Tasse e lavoro (II): fondamenti teorici

10 pensieri su “Tasse e lavoro (II): fondamenti teorici”

  1. Tutto sommato concordo, tranne su questo passaggio:

    “nel caso in cui il beneficio netto dato approssimativamente dalla differenza tra il salario netto percepito o atteso e le spese complessive da affrontare per il mantenimento della casa e l’educazione dei propri figli (si pensi, ad esempio, alle spese per governante, baby-sitter, servizi di pulizia privati) fosse minimo o addirittura negativo, una donna si potrebbe trovarsi nelle condizioni di optare per il non impiego, contribuendo dunque alla riduzione del tasso di partecipazione e sottraendo risorse preziose (il suo lavoro) all’economia del proprio Paese.”

    In questo caso, parlare di beneficio netto come differenza tra flussi monetari mi sembra abbastanza fuori luogo. In linea di massima sono sempre contrario a queste comparazioni, perchè tendo a distinguere valore e prezzi, a differenza di quanto succede nelle analisi Coasiane.

    Più precisamente, se un uomo (inverto le parti per eliminare interpretazioni maschiliste che non mi interessano) va a lavorare e assume un baby sitter, ci sono sicuramente benefici e costi, non tutti determinabili in moneta, come quelli che derivano dalla differenza tra l’essere padre ed l’essere baby-sitter. Può darsi che l’eventuale maggiore produttività lavorativa del padre rispetto al baby sitter (una forma di divisione del lavoro) compensi una parte dei costi di lasciare soli i figli, ma il solo fatto che questi costi siano in gran parte inquantificabili dovrebbe scoraggiare il giudizio normativo “gli alti salari sono buoni in quanto contribuiscono alla crescita spingendo entrambi i genitori a lasciare soli i bambini”. Il fatto che un qualcosa sia inquantificabile non significa che valga zero. Il giudizio positivo “se tutte le donne lavorassero l’economia produrre di più è vero”. Come sono veri anche i giudizi “se tutti lavorassero fino a 80 anni…” e “se tutti lavorassero sin dai 6 anni” (fatto salvo per le necessità di studio, se aumentano la produttività).

    Ovviamente, non sto dicendo che alte tasse sul lavoro dei genitori siano socialmente ottimali, sto solo dicendo che parlare di ottimalità confrontando flussi monetari non è normativamente corretto.

    P.S. C’è da dire che, mentre Coase l’ho studiato e penso di averlo capito decentemente, molti aspetti di microeconomia ed economia del benessere mi sono ignoti. Chi mi consiglia un testo avanzato (graduate) che tratta questi argomenti in maniera formale? Più precisamente mi interessano le fondamenta dettagliate e non le chiacchiere (per quelle ho già diversi libri da laurea di primo livello, che raccontano un sacco di favolette e che mi sembrano spesso insultare l’intelligenza del lettore). Per quanto riguarda la matematica, basta che non ci siano sigma-algebre e misure equivalenti di martingala, che recentemente hanno sferrato un duro colpo alla mia autostima perchè non c’ho capito nulla… 😀

    "Mi piace"

  2. Il significato dell'”approssimativamente” nel mio articolo voleva racchiudere in se` parte delle osservazioni che pone nel Suo commento.

    In economia, o comunque in qualsiasi altra disciplina, e` sempre cosa ardua quantificare i valori non monetari. Qualcuno ha costruito framework teorici ed applicati che siano in grado di farlo, ma almeno nella letteratura classica (a cui faccio riferimento) si preferisce guardare ai flussi monetari, direttamente e facilmente osservabili, pur nella consapevolezza di non cogliere perfettamente alcuni aspetti importanti del fenomeno che si cerca di descrivere.

