La Russia è tornata: il letargo dell’Orso è finito

2 pensieri su “La Russia è tornata: il letargo dell’Orso è finito”

  1. In The making of strategy uno degli autori (non ricordo quale dei 19 capitoli fosse) diceva esplicitamente che con Gorbaciov la Russia si era presa una pausa per riposarsi. Concordo con l’analisi, ma per quanto riguarda le idee, se Putin dovesse prendere a calci ogni cittadino per farsi dare un rublo non potrebbe far nulla: sono le idee che alimentano gli eserciti, perchè è la legittimità e l’accettazione che fa la forza di una polity.

    Parzialmente off topic, ma in realtà non tanto, stavo pensando che esistono un paio di eccezioni, sembra, alla regolarità secondo la quale la politica estera non cambia che nei dettagli con il regime interno: l’Iran da Palhavi a Khomeini, e la separazione tra Nord e Sud Corea. Mentre altri casi, come Italia, Germania, Giappone dopo la WWII derivano da grandi cambiamenti strutturali nella situazione internazionale e quindi non confermano nè smentiscono.

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  2. Grazie del commento. Mi permetto di sottolineare due aspetti relativamente alle obiezioni sollevate.

    Per quanto riguarda il peso delle idee, nessuno nega la loro l’importanza. L’aspetto che qui si voleva sottolineare è che esse possano essere, come nel caso della fine della Guerra Fredda, non determinanti. A parità di condizioni, le idee possono determinare il comportamento di un attore. Il problema, in questo caso, è che non vi era “parità di condizioni”. Rispetto agli anni ’70, l’Unione Sovietica negli anni ’80 si trovava di fronte ad una sensibile diminuzione del suo potere relativo verso gli Stati Uniti, in termini economici, militari e tecnologici.

    La domanda sporge dunque spontanea: se questo declino non ci fosse stato, la Guerra Fredda sarebbe finita lo stesso, per via delle idee?

    La risposta è ovvia. No. Se l’Unione Sovietica fosse riuscita a mantenere il passo con gli Stati Uniti, la guerra fredda sarebbe continuata. Le idee che iniziarono a circolare in Unione Sovietica, come lo stesso atteggiamento di Gorbachev, non erano infatti nient’altro che una reazione alla diminuzione del potere relativo. L’Unione Sovietica era in difficoltà, non riusciva più a mantenere il passo con gli USA, e allora iniziò a mediare.

    Relativamente al secondo aspetto, posso dire di concordare pienamente. La politica estera cambia in base al regime interno di un Paese. Anche in questo caso, però, dobbiamo chiederci se le istituzioni domestiche sono il fattore determinante.

    Italia, Germania e Giappone dopo la seconda guerra mondiale erano sotto l’obrello americano. Ossia, per loro, la politica internazionale non era più hobbesiana. Non dovevano preoccuparsi della loro sicurezza – che, per tutti gli Stati, è la prima e più importante preoccupazione. Quando la sicurezza non è più a rischio, allora gli Stati si occupano di altri problemi (anche se la politica di potenza continua ad dominare, come sottolineato da Micheal Mastanduno, “Do Relative Gains Matter? America’s Response to Japanese Industrial Policy, International Security, Vol. 16, No. 1 (Summer, 1991), pp. 73-113)

    Il regime interno di un Paese è certamente una variabile da considerare, ma non è l’unico aspetto a determinare la politica estera di un Paese. E, soprattutto, in condizioni di insicurezza, non è quello più importante. Come ha chiesto retoricamente Robert Jervis: “come si comportano i coinquilini di un edificio quando c’è un incendio?”. Il libro di Halle è particolarmente interessante da questo punto di vista. Esso rintraccia nella particolare posizione geopolitica russa, che porta con sè uuna grande vulnerabilità, la variabile più importante nel determinare la politica estera di questo paese.

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