La sfida italiana all’Europa: la via delle riforme

di Pierangelo De Pace 

Il 25 marzo di cinquant’anni fa, correva il 1957, la classe politica dirigente di sei Paesi europei – Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo – si riuniva a Roma per la firma del Trattato che avrebbe dato vita alla Comunità Economica Europea (CEE), primo importante passo verso la creazione e la determinazione dell’attuale Unione Europea (UE). Cinquant’anni più tardi, i leader di ventisette Paesi europei si ritrovano a Berlino per celebrare l’importante anniversario raggiunto e per riaffermare i principi ispiratori del progetto di integrazione, nonchè per ridefinire gli obiettivi politici ed economici dell’Unione.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale e alla vigilia della firma del Trattato di Roma, i sei Paesi fondatori attraversavano un periodo di particolare fermento economico: la ricostruzione delle rispettive economie, fortemente provate dagli sforzi bellici e dalle distruzioni provocate da un conflitto senza precedenti, procedeva in maniera incessante, ponendo le basi per uno sviluppo di lungo periodo. La CEE nasceva sotto i migliori auspici e le sue potenzialità dirompenti riuscirono ben presto a vincere la concorrenza dei Paesi aderenti all’EFTA – fondata nel 1959 da un gruppo di sette nazioni guidate dalla Gran Bretagna – permettendone un rapido “assorbimento”.

Agli inizi degli anni ’70 molti Paesi europei occidentali potevano vantare livelli di ricchezza e ritmi di crescita paragonabili (se non addirittura superiori) a quelli degli Stati Uniti d’America. Da allora, però, l’inevitabile processo di rallentamento che fece seguito alle fasi di forte crescita del dopoguerra cominciò a produrre il crescente divario tra le economie europee e quella americana che osserviamo ancora oggi.

Altrove nelle pagine di Epistemes si sono messi in evidenza alcuni particolari ed importanti fenomeni che generalmente caratterizzano le economie sviluppate. Tra questi ve n’è sicuramente uno in grado di spiegare – non del tutto, ma in parte non trascurabile – la differente evoluzione temporale dei redditi di USA ed Europa. In linea di principio, a livelli crescenti di reddito possono corrispondere due diverse tendenze non mutuamente esclusive: un aumento generalizzato dei consumi e la sostituzione di un numero crescente di ore di lavoro con ore di tempo libero. Oltreoceano, nell’economia americana in espansione, l’aumento dei consumi ha prevalso nel tempo rispetto alla seconda tendenza, chiaramente preponderante, invece, nella maggior parte delle nazioni europee.

I due fenomeni hanno causato, con il tempo, il materializzarsi di problemi di diversa natura negli USA ed in Europa. Il forte aumento dei consumi ha finito per provocare in America un pericoloso e preoccupante deficit di bilancia commerciale e delle partite correnti, misura dell’esposizione finanziaria di una data economia rispetto al resto del mondo. In Europa la crescente preferenza per il tempo libero rispetto al lavoroscoraggiato, d’altro canto, da sistemi fiscali non propriamente efficientiha contribuito ad accentuare il divario economico con gli USA ed è una delle cause (non l’unica, tuttavia) della cattiva performance economica degli ultimi due decenni.

Alcuni dati interessanti possono chiarire l’entità del divario: il reddito pro-capite italiano è pari al 71% di quello statunitense, quello tedesco e francese al 74%; il reddito olandese all’80%, quello spagnolo al 63%, il britannico al 77%. Ed almeno per il momento, nonostante la crescita congiunturale degli ultimi mesi dovuta principalmente alla forte ripresa tedesca, il gap con l’economia americana non sembra accennare a ridursi.

Sembra assai improbabile che i problemi europei siano riconducibili all’adozione della moneta unica, formalmente solo come unità di conto già nel gennaio 1999 – con l’inizio dell’attività della Banca Centrale Europea – ed in pratica nel gennaio 2002, nella notte del change-over. Nonostante non sia poi un caso che i tre Paesi europei che hanno inizialmente optato per la non immediata adesione all’area dell’euro (Gran Bretagna, Svezia e Danimarca) siano anche le economie più in forma in Europa occidentale. E nonostante le dichiarazioni demagogiche e senza reale fondamento teorico ed empirico di alcuni, anche importanti, esponenti politici europei, purtroppo non sempre appartenenti alle frange più nazionaliste e meno disposte al cambiamento ed all’apertura delle economie nazionali ai flussi di libero scambio commerciale internazionale.

Più realisticamente, le difficoltà all’interno dell’Unione Monetaria devono essere imputate alle cattive prestazioni delle sue tre più grandi economie – Germania, Francia ed Italia, già appartenenti al ristrettissimo gruppo delle sette nazioni più ricche ed industrializzate del pianeta – ed ai rispettivi problemi economici strutturali.

Nel caso che ci interessa più da vicino, quello dell’Italia, è doveroso ricordare brevemente le modalità che portarono all’adesione al gruppo degli undici (poi dodici e tredici, con l’ingresso di Grecia e Slovenia) che inizialmente adottarono la moneta unica;  modalità destinate ad affliggere o, almeno, a non favorire lo sviluppo economico del nostro Paese negli anni successivi.

Assai sinteticamente si può affermare che, con ogni probabilità, l’Italia non fosse nella condizioni economiche adatte all’ingresso nell’area dell’euro sin dall’inizio: nel giugno del 1998, il suo elevato debito pubblico non le consentiva di rispettare tutti i parametri richiesti dal Trattato di Maastricht; a ciò si aggiungeva il maquillage ai conti pubblici, portato a compimento dall’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi (si ricordi la famigerata euro-tassa), che permise di rientrare formalmente, ma solo temporaneamente, nel limite del 3% del rapporto deficit/PIL imposto dalle nascenti istituzioni europee. Le ragioni dell’opportunità e della convenienza politica spinsero l’Italia a fare tutto il possibile per non perdere il primo treno per la moneta unica; le altre nazioni europee (allora più virtuose) concessero forti deroghe per garantire l’ingresso del nostro Paese nell’eurozona. L’Unione Monetaria, senza un importante membro fondatore come l’Italia, sarebbe altrimenti nata sotto pessimi auspici.

