La politica estera francese dopo un anno di Sarkozy

5 pensieri su “La politica estera francese dopo un anno di Sarkozy”

  1. Dunque avevo anch’io qualche ragione quando commentai qui e in una piccola discussione nel blog di Star Sailor:

    “Però, ad esempio, può essere che il franco-francese Sarkozy, nell’interesse della sua Francia, al contrario di Chirac, si renda conto o pensi che alla fin dei conti convenga al suo paese la partecipazione alla “pax americana”; nella non stravagante ipotesi che poi, stante l’impossibilità per gli USA di fare i “gendarmi del mondo”, si possa trasformare piano piano insensibilmente in una sorta di “cogestione”; nella quale il campo d’azione della Francia rimarrebbe quello sempre caro ai suoi interessi…
    Un coordinamento di fatto della politica dell’Occidente, senza pestarsi i piedi a vicenda.”

    “Era solo il nocciolo di un argomento che avrei voluto sviluppare in un post nel mio blog. Uno dei tanti che aspettano di essere scritti: ne ho fatto un catalogo; come quello di Don Giovanni, ma assai meno appetitoso. Avevo in mente anche la solita frasetta assassina di cui mi compiaccio per eludere argomenti troppo tecnici e di cui purtroppo non so fare ancora a meno 😉 “le filosofie troppo hobbesiane in politica estera finiscono per essere ottuse”…
    Alla vigilia delle elezioni io scrissi:

    Il problema della politica “hobbesiana” di Chirac era la sproporzione fra i mezzi e i fini. Era completamente assurdo tentare una specie di politica di patronato sui paesi emergenti in funzione antiamericana, quando fra qualche anno uno solo di questi, diciamo il Brasile, grande come gli Stati Uniti e con due terzi della popolazione degli Stati Uniti, comincerà a guardare uno per uno i grandi paesi europei quasi con sufficienza. Coloro che parlano, di là e di qua dell’Atlantico (guarda caso gli isolazionisti USA e i francesi furono i primi a farlo) di una obsolescenza della NATO e di interessi strategici inevitabilmente divaricanti tra Europa e Usa dopo la caduta del comunismo, semplicemente peccano di irrealismo e non fanno i conti con i numeri della demografia, dell’economia e della superficie territoriale. L’Occidente maturo, quello saldo economicamente e democraticamente, sarà ben piccola cosa. Tutto il resto in prepotente ascesa. Su scala mondiale sarà un po’ lo scenario dell’Europa di fine ottocento e primo novecento: un bel mucchio, pauroso, di nazioni in cerca di un posto al sole, con tutti i problemi sociali interni dovuti alla crescita; che se non si risolveranno all’interno, si sfogheranno all’esterno. Se non troveranno la deterrenza dell’unione d’intenti militare ed economica dell’occidente euro-americano.
    Sarkozy ha semplicemente capito che la Francia può “realisticamente” fare i propri interessi solo nel quadro della solidarietà occidentale.”

    "Mi piace"

  2. E’ saltato ciò che dissi alla “vigilia delle elezioni” che era questo per il temerario che trovi il tempo di leggere:

    “Parlando a spanne si potrebbe dire questo: che se la vittoria del candidato gollista rappresenterà un’evoluzione della società francese, un suo cauto ma necessario aprirsi al nuovo mondo globalizzato, la vittoria del candidato socialista non potrà essere che un’involuzione, un avvitarsi, di segno rosso stavolta, nella deriva antiliberale stoltamente sposata, nell’illusione di poterla controllare ai fini di una politica fondamentalmente nazionalista e franco-francese, dalla coppia Chirac–De Villepin. Di fronte alla platea dell’opinione pubblica mondiale Sarkozy si presenterà, e sarà, crediamo, garante di una politica estera di amicizia se non di organica alleanza con gli Stati Uniti, di un’idea di Europa sensata, nel rispetto delle entità nazionali e con un chiaro e tondo no alla entrata della Turchia; un invito, quindi, all’Europa a raccogliersi, ora, in se stessa, a rinforzarne le fondamenta, più che a avventurarsi in nuovi inglobamenti atti a costruire solo un bel colosso d’argilla. Ma questo sarà anche un modo per dire ai partner europei ed atlantici di lasciarlo in pace sul fronte interno, dove, se avrà sufficiente forza, tenacia e costanza dovrà combattere una formidabile e quotidiana battaglia, non tanto, com’è invece il caso in Italia, con sedimentate burocrazie, o sorde ed inamovibili oligarchie di potere, ma contro una mentalità che in qualche modo traversa tutta la società francese, e che viene da lontanissimo, da quella centralizzazione che l’assolutismo regale costruì per secoli, e che la rivoluzione repubblicana solo purificò nelle forme. […]stiamo parlando di un paese dove viene dato per favorito il candidato della destra quando le ultime tornate elettorali hanno premiato massicciamente la sinistra; ciò significa la forza ancora tutta intatta del sentimento socialisteggiante della società transalpina. Se Sarkozy sarà il nuovo presidente non lo sarà certo per qualche improvvisa voglia di liberalismo; sarà piuttosto il risultato delle aspettative dei francesi sui temi della sicurezza e della identità culturale. Ma tout se tient: parete nord o parete sud, l’importante è cominciare la scalata della montagna; dove Sarko dovrà per forza affrontare quei temi di libertà economica sui quali lo schietto candidato gollista ha finora opportunamente molto menato il can per l’aia, come si dice en Italie.”

