La Russia è tornata: il letargo dell’Orso è finito

di Mauro Gilli

Delle molte interpretazioni sulle origini della Guerra Fredda, quella di Louis Halle nel suo The Cold War as History merita certamente attentione. Secondo Halle, la geopolitica – e non lo scontro ideologico – rappresenterebbe la causa originaria della tensione che ha connaturato i rapporti tra Unione Sovietica e Stati Uniti per i 44 anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale. A 18 anni dal crollo del Muro di Berlino e a 16 dalla fine ufficiale della Guerra Fredda, questa interpretazione sembra tornare particolarmente utile.

La nuova politica estera russa – Nel corso degli ultimi anni, infatti, la Russia ha rimodulato sensibilmente la propria politica estera. In particolare, sembra essersi palesata chiaramente l’intenzione di far sentire la sua voce e di difendere i suoi interessi. A partire da eventi minori, come il vertice di Lathi dello scorso anno – durante il quale il Presidente russo Putin rispose piccato ai giornalisti, affermando che la parola “mafia” è di origine italiana e che la corruzione è molto ben visibile nell’amministrazione spagnola -, fino a circostanze di maggiore rilevanza, come le perlustrazioni sottomarine vicine al Polo Nord, la difesa del programma nucleare iraniano, e le tensioni con Georgia e Ucraina, la Russia non sembra più quella che solo fino a pochi anni fa era da tutti considerata una “ex-superpotenza”.

Piuttosto, è sempre più evidente come la Russia sia desiderosa di tornare come protagonista sullo scacchiere internazionale. Le dichiarazioni del Presidente Putin di questi ultimi giorni su un nuovo programma di riarmo nucleare appaiono come una ulteriore conferma.

Durante gli anni di Eltsin, la Russia non era un paese sottomesso. La fine della Guerra Fredda – per chiamarla con il suo nome: la sconfitta subita – aveva però inciso duramente sulla sua capacità di imporsi sul piano internazionale, e inevitabilmente il suo ruolo fu ridotto. Con la guerra in Kosovo fu però evidente che il mondo non era “unito”, ma ancora diviso tra Potenze.

In Italia ben pochi sono riusciti a fare chiarezza nella confusione creata dalla contingenza dei fatti. Mario Sechi, vice-direttore e capo della redazione romana di Panorama, già due anni fa, quando nel nostro Paese ancora si tessevano le lodi del presidente russo (fatto salvo per i critici delle condizioni in Cecenia), suggeriva un libro, pubblicato dal prestigioso Center for Strategic and International Studies, dall’eloquente titolo The Cold Peace. Nel giro di due anni, la Russia di Putin sembra aver intrapreso la strada che questo volume paventava.

Il controllo delle sue risorse naturali (gas e petrolio) è stato aumentato, ed è poi stato usato contro il tentativo di alcuni Paesi di distaccarsi dalla sfera di influenza russa (le rivoluzioni democratiche in Georgia e Ucraina) portando, se non ad un loro fallimento, per lo meno ad un sostanziale ridimensionamento. Nel dossier nucleare iraniano, la Russia ha poi impedito ogni tipo di soluzione diplomatica. E infine, la collaborazione con la Cina su molti aspetti, non ultimo quello energetico, è stato rafforzato arrivando – come accaduto al vertice annuale sulla sicurezza internazionale tenuto lo scorso febbraio a Monaco di Baviera – a contestare direttamente il potere americano (specificatamente, Putin disse che gli Stati Uniti usano la forza in maniera eccessiva, illegittima, e al di là dei loro confini nazionali).

A questo punto, ci si chiede quale sarà il ruolo della Russia nel futuro. Per fare ciò è però necessario considerare come è finita la Guerra Fredda.

La fine della guerra fredda: i miti e la realtà – La fine della Guerra Fredda è stato un importante evento non solo per la politica internazionale – il cui assetto fu infatti rivoluzionato – ma anche per la disciplina che ha sempre tentato di capire come funzionassero gli affari internazionali, ossia quella branca della scienza politica che si chiama relazioni internazionali.

A livello accademico, la fine della Guerra Fredda suscitò un grande dibattito, le cui origini possono essere ritrovate nel feroce antagonismo che le teorie realiste, e più precisamente il neorealismo di Kenneth Waltz, avevano da sempre incontrato negli ambienti universitari statunitensi e ancor più in quelli europei. Il fatto che il realismo non avesse previsto quanto accaduto alla fine degli anni ’80, per gli studiosi delle scuole costruttivista e liberale, fu infatti la prova della sua debolezza – la prova che costoro stavano cercando da decenni.