Ma è chiaro anche che la cessione della propria sovranità sulla moneta ad un’istituzione esterna ed indipendente ed i conseguenti vincoli sul bilancio statale imposti dal Patto di Stabilità e Crescita, in un frangente in cui una maggiore flessibilità in termini di politiche economiche sarebbe forse stata necessaria ed auspicabile, contribuirono a rendere complicati, per l’Italia, i primi anni di esperienza con la nuova moneta. Restano in ogni caso alcuni punti fermi: i problemi del nostro Paese andrebbero cercati altrove e, in realtà, la moneta unica gli ha consentito in questi anni di superare, quasi indenne, gli scossoni economici di inizio millennio.

Tra il 1999 ed il 2005, Germania e Francia hanno fatto registrare, al pari del Belpaese, tassi di crescita economica in declino, accompagnati da politiche di contenimento del deficit non soddisfacenti che hanno addirittura portato le istituzioni europee a ventilare l’ipotesi di avvio di procedure d’infrazione per il mancato rispetto dei parametri di bilancio. C’è un punto sul quale l’Unione Monetaria può essere seriamente criticata per quanto fatto sino ad oggi: l’incapacità, in molti casi, di essere credibile e ferma, soprattutto nell’adozione di quei provvedimenti punitivi nei confronti delle nazioni non virtuose che avrebbero potuto rafforzare la sua reputazione. Non è, questa, cosa da poco: la scarsa credibilità di ieri e oggi può potenzialmente danneggiare la reputazione delle istituzioni europee di domani, rendendo più complicata l’attuazione di politiche economiche rigorose e riformatrici anche a livello nazionale.

Solo alcuni dei più rilevanti impedimenti ad una crescita sostenuta nelle tre grandi economie europee sono da ricercare nei mercati del lavoro, dei beni e dei servizi, fondamentalmente troppo regolamentati, ancora protetti dalle pressioni della concorrenza estera; terreno di conquista di monopoli e di politiche statali interventiste, poco aperti, anzi decisamente resistenti, ai necessari processi di liberalizzazione timidamente avviati dai rispettivi Governi con alterne fortune.

In Italia, l’opera riformatrice e liberalizzatrice del ministro Bersani si è rivelata ben poca cosa, nonostante gli entusiasmi iniziali che facevano presagire un futuro più roseo. Certamente una buona dose di cattiva informazione alla base del fallimento, ma anche l’incapacità oggettiva di agire nelle direzioni che non solo la logica economica, ma anche solo il buon senso, suggerivano. Regolamentazioni mascherate da liberalizzazioni in taluni casi, interventi settoriali troppo limitati che hanno prodotto malcontento contro il quale il Governo si è dimostrato debole in più di una occasione: così l’Italia ha fallito sotto il profilo politico l’unica strada veramente da percorrere, quella delle liberalizzazioni generalizzate e profonde, da realizzare simultaneamente e destinate ad incidere su ampie aree dell’economia nazionale, se possibile e necessario facendo leva sulle prerogative della Commissione Europea in tema di concorrenza.

Allo stato attuale delle cose, si dovrebbe approfittare della congiuntura favorevole per agire senza provocare eccessive tensioni sociali, sfruttando una crescita inaspettatamente più elevata del previsto e, perchè no, il “tesoretto” accumulato ad oggi grazie all’extra gettito (anche se sarebbe forse più saggio utilizzarlo per abbattere il debito pubblico, almeno fino a quando non ne sarà chiarita la vera natura), allo scopo di affrontare con la dovuta serietà le necessarie politiche di liberalizzazione e le riforme strutturali che più generano preoccupazione.

Andrebbero riformati i meccanismi che regolano il sistema pensionistico, innanzitutto, aggiornando i coefficienti per il calcolo delle prestazioni pensionistiche in modo da tener conto dell’innalzamento della vita media, prevedendo l’aumento dell’eta pensionabile come già scritto nella riforma Maroni – pur cercando, se necessario, di limitare gli effetti iniqui prodotti dall’adozione del cosiddetto scalone. Andrebbero, poi, definiti in maniera precisa gli incentivi atti a prolungare la permanenza dell’individuo all’interno della forza lavoro, fino ad ora concetti rimasti privi di qualsiasi contenuto concreto; andrebbe infine completato e promosso il passaggio ad un sistema pubblico a capitalizzazione supportato da un più maturo ed efficiente sistema previdenziale privato, così da sciogliere, o allentare anche solo parzialmente, l’oneroso “patto” intergenerazionale che l’attuale sistema a ripartizione implica, divenuto decisamente insostenibile per le generazioni più giovani.

Nel mercato del lavoro si dovrebbe intervenire parallelamente sia attraverso la revisione ed il potenziamento della legge Biagi, provvedimento legislativo non ineccepibile ma che ha permesso la riduzione dei tassi di disoccupazione ai minimi storici ed un non del tutto marginale aumento del tasso di partecipazione al lavoro; sia per mezzo della promessa riduzione del costo del lavoro, da realizzare sfruttando i margini offerti dalle attuali dimensioni del cuneo fiscale. Una politica così importante, questa, da essere probabilmente uno dei fattori trainanti la ripresa tedesca di questi ultimi mesi.

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