Tibet e Tremonti – finalmente si parla di Cina

di Andrea Gilli

Il dibattito politico italiano è stato recentemente scosso da due fenomeni che, per quanto distinti, hanno finalmente portato a discutere della Cina. I due fenomeni sono, da un lato, la recente ondata di violenze che si è scatenata sul Tibet, e dall’altro la pubblicazione del pamphlet La Paura e la Speranza (2008) dell’ex-ministro Giulio Tremonti.

L’arrivo della Cina come argomento di dibattito è da salutare assolutamente in maniera positiva visto che, finora, chi ha trattato questo tema lo ha fatto in maniera dilettantesca e superficiale (si vedano i volumi di Rampini, per esempio).

La geometria della politica e dell’economia internazionale si sta infatti spostando ad Est – ed è quindi necessario che di ciò si discuta. In particolare, è necessario discutere sia delle implicazioni che la crescita economica cinese ha e avrà su di noi (Tremonti), che delle conseguenze dell’accumulazione di potere politico a Pechino (Tibet).

Per quanto in Italia la parola continui ad essere lasciata principalmente ad inesperti ed impreparati, va guardato con favore il fatto che si inizi a ragionare sulla necessità/eventualità di un nuovo ordine mondiale per cercare di dare stabilità e calma ad un mondo sempre più avvolto dalla paura. Tremonti per esempio propone nel suo testo una nuova Bretton Woods – tradendo forse, alla fine, una fiducia nell’economia (che dalla lettura del suo testo sarebbe così in grado di governare i processi politici) che egli stesso inizialmente condanna. Carlo Pelanda, sulle pagine de Il Sole-24 Ore, propone invece una Grande Alleanza “per frenare la Cina”. L’idea, che ricalca la proposta avanzata da più parti di una “Organizzazione delle democrazie”, consisterebbe nel mettere insieme il maggior numero possibile di Paesi (dalla Russia al Giappone, dagli USA all’Europa) per “frenare” la crescita cinese – crescita che, secondo Pelanda, mostrerà presto il suo lato più feroce e bellicoso, anche nei nostri confronti.

In questa sede, ci limitiamo solo ad evidenziare i limiti delle due proposte citate (e finora anche le uniche a noi note).

Per quanto riguarda la proposta di Tremonti di una nuova Bretton Woods, non si può non rilevarne almeno tre problemi fondamentali. In primo luogo, Bretton Woods funzionò perché regolava i rapporti economici internazionali all’interno di un’area quasi totalmente chiusa verso l’esterno. L’URSS non faceva parte del nuovo sistema economico fondato nel 1944. La situazione di oggi è ben diversa – l’integrazione economica tra i Paesi dell’Occidente e la Cina è ben superiore. Senza la Cina, il sistema non funzionerà. Con la Cina, il sistema non sarà come Tremonti vorrebbe.

Qui infatti veniamo al secondo problema. L’ordine economico definito a Bretton Woods si reggeva su un assunto fondamentale – la supremazia economica, politica e militare americana. Oggi questa supremazia è molto meno certa. Gli Stati Uniti continuano ad essere la più grande potenza mondiale – ma la loro forza non è tale da poter imporre alla Cina qualsiasi decisione, come per esempio avvenne nei confronti della Gran Bretagna nel 1944.

In terzo luogo, Bretton Woods durò circa 25 anni. Quello scorcio di secolo permise il riaggiustamento politico dell’Europa. Sarebbe dunque puerile sminuirne l’importanza. Il dato che va tratto è però un altro. Non ci si può illudere che basti Bretton Woods per risolvere i problemi di ordine e stabilità internazionale. Né tanto meno si può pensare che una maggiore regolazione dell’economia internazionale possa risolvere i problemi politici del nostro mondo.

Su quest’ultimo punto, la proposta di Tremonti è certamente debole, per non dire debolissima. Pelanda da parte sua cerca di darvi una soluzione, che però a nostro modo di vedere non è meno priva di problemi.

