Tre motivi per cui Sarkozy non ci stupira’

di Andrea Gilli

La vittoria, in parte inaspettata (per i mainstream media italiani, beninteso), e in parte rivoluzionaria, di Nicolas Sarkozy alla elezioni presidenziali francesi merita di essere scrutinata attentamente, soprattutto per comprendere quali saranno le sue consequenze sulla politica francese.

In questa sede ci limitiamo ad esaminare gli effetti sulla politica estera.

In molti ambienti si e’ diffusa la convinzione secondo la quale Nicolas Sarkozy si allontanera’ dalla politica neo-gollista che ha caratterizzato il suo predecessore, Jacques Chirac.

Non neghiamo che Sarkozy, uomo giovane, brillante, e per molti versi contro-corrente, possa ribaltare la politica estera francese. Sono gli uomini, in fin dei conti, a fare il mondo. Ma non bisogna dimenticare che e’ anche il mondo a fare gli uomini.

A nostro modo di vedere, almeno tre elementi ridurranno sensibilmente le possibilita’ che Sarkozy si smarchi nettamente dal suo predecessore, almeno nel campo della politica estera. La cultura francese, la geografia, e la natura del sistema internazionale – che in modo molto semplice possono essere ridotti a caratteristiche del livello di analisi a cui si guarda: quello unitario (lo stato: la cultura francese), quello sotto-sistemico (la regione europea: la geografia) e quello sistemico (la politica internazionale: il sistema internazionale).

Cambia l’uomo alla guida delle politique étrangère francese: ma non cambia ne’ la Francia, ne’ la geografia europea, ne’ la natura del sistema internazionale. Possibile che un uomo, da solo, possa tanto? Noi ci permettiamo di dubitare.

La Francia. La Francia rimane la Francia. Questo e’ il Paese che ha espresso Sarkozy, ma e’ anche il Paese che lo puo’ far crollare. Non bisogna infatti dimenticare che la Francia e’ un Paese fortemente orgoglioso del suo carattere nazionale, si fonda su una cultura che reclama un suo status internazionale, e su un’identita’ nazionale che fa continuamente affidamento a passate glorie per giustificare un ruolo che oramai non le spetta piu’. Lo stesso Sarkozy ha necessariamente dovuto richiamarsi ai valori francesi per essere eletto: sintomo che nel suo mandato e’ implicitamente racchiuso un obiettivo, quello di riportare la francesita’ al suo vecchio splendore. In altre parole, se pensiamo al neo-gollismo come ad una turba mentale di Chirac, allora e’ facile pensare che esso verra’ abbandonato quanto prima, appunto appena Chirac lascera’ l’Eliseo. Ma se il neo-gollismo e’ il piu’ intimo prodotto della Francia, allora e’ facile pensare che questo fantasma non verra’ scacciato in fretta. In un brillante ed interessante saggio, Philip H. Gordon (1993) rileva alcuni tratti fondamentali della politica francese durante la Guerra Fredda, che questi etichetta come gollisti. Il punto cruciale del suo volume e’ che questi tratti sono ricorrenti, a prescindere dal presidente in carica, tanto che alcuni di essi si sono palesati anche durante le presidenze di alcuni dei piu’ fieri oppositori del gollismo, quali Giscard-d’Estaing e Mitterand. Sarkozy sara’ anche Sarkozy, ma rimane sempre francese. Quando ragiona, pensa, riflette, Sarkozy ricorre agli schemi mentali francesi, non a quelli che noi vorremmo egli adottasse. Questo e’ il primo elemento da tenere in considerazione.

L’Europa: la geografia. L’identita’ culturale francese non e’ ovviamente un prodotto della provvidenza, ma semplicemente il risultato dell’interazione tra geografia, popolo, economia, etc. Cio’ per dire che al di la’ della presidenza, la Francia rimane uno Stato situato nel centro del continente Europeo, dove storicamente ha dovuto fronteggiare le sfide economiche inglesi e quelle militari tedesche. Inoltre, la sua naturale propensione mediterranea lo ha portato a rivendicare un ruolo in Medio Oriente e in Africa, scontrandosi cosi’ non di rado con le velleita’ italiane. La geografia conta, e molto: sebbene la tecnologia permetta spesso di superarne i limiti, e’ la prossimita’ ad una minaccia che ne determina la sua importanza. In altri termini, e’ la dimensione spaziale che influisce principalmente sulla concezione e percezione di cio’ che rappresenta una minaccia o un’opportunita’. Per dirla piu’ semplicemente: la Corea del Nord puo’ anche essere uno Stato canaglia, ma difficilmente essa puo’ colpire la Francia. Ecco perche’ all’Eliseo non si sono mai curati troppo di questo problema.

