo dispone di un apparentemente vasto consenso. Lo utilizzi, ed utilizzi la minaccia della crisi globale come opportunità per cambiare l’Italia e rimetterla sui binari della crescita strutturale e sostenibile. Noi restiamo scettici al riguardo, ma i miracoli a volte accadono.

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