La politica estera americana nel dopo-Bush

di Mauro Gilli

L’amministrazione guidata da George Bush verrà ricordata per la sua politica estera, e per la diffusa e feroce opposizione che ha riscontrato nell’opinione pubblica americana e in quella internazionale. Per questo motivo, sorge spontaneo chiedersi quali saranno i principi guida in questo campo del suo successore.

Per rispondere a questa domanda bisogna guardare agli Stati Uniti e al sistema internazionale: la politica estera di un paese dipende infatti da cosa si trova al suo interno (la sua struttura economica, politica, militare, sociale, etc.) e cosa si trova al suo esterno (il sistema internazionale, che può essere multipolare, bipolare, unipolare, etc., a seconda della distribuzione del potere tra gli stati). Diversamente dal quadro che viene dipinto dai media e dai partiti socialisti Europei, è assai improbabile che con queste elezioni gli Stati Uniti subiscano un cambiamento radicale. Ciò non significa che il nuovo presidente, sia esso Barack Obama o John McCain, manterrà inalterato l’attuale stato delle cose. Certamente, però, non potrà apportare alcuna trasformazione epocale, tanto meno in politica estera.

Gli interessi economici, commerciali e strategici degli Stati Uniti rimarranno infatti gli stessi. Allo stesso tempo, la struttura burocratica del paese, e la sua organizzazione economica e politica interna non cambieranno. Come non cambieranno l’opinione pubblica nazionale e l’influenza delle varie lobby sul governo federale. Credere il contrario significa ignorare il funzionamento della politica (su questo tema, è bene ricordare che il candidato democratico, che suscita tante speranze in molti, proviene pur sempre dalla “Chicago Politics”). Per essere più chiari: l’alleanza con l’Arabia Saudita non verrà messa in discussione, così come non verrà messa in discussione l’alleanza con Israele. Margini di manovra esistono – ad esempio verso l’Iran o la Russia e l’Eurasia – ma un uomo solo (o anche un’amministrazione intera) non sono sufficienti per cambiare un paese.

Se l’America rimane immutata, cosa cambia è l’universo che la circonda. Per questo motivo, indipendentemente dal risultato delle elezioni della prossima settimana, la politica estera del prossimo presidente americano sarà diversa da quella perseguita dagli Stati Uniti a partire dalla fine della Guerra Fredda. Il sistema internazionale sta attraversando infatti un importante mutamento. La distribuzione del potere a livello internazionale si sta lentamente spostando in favore di nuovi paesi emergenti (Cina, India, Russia, Brasile e altri). Come avevamo sottolineato nella nostra recensione del libro di Fareed Zakaria, l’esito di medio-lungo periodo è un lento ma inesorabile declino relativo del potere americano. Questo declino costringerà l’inquilino della Casa Bianca ad una politica estera molto più ristretta nei mezzi e limitata negli obiettivi di quella che abbiamo visto negli ultimi 16 anni.

D’altronde, questi effetti hanno già iniziato a manifestarsi, e persino George Bush si è dovuto adattare al nuovo sistema internazionale. Come ha rilevato un intelligente commentatore, la guerra in Georgia ha mostrato in modo chiaro che l’equilibrio di potere a livello internazionale è cambiato. Infatti, nonostante la retorica della difesa della democrazia, gli Stati Uniti sono rimasti impotenti mentre un suo alleato, la Georgia, veniva “punito” per il suo tentativo di uscire dall’orbita russa – cosa assolutamente impensabile fino a solo un anno fa.

Gli Stati Uniti continueranno ad essere il più potente stato al mondo – un fatto che non deve essere dimenticato. Ma la loro capacità di trasformare il loro potere in influenza (ossia, l’essenza del potere), risulterà sempre più ridotta per via della nascita di nuovi poli emergenti. Barack Obama piuttosto che John McCain non potranno fare nulla di fronte a questa tendenza, se non tentare di affrontare le nuove sfide con la consapevolezza che l’era unipolare ha ormai i giorni contati.

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