    "Mi piace"

  3. mi permetto di aggiungere un ulteriore punto. credo che ci sia una incomprensione di fondo. gli eventuali costi non sono inquantificabili. sono invece quantificati (quanto bene giustifica quel “approssimativamente” di Pierangelo) dal mercato del lavoro sia della baby sitter sia della mamma. Il salario della baby sitter e della mamma infatti riflettono proprio i costi, tutti i costi derivanti dal lasciare i bambini soli (quali che siano). La potenza del sistema dei prezzi e della teoria che vi è dietro è proprio quella di evitare agli economisti e alle persone di dover quantificare cose difficilmente misurabili (ad esempio: non sappiamo quanto valga una macchina quando andiamo a comprarla. non conosciamo i costi di produzione e delle materie prime. se però la struttura del mercato è abbastanza concorrenziale sappiamo benissimo che il prezzo che paghiamo per la macchina riflette approssimativamente il valore del bene stesso, nonostante noi si sia incapaci di valutarlo obbiettivamente).
    quanto il mercato sia “bravo” nello svolgere questo ruolo giustifica l’approssimativamente di Pierangelo ed è l’argomento di cui si deve discutere (invece della quantificazione di costi difficilmente quantificabili).

    "Mi piace"

  4. Andrea Asoni: “se però la struttura del mercato è abbastanza concorrenziale sappiamo benissimo che il prezzo che paghiamo per la macchina riflette approssimativamente il valore del bene stesso, nonostante noi si sia incapaci di valutarlo obbiettivamente

    Il Valore non sta nell’oggetto.. ma sempre e comunque nel soggetto. L’oggetto non ha Valore di-per-sé. Il mercato ci può concedere – gentilmente – un prezzo, quello sì. Che è tanto ben approssimato quanto sinceri sono stati i soggetti economici. Ma è la proprietà privata che li obbliga ad esserlo.

    Con l’Autore sono sostanzialmente d’accordo. In questo caso l’approssimazione è più che giustificata, anche perché inutile ai fini della dimostrazione teorica (leggi prasseologica) di quanto dannosi siano gli effetti di una struttura fiscale progressiva.

    Bella l’ultima riga. La dubbia efficacia delle politiche redistributive. Sono sicuro che avrete già discusso a lungo in termini di analisi economica dell’irpef, o comunque un’altra diretta generale sul reddito. E’ fantastico notare come il risultato redistributivo sia minimo nonostante la progressività sia stata (ad oggi ancor di più) sempre molto spinta. Gli studi in questione sono molti..

    Cordialmente

    "Mi piace"

  5. Il prezzo corrisponde al valore marginale: questo significa però che ogni persona ottiene da ciò che ha qualcosa in più del suo prezzo (il consumer surplus), che non è, che io sappia, quantificabile. Non ho la minima idea se quanto dico è compatibile con un modello di concorrenza perfetta, ma mi sembra buon senso.

    Inoltre, non credo che i prezzi delle baby sitter abbiano qualcosa a che fare con il valore di essere padre o madre di cui parlavo: la baby sitter non è un perfetto sostituto, e non esiste alcun mercato dei genitori. Anche qui, non ho idea di ciò che dica la teoria formale a riguardo.

    Proprio per questo mi chiedevo se esistono uno o due libri che spiegano in maniera dettagliata e approfondita questi temi. Come si chiamano… Welfare Economics a General Competitive Equilibrium?

    "Mi piace"

  6. Gentile Jacopo il prezzo di un bene e’ sempre determinato dall’incontro tra offerta e domanda. Questo significa che oltre che riflettere le condizioni del mercato (e qui la mia specificazione sulla concorrenzialita’ del mercato) riflette i costi di produzione. Questo il significato della mia affermazione.
    Non condivido percio’ la sua affermazione secondo cui il valore non sta nell’oggetto ma nel soggetto. L’incontro e’ tra domanda e offerta, valore attribuito dal consumatore e costi sostenuti dal produttore. Piu’ il mercato e’ concorrenziale piu’ cio’ che conta e’ l’offerta e non la domanda, ovvero i costi sostenuti per la produzione (e mi creda non c’e’ nulla di soggettivo in tutto cio’; lo vada a chiedere a chi fabbrica scarpe quanto e’ soggettivo il costo della suola).

    Gentile libertyfirst se le persone attaccano un valore ad essere padre o madre allora il prezzo della babysiter riflettera’ (anche in questo caso a seconda delle condizioni del mercato) parte di quel valore. E’ il modo stesso in cui il prezzo e’ determinato che detta questa condizione (anche in questo caso non vi e’ nulla di opinionabile o soggettivo).

