Quale politica fiscale?

di Marco Botta

Si discute molto in questi giorni su come utilizzare la leva fiscale per alleviare gli effetti della recessione incombente. Ne parla anche Benedetto Della Vedova sull’Occidentale (ripreso poi da Phastidio). Tra le cose migliori dell’articolo, la “restituzione” del fiscal drag, l’imposta negativa e l’innalzamento dell’età per la pensione.

Per quanto riguarda, invece, l’ipotesi prospettata da sinistra, sindacati, parte della maggioranza e commercianti di detassare una-tantum le tredicesime, non sono particolarmente d’accordo. Veltroni stima un costo attorno ai sei miliardi di euro, altri arrivano fino a otto-nove miliardi. Prendiamo per buona la cifra di Veltroni, e facciamo qualche calcolo.

Un taglio fiscale di sei miliardi di euro equivale approssimativamente allo 0,4% del Pil (6 miliardi di euro di taglio contro 1.500 miliardi di euro circa di Pil); stime sulla propensione marginale al consumo a seguito di tax rebates negli Stati Uniti danno valori nell’intervallo tra 0,35 e 0,5. Anche supponendo che l’Italia abbia una propensione marginale mediamente più alta degli Usa, in quanto i suoi cittadini sono meno indebitati, con valori tra 0,5 e 0,7 (valori alti, per un beneficio fiscale temporaneo) l’importo del taglio fiscale speso per consumi sarebbe tra lo 0,2% e lo 0,28% del Pil. La stima empirica della legge di Okun dà valori indicativamente pari a due (alcuni dicono addirittura tre, prendo il limite più basso tenendo anche conto della scarsa produttività del lavoro in Italia): servono due punti di maggior Pil per ridurre di un punto la disoccupazione. Questo significa che i maggiori consumi darebbero una variazione del tasso di disoccupazione pari a 0,1%-0,14%: praticamente nulla.

Certo, ho trascurato il moltiplicatore keynesiano, ma bisogna anche tenere conto che il taglio fiscale è temporaneo, e comunque per ottenere variazioni significative del tasso di disoccupazione servirebbe un valore del moltiplicatore piuttosto alto, pari ad esempio ad almeno 5 per ottenere un calo della disoccupazione dell’ordine dello 0,5%. Servirebbe dunque un effetto enorme (5 euro di maggior spesa aggregata per ogni euro di tasse restituito) per ottenere la riduzione del tasso di disoccupazione di mezzo punto.

In più, fino a qui ho trascurato il fatto che l’Italia è tutt’altro che un’economia chiusa: è aperta al commercio internazionale, e quindi l’aumento dei consumi non si traduce automaticamente in una maggior domanda per beni prodotti in Italia. Se il taglio fiscale è usato per comprare una macchina giapponese, un paio di scarpe fatte in Vietnam, dei jeans cuciti in Bangladesh o per la notte di Capodanno a Praga, l’effetto sul Pil italiano si riduce ulteriormente. Chi ci guadagnerebbe sempre sono i commercianti, che, guarda caso, sono quelli che più spingono per questa soluzione. D’altronde, a loro basta vendere, non gli importa certo che la merce venga da Leffe piuttosto che Harbin.

Personalmente, preferirei una manovra fiscale che si impegni dal lato dell’offerta, piuttosto che della domanda; una politica di lungo periodo, piuttosto che di breve, anche nel pieno della presente crisi.

Siamo nel pieno di una crisi partita dal crollo del mercato immobiliare che in Italia ha il proprio epicentro nel mercato immobiliare a Roma; chi più, chi meno, tutti i Paesi si troveranno presto con imprese di costruzioni in difficoltà nel mantenere gli attuali livelli di occupazione. Questo significherebbe spostare manodopera dal settore delle costruzioni ad altri settori dell’economia, un processo che potrebbe richiedere tempo.

L’alternativa, a mio avviso valida, è di approfittare della crisi e della necessità di sostenere l’economia per dare il via ad ampi programmi di investimenti in infrastrutture di cui l’Europa intera e l’Italia in particolare sentono indubbiamente il bisogno.

Un approccio di questo tipo, se ben strutturato, ha molteplici vantaggi: sostiene l’occupazione nel breve periodo, crea vantaggi in termini di capacità produttiva nel lungo periodo, e non necessita obbligatoriamente di fondi pubblici.

Il sostegno all’occupazione è evidente, ed ovvio. Il beneficio di lungo periodo presuppone che le infrastrutture realizzate siano effettivamente utili: se tale requisito è presente, allora queste rappresentano un aumento della capacità produttiva, e rappresentano uno di quei fenomeni capaci di generare crescita endogena, seguendo i modelli economici di Paul Romer. In questo modo, l’aumento di spesa attuale consentirebbe un aumento della futura capacità di produrre del paese. Il terzo vantaggio è che per costruire ponti e strade a pedaggio non è indispensabile l’utilizzo di fondi pubblici (che in Italia scarseggiano, complici gli sprechi del passato), e, anzi, sarebbe un’occasione per coinvolgere i fondi sovrani di Paesi stranieri in investimenti redditizi sia per loro sia per noi. Non penso che ci siano particolari interessi strategici da proteggere mantenendo italiana la concessionaria per una nuova autostrada o il Ponte di Messina. In più, il finanziamento, anche parziale, da parte dei privati (salvo casi di corruzione più o meno evidente) dovrebbe garantire la redditività dell’investimento e quindi anche l’effettiva utilità.

Una seconda manovra fiscale dovrebbe mirare, a mio avviso, a seguire l’esempio dell’Irlanda degli ultimi anni, ovvero utilizzare la detassazione dei redditi di impresa come strumento per attrarre capitali esteri. Il problema cronico dell’Italia è la scarsa produttività del lavoro, conseguenza abbastanza ovvia del basso investimento in capitale che da anni attanaglia il Paese. C’è bisogno di rilanciare gli investimenti, ma i capitali vanno là dove trovano sistemi pronti ad accoglierli: la nostra burocrazia incomprensibile e la tassazione fortemente penalizzante sono un terribile deterrente.

Tagliare le imposte ed impegnarsi a mantenerle basse in futuro potrebbe essere uno strumento importante di attrazione di nuovi investimenti, tanto più che, con la prospettiva di due anni di recessione, oggi il costo per le casse dello stato di un taglio forte all’Ires sarebbe minore: tassare le perdite non porta mai particolari entrate.

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