La geografia dunque determina buona parte degli interessi della Francia – interessi che non mutano, a dispetto di chi sieda sulla sua poltrona piu’ alta. E questi interessi possono essere riassunti in due grandi sotto-gruppi: un interesse affinche’ l’Europa non diventi un dominio tedesco, ma neppure una confederazione economica affine agli interessi inglesi. E un interesse nel Medio Oriente e in Africa, dove il Paese vuole mantenere il suo ruolo di attore privilegiato. Difficile che Sarkozy possa accettare compromessi su questi due punti: nel primo caso vorrebbe dire sottomettere la Francia alla volonta’ altrui. Cio’ puo’ anche succedere, ma a quel punto avremmo di fronte il peggior cultore degli interessi francesi degli ultimi sei secoli (forse solo dopo Napoleone III). Nel secondo caso vorrebbe dire ridimensionare drasticamente il ruolo internazionale del Paese: quanto di peggio si puo’ concepire. Difficile che un uomo che mira a ridare lustro alla Francia possa procedere in una, o entrambe, di queste direzioni.

Il sistema internazionale. Infine, la natura del sistema internazionale. Sarkozy o non Sarkozy, il sistema internazionale rimane fondato sull’anarchia: ogni Stato e’ sovrano e deve la sua indipendenza alla sua forza militare. In tale contesto competitivo, ogni Stato e’ portato a massimizzare la propria forza relativa per cercare di contare il piu’ possibile a livello internazionale. Cio’ significa, tra le altre cose, ostacolare sistematicamente il piu’ forte affinche’ questo dia delle contropartite in cambio del lascia-passare francese, se non addirittura favorire dei possibili avversari futuri pur di indebolire gli avversari presenti. L’obiettivo, appunto, rimane sempre quello di massimizzare la propria posizione. Sotto questa luce, e’ palmare quanto il comportamento di Chirac rispecchiasse una logica ben precisa (e prevedibile). Anche in questo caso, e’ difficile pensare che Sarkozy si possa distanziare nettamente da queste posizioni. Almeno se il suo obiettivo e’ quello di servire la Francia. Il buon senso fa dubitare che possa agire altrimenti.

In conclusione, non abbiamo voluto offrire un’analisi deterministica. Crediamo che il ruolo dell’individuo sia fondamentale, e la stessa politica sia piu’ simile ai meccanismi delle nuvole (imprevedibili) che a quelli degli orologi – per riprendere la famosa metafora di Popper. Cio’ non toglie, pero’, che tutta la fantasia, l’estro e l’imprevedibilita’ di Sarkozy dovranno far conto con il duro realismo dei fatti: la cultura francese, dalla quale Sarkozy ricava la sua legittimita’, la geografia europea, nella quale egli ha il suo spazio di manovra, e il sistema internazionale, quello che determina il sistema di incentivi e disincentivi che muovono gli Stati – Francia inclusa.

La sua salita al potere da’ molti motivi di compiacimento, soprattutto per la sua relativamente giovane eta’. Il sistema francese e’ antiquato, ovattato e obsoleto: e dunque e’ possibile che egli sia in grado di cambiarlo. Difficile pensare pero’ che un uomo solo possa cambiare, senza essere punito o bloccato, anche la politica estera fracese e/o addirittura cio’ che la determina: il carattere normativo del nazionalismo (francese), le barriere e le costrizioni geografiche nelle quali il suo Paese e’ incastonato, e la millenaria natura hobbesiana del sistema internazionale. Per un solo uomo sembra davvero troppo, anche se si chiama Sarkozy.

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3 Replies to “Tre motivi per cui Sarkozy non ci stupira’”

  1. Pingback: Anonimo
  2. Però, ad esempio, può essere che il franco-francese Sarkozy, nell’interesse della sua Francia, al contrario di Chirac, si renda conto o pensi che alla fin dei conti convenga al suo paese la partecipazione alla “pax americana”; nella non stravagante ipotesi che poi, stante l’impossibilità per gli USA di fare i “gendarmi del mondo”, si possa trasformare piano piano insensibilmente in una sorta di “cogestione”; nella quale il campo d’azione della Francia rimarrebbe quello sempre caro ai suoi interessi…
    Un coordinamento di fatto della politica dell’Occidente, senza pestarsi i piedi a vicenda.

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