    "Mi piace"

  3. Caro Zamax,

    beh, innanzitutto complimenti per la capacità analitica e previsionale.

    La mia impressione è, però, che se la scommessa di Chirac era avventata, quella di Sarkozy non lo sia di meno. Chirac pensava appunto che Europa e Paesi emergenti avrebbero voluto la guida francese. Sarkozy pensa che gli USA abbiano a lungo bisogno della Francia. In realtà, non appena gli interessi della Francia inizieranno a contrastare con quelli americani, sono abbastanza certo che le relazioni tra i due Paesi andranno peggiorando.

    Certo, rimane sempre la terza opzione – quella dei governi Berlusconi (verso gli USA) e Prodi (verso l’UE). Svendere gli interessi nazionali per rimanere fedeli agli alleati. Non penso che i francesi vogliano percorrere una tale strada.

    Saluti, ag.

    "Mi piace"

  4. Grazie, i complimenti di un esperto in materia fanno piacere.
    La mia opinione è che, stante i fenomeni epocali che stiamo vivendo: nientepopodimeno che l’ascesa del “terzo mondo”; con miliardi di persone che stanno uscendo dal sottosviluppo; con prevedibili nuovi orgogli nazionali, spesso di scala continentale,che si creeranno; con un potenziale enorme di aggressività verso l’esterno che potrebbe prodursi per surrogare i problemi derivanti dalla scarsa democrazia e liberalità interna di questi paesi; con tutto questo credo che passeranno vari decenni prima che gli interessi francesi e/o europei trovino ragioni sufficienti per scontrarsi con quelli americani.
    C’è anche un fatto, per così dire “psicologico”, da tenere a mente e che secondo me percorre silenziosamente sottotraccia il globo oggigiorno: una voglia, ora che il resto del mondo comincia a rendersi conto delle sue forze, di “emanciparsi” dalla tutela e dall’esempio dell’Occidente Euroamericano, e di rendere la pariglia…
    La “secolarizzazione” occidentale trionfa, al di là delle apparenze, ma, come in passato, passando per stadi di brutale elementarità, e si ritorce come un’onda di ritorno sui lidi da dove è partita.

    "Mi piace"

  5. Non sono sicuro che l’Occidente rimanga unito ancora per molto tempo. Posso sbagliarmi, ma una serie di fattori sembrano indicare una strada divergente.

    In primo luogo, l’Occidente può restare unito se c’è voglia e interessi a operare insieme. Ciò non può succedere. Un presidete americano metterà sempre e comunque gli interessi americani al primo posto – altrimenti non verrà eletto. Così faranno i vari governi europei. E’ il problema della collective action.

    In secondo luogo, gli stessi USA chiedono all’Europa nuove e maggiori capacità militari. L’evidenza empirica dimostra che chi ha le armi poi decide anche di usarle. L’asse atlantico dunque può continuare solo se l’Europa diventa una potenza militare. Ma quando sarà una potenza militare avrà un incentivo maggiore ad ostruire i piani egemonici degli USA piuttosto che a favorirli. A meno, ovviamente, che gli USA permettano all’Europa guadagni relativi maggiori. Eventualità improbabile.

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.