    "Mi piace"

  7. “e mi creda non c’e’ nulla di soggettivo in tutto cio’; lo vada a chiedere a chi fabbrica scarpe quanto e’ soggettivo il costo della suola”

    Qualcosa non mi torna (ma forse ho capito cosa): se nessuno volesse cose in ferro o fabbricate col ferro, il prezzo del ferro sarebbe nullo. Se il prezzo del ferro non è tale, è perchè i consumatori danno valore, nelle loro preferenze soggettive, a beni in ferro o la cui produzione richiede ferro.

    I costi di produzione sono dati solo per il singolo individuo (nei limiti in cui è price taker), ma non per il sistema economico di per sè.

    Del resto, un costo monetario esiste perchè merci eterogenee sono prezzate in moneta, ma i prezzi non sono indipendenti dalle preferenze del consumatore: se non esistono prezzi relativi oggettivi, non è possibile parlare di costi di produzione oggettivi. Ciò vale sia per i beni di consumo, che per i beni di produzione, il cui valore deriva da quello dei beni di consumo che contribuiranno a produrre.

    Ovviamente non sto dicendo che il prezzo non è influenzato dall’offerta: non capisco però perchè la concorrenza renda la domanda ininfluente. La concorrenza spinge su i prezzi dei fattori produttivi allocandoli dove sono più utili*. Quando il singolo individuo considera i prezzi degli input dati, quei prezzi contengono già le preferenze soggettive di tutti i consumatori, e non solo la disponibilità di miniere, forza lavoro e utensili.

    * Ecco dov’è il mio problema, forse: con questa affermazione mi pongo al di fuori delle condizioni di concorrenza perfetta. La teoria dei prezzi come la vedo io concepisce la produzione con un’asta dove ogni quanto di risorsa produttiva viene aggiudicata al miglior offerente. I prezzi dei fattori di produzione quindi derivano dal valore che le persone danno a ciò che tali fattori contribuiscono a produrre. Anche se il singolo individuo vede tutti i prezzi come fissi, tali prezzi derivano comunque dalla sovrapposizione degli effetti delle preferenze individuali di tantissimi individui. Quindi derivano comunque anche dalle loro preferenze.

    "Mi piace"

  8. libertyfirst non vorrei spostare la discussione su questioni troppo filosofiche che richiederebbero troppo tempo per essere chiarite.
    di certo la domanda e’ importante e il valore che le persone attribuiscono agli oggetti concorre a determinare il prezzo di un oggetto. come dici tu i prezzi dipendono dalle preferenze degli individui (attraverso la domanda).

    il mio punto era volto a sottolineare che il prezzo non e’ solo nella testa dell’individuo come sembra suggerire l’idea che il prezzo e’ soggettivo. nel prezzo vi sono due componenti: quella legata alla produzione e quella legata alle preferenze e preferirne una al posto dell’altra e’ semplicemente sbagliato.

    specificatamente nel caso di concorrenza perfetta il prezzo riflette esattamente il costo marginale della produzione di quel prodotto e quindi piuttosto che essere soggettivo e’ abbastanza oggettivo (i costi di produzione dipendono principalmente dalla tecnologia e non dalle preferenze).

    Poi possiamo giocare con i termini “soggettivo” e “oggettivo” ma non credo che ne riceveremmo alcun giovamento.

    "Mi piace"

  9. “nel prezzo vi sono due componenti: quella legata alla produzione e quella legata alle preferenze”

    Buon punto, ma non lo vedrei come una sommatoria. Piuttosto come una dicotomia. Prezzo-costo di produzione e valore legato alle preferenze. Se la prima non supera la seconda il bene si produce senza problemi sul mercato. Se, al contrario, la prima supera la seconda, si dà avvio a quel processo di scoperta che è il mercato (Kirzner), dove l’innovazione e l’innovatore guadagneranno dalle loro capacità.

    Saluti, e mi scuso della fretta. Spero di essere stato chiaro.

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.