In questa sede non è nostro interesse difendere le teorie realiste. E’ invece importante constatare come le interpretazioni del tutto sbagliate, per non dire fantasiose, sulla fine della Guerra Fredda abbiano contribuito fortemente ad annebbiare la vista di quelli che oggi tentano di capire la politica estera russa.

Secondo la vulgata degli anni ’90, la guerra fredda sarebbe finita grazie a tre fattori. In primo luogo grazie alle nuove idee (“new thinking”) che avrebbero iniziato a circolare in Unione Sovietica negli anni ’80; in secondo luogo, grazie alla nuova leadership (ossia, al Segretario Generale Gorbachev) che avrebbe permesso a queste idee di circolare e, ancora più importante, che ne avrebbe accettato i punti più importanti, dando così luogo ad una gestione degli affari internazionali basata sulla cooperazione piuttosto che sulla competizione; e, infine, grazie al processo di apertura e democratizzazione interno che avrebbe portato l’ex Unione Sovietica ad una minore aggressività verso gli altri Paesi.

Tutto molto bello. Ma anche molto sbagliato. Che la Guerra Fredda sia finita grazie alle nuove idee, piuttosto che alla nuova leadership, o, ancora, grazie al processo di apertura interna è tutto fuorché provato. Cosa è provato, invece, è che essa sia finita perché – come il realismo e il neorealismo hanno sempre sostenuto – in un mondo bipolare, uno dei due attori si è trovato a non avere più le risorse necessarie per bilanciare il suo principale antagonista.

Randall Schweller e William Wolforth hanno condotto interessanti ricerche sull’argomento, dimostrando come la variabile determinante fosse il potere, e, più precisamente, il potere relativo e non le idee, la nuova leadership o il processo di democratizzazione (si veda R. Schweller e W. Wohlforth, “Power Test: Evaluating Realism in Response to the End of the Cold War, in Security Studies, IX, 3, 2000; e William Wolforth, “The End of the Cold War as a Hard Case for Ideas,” in Ideas and the End of the Cold War, Nina Tannenwald and William C. Wohlforth, eds., Special Issue of the Journal of Cold War Studies, Vol. 7, No. 2, Spring 2005).

In altre parole, la Guerra Fredda è finita quando l’Unione Sovietica si è trovata a non essere più in grado di mantenere i suoi impegni. Il fatto che già nel 1981 la dottrina Brezhnev fosse stata abbandonata, e si fosse deciso di non intervenire nell’Europa dell’Est (in Polonia) ne è forse la conferma più evidente.

Dove andrà la Russia? – Proprio Wolforth, uno degli studiosi che ha contribuito maggiormente a “resuscitare” il realismo, non ha mancato di sollevare dubbi sui facili entusiasmi post-Guerra Fredda. La Russia, scrisse qualche anno fa il professore al prestigioso Darthmouth College, sarebbe tornata alla ribalta. Quando le sue risorse glielo avrebbero permesso.

Oggi la Russia non è ancora in grado di “bilanciare” gli Stati Uniti. Il differenziale economico, tecnologico e militare è tale per cui gli Stati Uniti rimangono inesorabilmente il Paese più forte a livello internazionale. Il potere, però, è un concetto relativo. Se c’è uno forte, ci deve essere uno debole. Durante la Guerra Fredda “l’equilibrio di potere” determinava infatti l’incapacità sostanziale degli attori principali, Stati Uniti e Unione Sovietica, di affermare la loro volontà sull’altro. La Russia oggi sta crescendo. In termini economici, in termini politici (con una fitta rete di alleanze) e soprattutto in termini geopolitici (grazie alla sua politica energetica, la dipendenza europea dalle risorse energetiche russe è in costante crescita) .

La sua politica estera sarà dunque dettata principalmente dalla crescita del suo potere relativo. E questo avrà importanti conseguenze sul piano internazionali. Paul Dibb, su The American Interest dello scorso anno, ha avvertito solennemente:

A resurgent Russia will not be a recycled Soviet Union, either in terms of messianic ideology or territorial conquests. The Cold War as such will not return. But make no mistake: this renewed Russia will be strong, assertive and probably increasingly undemocratic. Its human rights record will not be pleasant, and it will definitely not be a consistent or reliable partner of the West.

La Russia rimane ancora inevitabilmente legata a gravi problemi domestici, a partire dalla diffusione dell’HIV fino all’alcolismo. In modo analogo, per quanto abbia registrato una forte crescita economica grazie ai prezzi del gas e del petrolio, la sua economia non è ancora “forte”. Ma ciò che appare ormai evidente, è che dalla Russia ci si dovrà aspettare tutto tranne che un partner con cui cooperare.