In primo luogo, infatti, l’idea di base è che le democrazie siano nettamente più reattive e anche interessate a dialogare tra di esse, che non con la Cina. In sostanza, si dice che se tutte le democrazie del mondo si unissero, e facessero blocco comune, allora potrebbe essere più facile fronteggiare Pechino. La proposta, che vuole essere pragmatica, nasconde invece un idealismo un po’ fatuo e ingenuo. Se tutti gli uomini fossero buoni ci sarebbe la pace – dicevano gli idealisti di inizio ‘900. Si è scoperto che di uomini buoni non ve ne sono, e allora la questione è stata sepolta. Ci sembra che allo stesso destino sia costretta la proposta di Pelanda. L’Unione Europea, il più progredito esempio di integrazione fra democrazie, è anche il più sclerotico sistema politico al mondo. Recentemente è stato difficile trovare una posizione comune sul Kosovo, probabilmente lo stesso varrà sul Tibet, in passato era già successo sulla guerra in Iraq. Credere che l’Unione Europea e le altre democrazie del mondo possano raggiungere il livello di coordinamento che Pelanda sembra auspicare è più ridicolo che irreale. Anche perché è difficile ignorare il fatto che la Cina reagirà ad una tale manovra di accerchiamento – la sua politica estera economica verso il Medio Oriente e il Sudamerica va già infatti in questa direzione.

In secondo luogo, non è esattamente chiaro come la Russia si possa collocare all’interno di questo disegno – la Russia sarebbe una democrazia? Ma soprattutto, non è chiaro come far combaciare il presunto comune interesse europeo, russo ed americano a bilanciare la Cina, con i divergenti interessi geopolitica e strategici che dividono proprio Russia, Europa e America (interessi divergenti che si palesano ad ogni crisi internazionale – l’esempio più recente è dato dal Kossovo).

Infine, la proposta di Pelanda è priva di tre considerazioni fondamentali – tutte e tre facilmente derivabili dalla teoria delle relazioni internazionali. In primo luogo, come il dibattito accademico sull’unipolarismo americano dimostra, ad essere bilanciati (o “frenati” come dice Pelanda), non sono quelli che Robert Gilpin chiama “rising hegemons”, bensì sono gli Stati più forti, soprattutto se gli interessi di questi ultimi sono nettamente in contrapposizione con gli altri attori del sistema internazionale (Waltz, 1979). La politica estera statunitense degli ultimi quindici anni è stata caratterizzata da aggressività e unilateralismo. Non si capisce perché ora tutti gli altri attori (in particolare la Russia e l’Europa) dovrebbero prendersela con la Cina, quando i loro interessi sono stati lesi da Washington.
In secondo luogo, come lo stesso Gilpin insegna (1981), i Paesi egemoni tendono a creare un ordine economico e politico (i beni pubblici internazionali di cui parlava Kindleberger) che favorisce la crescita di rivali i quali, prima o poi, andranno a capo di quell’ordine. Pensare che gli Stati Uniti possano fare eccezione rispetto a questo pattern  non va solo contro il buon senso, ma va soprattutto contro la storia. Otto von Bismark diceva che “Dio ha un’attenzione particolare per gli stupidi, gli ubriachi e gli Stati Uniti d’America”. Di fronte alle leggi della politica internazionale, neppure Dio può tanto – con rispetto parlando.
In terzo luogo, l’obiettivo della Cina consiste nel raggiungere l’egemonia del suo continente – l’unico modo con il quale Pechino può garantire la propria sicurezza nazionale (Mearsheimer, 2001). Tale obiettivo ha ovviamente delle pesanti implicazioni economiche e politiche – che tutti noi vorremmo evitare. Per bloccare tale ascesa, sono necessari due “semplici” passi. Una sapiente diplomazia economica che allontani le fonti energetiche da Pechino – in questo senso, sarebbe essenziale distanziare i Paesi mediorientali dalla Cina, Iran in primis. Dall’altra parte, non ci si può che affidare al secondo Paese più forte della regione per bloccare la Cina – quel Paese è l’India. E’ già dal 2005 che gli USA lavorano in tal senso. Da ciò, l’unica conclusione che si può trarre è che l’Europa sarà sempre meno importante e considerata, in futuro. A quel punto, la possibilità di dettare le regole di una nuova Bretton Woods appaiono molto remone. A meno che il Vecchio Continente, di fronte alle sfide che si troverà ad affrontare, non si compatti e diventi un unico attore politico. Ma a quel punto, non si capirebbe più nè la necessità di allearsi con gli USA (visto che gli interessi in contrapposizione saranno più di quelli comuni) che addirittura di una nuova Bretton Woods.

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