Ciò non è dettato dalla leadership di Putin, né dal processo di involuzione democratica che si sta manifestando. Come aveva spiegato Montesquieu, se la sorte di uno Stato dipende da un singolo fattore – nel nostro caso, la leadership di Putin piuttosto che la stabilità della democrazia – significa che tutte le altre possibili cause hanno messo questo Stato in una situazione in cui questo fattore possa essere determinante.

Dalla Russia, dunque, e non da Putin o dal sistema politico russo, ci sarà da aspettarsi una crescente tendenza a far sentire la propria voce e ad avanzare richieste verso gli altri Paesi. L’Orso si è dunque risvegliato dal suo letargo – ammesso che vi si fosse mai ritirato.

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2 Comments

  1. In The making of strategy uno degli autori (non ricordo quale dei 19 capitoli fosse) diceva esplicitamente che con Gorbaciov la Russia si era presa una pausa per riposarsi. Concordo con l’analisi, ma per quanto riguarda le idee, se Putin dovesse prendere a calci ogni cittadino per farsi dare un rublo non potrebbe far nulla: sono le idee che alimentano gli eserciti, perchè è la legittimità e l’accettazione che fa la forza di una polity.

    Parzialmente off topic, ma in realtà non tanto, stavo pensando che esistono un paio di eccezioni, sembra, alla regolarità secondo la quale la politica estera non cambia che nei dettagli con il regime interno: l’Iran da Palhavi a Khomeini, e la separazione tra Nord e Sud Corea. Mentre altri casi, come Italia, Germania, Giappone dopo la WWII derivano da grandi cambiamenti strutturali nella situazione internazionale e quindi non confermano nè smentiscono.

  2. Grazie del commento. Mi permetto di sottolineare due aspetti relativamente alle obiezioni sollevate.

    Per quanto riguarda il peso delle idee, nessuno nega la loro l’importanza. L’aspetto che qui si voleva sottolineare è che esse possano essere, come nel caso della fine della Guerra Fredda, non determinanti. A parità di condizioni, le idee possono determinare il comportamento di un attore. Il problema, in questo caso, è che non vi era “parità di condizioni”. Rispetto agli anni ’70, l’Unione Sovietica negli anni ’80 si trovava di fronte ad una sensibile diminuzione del suo potere relativo verso gli Stati Uniti, in termini economici, militari e tecnologici.

    La domanda sporge dunque spontanea: se questo declino non ci fosse stato, la Guerra Fredda sarebbe finita lo stesso, per via delle idee?

    La risposta è ovvia. No. Se l’Unione Sovietica fosse riuscita a mantenere il passo con gli Stati Uniti, la guerra fredda sarebbe continuata. Le idee che iniziarono a circolare in Unione Sovietica, come lo stesso atteggiamento di Gorbachev, non erano infatti nient’altro che una reazione alla diminuzione del potere relativo. L’Unione Sovietica era in difficoltà, non riusciva più a mantenere il passo con gli USA, e allora iniziò a mediare.

    Relativamente al secondo aspetto, posso dire di concordare pienamente. La politica estera cambia in base al regime interno di un Paese. Anche in questo caso, però, dobbiamo chiederci se le istituzioni domestiche sono il fattore determinante.

    Italia, Germania e Giappone dopo la seconda guerra mondiale erano sotto l’obrello americano. Ossia, per loro, la politica internazionale non era più hobbesiana. Non dovevano preoccuparsi della loro sicurezza – che, per tutti gli Stati, è la prima e più importante preoccupazione. Quando la sicurezza non è più a rischio, allora gli Stati si occupano di altri problemi (anche se la politica di potenza continua ad dominare, come sottolineato da Micheal Mastanduno, “Do Relative Gains Matter? America’s Response to Japanese Industrial Policy, International Security, Vol. 16, No. 1 (Summer, 1991), pp. 73-113)

    Il regime interno di un Paese è certamente una variabile da considerare, ma non è l’unico aspetto a determinare la politica estera di un Paese. E, soprattutto, in condizioni di insicurezza, non è quello più importante. Come ha chiesto retoricamente Robert Jervis: “come si comportano i coinquilini di un edificio quando c’è un incendio?”. Il libro di Halle è particolarmente interessante da questo punto di vista. Esso rintraccia nella particolare posizione geopolitica russa, che porta con sè uuna grande vulnerabilità, la variabile più importante nel determinare la politica estera di questo paese.

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